Mese: agosto 2016

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Il futuro si vede ai margini

Segnalato da Barbara G.

di Paolo Berdini (*) – Il Manifesto tramite fondazionepintor.net, 28/08/2016

Sono passati quaranta anni dal terremoto del Friuli e di nuovo passano sugli schermi sequestrati dai talk-show i volti dell’Italia vera, di coloro che faticano ogni giorno per costruirsi una prospettiva di vita. Anche stavolta siamo in un’area interna popolata da quei mestieri che la retorica imperante ci dice che non esistono più o sono marginali.

E marginali lo sono sicuramente le persone che manifestano con dignità il loro dolore, come marginali geograficamente sono i luoghi meravigliosi colpiti dal sisma.

Ma le analogie finiscono qui. Se guardiamo alla storia breve dei quaranta anni cogliamo il vuoto di prospettive che sta minando il paese intero.

Il racconto vincente del 1976 ci diceva che quei volti antichi dei friulani erano le ultime cartoline di un’Italia che cresceva a vista d’occhio: dopo i decenni della grande crescita delle città, sarebbe toccato alle aree interne. E il Friuli – terra di passaggio – sembrò confermare il racconto. Dopo una ricostruzione tanto esemplare quanto partecipata, fu creata una struttura produttiva che ha funzionato per qualche decennio e ha oggi l’affanno di ogni altro distretto produttivo. Ed eccolo il paesaggio dell’abbandono: capannoni sbarrati aiutati solo dalla vorace presenza di ipermercati che ancora luccicano anche se hanno fatto spegnere la luce del piccolo commercio urbano.

Negli anni ’70 anche nell’Appennino attraversato dalla via Salaria iniziarono i lavori di un nuovo tracciato che favorisse lo «sviluppo». Quello antico passava nei circa cento chilometri che separano Rieti da Ascoli attraverso molti centri urbani meravigliosi come Cittaducale e Cittareale di fondazione angioina. Si passava dentro Arquata con i suoi tesori nascosti nella parrocchiale. Si lambiva Amatrice, con lo straordinario impianto disegnato da Cola e le sue meravigliose pietre arenarie.

Sono luoghi per me familiari, per i continui viaggi per raggiungere i luoghi d’origine a nord del Monte Vettore, ma in tanti anni la variante Salaria è lontana dall’essere completata e questo colpevole ritardo ha avuto grande responsabilità nell’inarrestabile declino demografico.

L’industrializzazione in crisi del Friuli e la mancanza dei requisiti minimi infrastrutturali per sostenere il progresso sono le due facce speculari del vicolo cieco in cui oggi siamo.

Si è ascoltata in questi giorni di dolore echeggiare una vuota retorica del «non vi lasceremo soli». Le popolazioni di quella parte di Appennino conoscono la solitudine per una strada che ancora non c’è. Conoscono la solitudine perché le imprese agricole che a fatica si sono affermate non hanno alle spalle alcuna politica di settore in grado di aiutarle e sostenerle. Addirittura con il governo del professor Monti si impose il pagamento dell’Imu sulle stalle, così da provocare la chiusura di molte di esse. Ancora, mancano reti locali di commercializzazione dei prodotti e altre indispensabili politiche.

Sul piano ambientale l’abbandono è ancora più forte.

Il tratto della Valle del Tronto colpito dal sisma sta in mezzo a due parchi nazionali, quello dei Sibillini e del Gran Sasso. Decine di anni di commissariamenti, tagli di risorse e prerogative, di limitazione di prospettive. Altre nazioni e regioni a statuto speciale continuano invece ad alimentarli ottenendo preziosi flussi turistici.

E arriviamo ai borghi, unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono. I sindaci di quei luoghi conoscono la solitudine quotidiana perché non hanno risorse da destinare ai servizi, quando devono chiudere scuole per ubbidire a leggi scellerate, quando vedono sparire i presidi dello stato come il Corpo Forestale.

Diamo atto al ministro Del Rio della volontà espressa di abbandonare il modello aquilano e di ricostruire «com’era, dov’era». Ma è solo il primo indispensabile tassello di un disegno che ancora non si vede. Il tragico terremoto di Accumoli ci ha svelato un paese squilibrato e privo di durature prospettive per il futuro. Il terremoto del Friuli servì a costruire una profonda cultura della protezione, degli interventi di emergenza e delle tecniche di ricostruzione.

Quello della Valle del Tronto deve servire per avviare l’unica grande opera di cui abbiamo bisogno: la cura del territorio, la messa in sicurezza del patrimonio edilizio a iniziare dagli immobili scolastici e pubblici, il sostegno alle produzioni agricole e alla filiera industriale a esse collegata.

Insomma, questo piccolo lembo di terra marginale così crudelmente colpito potrà avere la possibilità, se la politica saprà fare il suo dovere, di indicare una nuova prospettiva di sviluppo sostenibile.

(*) Urbanista, assessore al Comune di Roma

Il radical chic non vuole i profughi

Il “Premio Capalbio” a Giorgio Napolitano in quella Capalbio che si è imposta come modello di accoglienza, ma solo in estate, per molta gente di sinistra, seppure in mutande.
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Giusi Nicolini

di Tancredi Omodei – globalist.it, 22/08/2016 

Il “Premio Capalbio” a Giorgio Napolitano. A giorni la celebrazione. La cerimonia, in quella Capalbio che si è imposta come modello di accoglienza, ma solo per quella sua tradizione di accogliere ed ospitare in estate tanta gente di sinistra, seppure in mutande. Naturalmente, condividiamo l’indignazione del sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, che di fronte alle tante discussioni rimbalzate dal borgo, a Capalbio e al suo sindaco ha ricordato quel che ha vissuto e che vive l’isola del Mediterraneo sul fronte dell’aiuto umanitario a chi scappa da fame e guerre. In realtà, concordo, brutta idea fiondare quei cinquanta poveri cristi nel borgo attraversato al mattino dai Furio Colombo con il fascione di giornali sotto l’ascella. Idea davvero cattiva. Mandarli a Capalbio, quella Capalbio che esattamente due estati fa, era agosto, ospitò, invece, con vasto dispiegamento di truppe, Luigi Bisignani in piazza. Dei sinistri in mutande da bagno quel giorno si fece notare Chicco Testa. Come registrarono le cronache, Chicco si mise d’impegno ad occupare le prime posizioni. Per non perdersi una virgola dei “messaggi” del P2.

In realtà, è un bene che i cinquanta profughi non vadano a Capalbio. Perché fare conoscere loro la “peggio Italia”? Quella de “la nostra spiaggia”, “il nostro ristorante” e così via. Quelli che “l’architetto di sinistra”, “i giornalisti di sinistra”, “l’imprenditore di sinistra”, la signora di sinistra che se fosse di destra le scaricherebbero addosso le peggiori cose. No, per favore, che non vi venga mai più un’idea del genere. Ci sono tanti paesini, soprattutto al Sud, che dell’accoglienza da sempre fanno pane quotidiano. Le loro abitudini e i loro riti sono altri, possono ben convivere coi sentimenti di chi ce l’ha fatta ad arrivare vivo. Lasciate che Capalbio celebri Giorgio Napolitano, che gli faccia sentire il suo afflato, il suo abbraccio la sinistra riconoscenza. E poi, se a Bisignani venisse voglia di tornare da quelle parti, presunto Nostradamus, ci vada pure. Le sue previsioni potrebbe dirle in piazza, con tanto bel lino davanti. Magari, i pensieri cardine potrebbe scriverli in fogliettini piccoli piccoli, piegati in quattro. Per capirci, come i pizzini.

Un paese da ricostruire

comunivirtuosi.org, 25/08/2016

In queste ore drammatiche e tristi si moltiplicano e rincorrono su e giù per lo stivale notizie di associazioni, gruppi di protezione civile regionali, istituzioni, imprenditori e singoli cittadini, pronti a mettersi a disposizione delle località colpite dal terremoto, degli sfollati e dei superstiti. Donazioni, viveri e sangue, ma anche tempo a disposizione e attrezzature varie.

Volontari pronti a partire da tutte le parti d’Italia, a dimostrazione della grande voglia di dare una mano e di esserci, ovviamente coordinati sotto la guida della Protezione Civile nazionale.

Ciò che si può aggiungere, una volta di più, è che alla solidarietà e al sostegno di questa fase emergenziale occorre dare subito dopo al corso degli eventi un cambio di passo per una volta decisivo.

Il nostro Paese, soprattutto nella fascia appenninica, necessita di un intervento massiccio di riqualificazione e messa in sicurezza. Una gigantesca operazione di interventi mirati e capillari, a filiera corta, distribuiti ovunque ci sia necessità e bisogno. Occorre prevenire e curare insieme. Educare e formare le popolazioni a rischio, darsi strumenti, uomini e mezzi capaci di intervenire ovunque celermente.

Norcia ci indica la strada di una ricostruzione possibile. Si seguano le buone pratiche e le si facciano diventare una buona volta l’eccezione che stravolgono la regola.

I Giochi e i traslochi coatti

segnalato da Barbara G.

Le Olimpiadi sono sempre un disastro per la povera gente. E Rio non fa eccezione

di Travis Waldron e Edgar Maciel (*) – huffingtonpost.it, 20/08/2016

Ricardo Moraes/Reuters La demolizione di una delle ultime abitazioni rimaste in piedi a Vila Autódromo, una favela in prossimità del villaggio olimpico di Rio, il 2 agosto scorso

Sette anni fa Vila Autódromo non era altro che un tranquillo villaggio di pescatori situato all’estremità della laguna di Jacarepagua, di fianco alla pista dalla quale aveva preso il nome. Così come centinaia di altre favelas che costellano la mappa di Rio de Janeiro, era stato a lungo trascurato dall’amministrazione municipale, ed era perciò privo di quei servizi pubblici essenziali che rappresentano invece la norma nei quartieri più benestanti che stanno spuntando dall’altro capo dello specchio d’acqua. Ma per le più di 600 famiglie che ci vivevano, quella era casa.

“Questo era un paradiso”, ricorda Luiz Cláudio Silva, che all’Autódromo c’è vissuto per più di vent’anni. “Ero convinto che qui ci avrei trascorso il resto della mia vita”.

Entro la fine delle Olimpiadi di Rio, delle famiglie che vivevano all’Autódromo nel 2009 — cioè l’anno in cui il Comitato Olimpico Internazionale aveva scelto questa città per ospitare i giochi — ne saranno rimaste appena venti. La comunità, situata a meno di un chilometro e mezzo dal Parco Olimpico di Rio, è stata spazzata via per permettere al municipio di realizzare una nuova viabilità di collegamento alle strutture olimpiche.

Gli organi d’informazione brasiliani, così come quelli del resto del mondo, hanno documentato per anni il dramma di queste famiglie, riferendo ai propri lettori gli impegni presi dai funzionari municipali di Rio: agli abitanti dell’Autodromo sarebbe stato concesso di restare dov’erano per l’intera durata delle Olimpiadi, e l’unico impatto che i giochi avrebbero avuto sull’area sarebbe stato di natura migliorativa. Dopodiché hanno raccontato il modo in cui i politici hanno tradito quegli impegni — il modo in cui il municipio ha costretto la maggioranza degli abitanti dell’Autódromo ad andarsene, il modo in cui la polizia ha adottato tolleranza zero nei confronti di coloro che protestavano contro il trasferimento coatto, e il modo in cui i bulldozer hanno raso al suolo le abitazioni di persone come Silva, che nel marzo scorso s’è visto ridurre in macerie la casa che aveva costruito per sua moglie.

Ecco che cosa succederà a partire da domenica, quando le Olimpiadi di Rio si concluderanno: i giornalisti se ne andranno, e i mezzi d’informazione internazionali dimenticheranno la gente di Vila Autódromo. Il loro trasferimento coatto non si ridurrà ad altro che a una nota a piè di pagina nella storia di questa tornata di giochi olimpici, mentre l’attenzione del resto del mondo andrà a concentrarsi su quali problemi esistano nella città che ospiterà le prossime Olimpiadi.

Ma la distruzione di Vila Autódromo è ben lungi dal costituire una solitaria eccezione. Le sei olimpiadi estive che si sono tenute dai giochi di Seul del 1988 a quelli di Pechino del 2008 hanno sfrattato con la forza o sfollato più di due milioni di persone: lo si legge in un rapporto datato 2008 dell’organizzazione svizzera Centre on Housing Rights and Evictions. Pechino in particolare si è resa responsabile di oltre la metà di questo totale. Secondo le stime dei gruppi locali di attivisti e delle associazioni per i diritti umani, la città di Rio dal canto suo ne ricollocherà una cifra che va dalle 70 alle 90 mila in più.

Benché le amministrazioni municipali che hanno ospitato i giochi abbiano contestato nello specifico il numero degli spostamenti di persone avvenuti nelle rispettive città in occasione dei giochi, un dato resta chiaro: lo sfollamento della povertà urbana è un tratto caratteristico delle Olimpiadi moderne, una virtuale certezza, non un’eventualità imprevista.

Negli ultimi due decenni le Olimpiadi, da semplice evento sportivo, si sono trasformate in uno strumento di riqualificazione urbana, con le città che riversano centinaia di milioni — se non miliardi — di dollari in infrastrutture e altri progetti che in teoria dovrebbero lasciarsi alle spalle degli effetti positivi a lungo termine. A Rio così come altrove, i politici hanno presentato questi investimenti come un modo per migliorare la città nel suo complesso, a beneficio di tutti.

In realtà i principali beneficiari delle Olimpiadi risultano i costruttori del posto e quelli provenienti dall’estero, a cui vengono assegnati gli appalti, così come le fasce più benestanti della popolazione nelle città che le ospitano. I poveri finiscono per rimetterci.

“Qui non si tratta di un effetto secondario dei giochi”, sostiene Christopher Gaffney, ricercatore senior nel campo della geografia urbana all’Università di Zurigo. Dal 2009 al 2014 Gaffney è stato anche visiting professor e ricercatore a Rio, mentre la città si preparava a ospitare le Olimpiadi, e da allora è diventato uno dei critici più feroci dell’evento.

“Questo è il prodotto dei giochi”, dichiara.

Vent’anni dopo, nell’ultima città statunitense ad aver ospitato le Olimpiadi estive, Atlanta, i danni risultano ancora evidenti.

Travis Waldron/The Huffington Post Questo edificio, il Techwood Homes Historic District, è tutto ciò che resta di un complesso residenziale molto più ampio che esisteva prima delle Olimpiadi di Atlanta.

Un chilometro e mezzo a nord del centro di Atlanta c’è un mastodontico casermone-condominio, completamente deserto. Le ringhiere bianche alle sue finestre brillano ancora alla luce del sole, ma quei portoni oggi sono ricoperti di tavole di compensato dipinte di un verde bosco. Rami di alberi e cespugli incolti ricoprono le staccionate dei cortili, e cogli anni i pali in legno degli stendibiancheria si sono inclinati.

Non c’è traccia evidente del fatto che l’edificio sia iscritto nel National Register of Historic Places. Ma durante un gelido mattino di novembre del 1935 fu proprio qui vicino che cinquantamila persone si radunarono ad ascoltare il presidente Franklin Delano Roosevelt, che presentava questo luogo, Techwood Homes, quale primo progetto d’edilizia residenziale pubblica realizzato grazie a fondi federali negli Stati Uniti.

Il condominio in questione, oggi meglio noto come Techwood Homes Historic District, è ormai l’unico ad esser rimasto in piedi delle ventidue unità immobiliari che una volta costituivano il complesso residenziale. Atlanta fece abbattere gran parte del Techwood e del vicino complesso di Clark Howell per far spazio alle Olimpiadi del 1996. Stando al Centre on Housing Rights and Evictions quella distruzione costrinse almeno quattromila persone ad abbandonare le proprie case.

Non furono questi gli unici complessi d’edilizia pubblica che Atlanta demolì e riconvertì in vista dei giochi. Nel periodo precedente alle Olimpiadi la città trapiantò seimila inquilini di alloggi pubblici, mentre la rapida gentrificazione che seguì i giochi costrinse altre 24 mila persone ad abbandonare le proprie case: lo si legge sempre nel rapporto del Centre on Housing Rights and Evictions.

Perfino i più entusiastici sostenitori della candidatura di Atlanta avrebbero fatto fatica a immaginare che la città avrebbe finito per ospitare le Olimpiadi del 1996. Si trattava dei giochi del centenario, e l’impressione diffusa era quella che a restare in testa nella gara ci sarebbe facilmente finita Atene, la capitale del paese che secoli fa alle Olimpiadi aveva dato i natali, nonché la città che aveva ospitato il primo evento moderno nel 1896. Ma con un annuncio fra i più scioccanti nella storia delle Olimpiadi, nel settembre del 1990 il CIO proclamò d’aver optato per Atlanta.

La città si mise presto al lavoro per prepararsi ai giochi, e i complessi di Techwood e Clark Howell si ritrovarono loro malgrado al centro di quel processo. Il piano formulato da Atlanta includeva la costruzione di un nuovo immenso parco vicino al centro, e di un villaggio per gli atleti in prossimità del Georgia Institute of Technology, da convertire alla fine dei giochi in alloggi per studenti. Il Techwood e il Clark Howell erano collocati in una zona ad alto valore immobiliare — col nuovo parco a sud, il Georgia Tech a nord e il quartier generale mondiale della Coca-Cola ad ovest — e gli alti livelli di povertà e criminalità della zona la rendevano ideale per una riqualificazione.

Benché i due complessi immobiliari avessero suscitato già da tempo l’interesse dei costruttori, i precedenti tentativi di radere al suolo Techwood e Clark Howell si erano conclusi con un nulla di fatto, a causa dell’assenza della volontà politica o delle difficoltà nello sgombrarne gli abitanti. Ma non appena Atlanta s’assicurò le Olimpiadi, il desiderio di mettere in mostra la città di fronte a centinaia di migliaia di atleti, turisti e dignitari stranieri oliò gli ingranaggi dando il via alle demolizioni.

“Le Olimpiadi hanno fornito la copertura necessaria alla distruzione”, osserva Larry Keating, docente di pianificazione urbanistica al Georgia Tech, che ha analizzato l’impatto avuto dai giochi sugli abitanti delle case popolari di Atlanta. “Dubito che la campagna per abbatterle avrebbe potuto esser avviata con la medesima efficacia politica se non ci fossero state le Olimpiadi”.

Quando, nei mesi successivi all’annuncio [del CIO], i funzionari del municipio cominciarono a fare capolino alle riunioni di condominio, facendosi almeno apparentemente latori di buone notizie, gli inquilini dei due complessi si mostrarono piuttosto scettici. La città li aveva trascurati per anni.

Ma con le Olimpiadi che stavano per sbarcare in città, tutt’un tratto sembrava che ai funzionari qualcosa gliene importasse. Dissero agli inquilini che gli ultimissimi programmi di riqualificazione avrebbero migliorato notevolmente le loro abitazioni. Promesse che portarono gli abitanti del Techwood e del Clark Howell a collaborare coi costruttori e gli addetti municipali all’edilizia, per elaborare una proposta che riuscisse a soddisfare coloro che vi abitavano in quel momento, i costruttori, i funzionari locali e le autorità federali per l’edilizia, che avrebbero garantito i finanziamenti necessari.

La proposta iniziale non prevedeva la demolizione totale del Techwood e del Clark Howell, ma solo una serie di migliorie da apportare agli edifici, che si trovavano in uno stato d’abbandono. Le bozze successive invece puntarono a una riqualificazione completa della zona, che avrebbe portato alla sostituzione di alcune unità abitative, ma non tutte — e avrebbe permesso a molti abitanti di restare dov’erano.

L’elaborazione del programma si trascinò per quasi cinque anni. Nel frattempo cambiarono le persone alla guida delle autorità politiche municipali e di quelle per l’edilizia pubblica. Una serie di nuove leggi federali eliminò i precedenti requisiti in base ai quali le città dovevano sostituire ogni singola unità abitativa che avessero distrutto realizzandone un identico numero altrove. E così il programma definitivo di riqualificazione puntò a demolire quasi tutte le unità all’interno dei due complessi.

Il piano, reso pubblico nel marzo del 1995, avrebbe adoperato 40 milioni di fondi federali per abbattere più di 1100 alloggi al Techwood e al Clark Howell, rimpiazzandoli con un nuovo complesso di appartamenti da 900 unità a reddito misto. Il quaranta per cento dei nuovi appartamenti — per un totale di 360 — sarebbe stato destinato all’edilizia pubblica. Il quaranta percento sarebbe stato affittato a tassi di mercato. Le restanti 180 unità sarebbero state “edilizia accessibile” — cioè gli affitti avrebbero goduto d’incentivi grazie a crediti fiscali federali per i cittadini d’Atlanta con reddito medio e basso. Per approvare il piano di Atlanta, il Dipartimento statunitense per l’edilizia e lo sviluppo urbano ci mise meno di un mese.

Quando cominciarono le demolizioni i condomini ormai erano quasi vuoti. Benché più del 90 per cento degli alloggi del Techwood fossero state abitati nel 1989, l’anno prima che Atlanta si aggiudicasse le Olimpiadi, in quei cinque anni di dibattito gli inquilini avevano cominciato ad andarsene, nel timore che alla fine vi sarebbero stati comunque costretti. Entro l’aprile del 1993 il tasso di residenza nei due complessi era crollato al di sotto del 50 per cento. Entro l’ottobre dello stesso anno il 77 per cento delle case era rimasto disabitato: lo ricostruì Harvey K. Newman, docente della Georgia State, nel suo studio del 2002 sulla demolizione del Techwood.

Ancora oggi i funzionari dell’edilizia pubblica di Atlanta la presentano come una situazione in cui la gente ha optato per andarsene alla ricerca di migliori opportunità, e fanno notare come gli inquilini del Techwood e del Clark Howell avessero votato per l’approvazione del piano che portò alle demolizioni. Ma i trasferimenti dei residenti erano tutt’altro che tipici nel quartiere, la cui popolazione prima dei giochi era rimasta relativamente stabile. Nel 1990 l’inquilino medio del Techwood ci viveva da quasi otto anni — si legge nella ricerca di Keating — e quasi un terzo delle famiglie ci viveva da più di undici.

Alcuni residenti se ne andarono di propria spontanea volontà, su questo non c’è dubbio. Ma altri furono invece sicuramente logorati da una procedura lunga e complicata che vide diverse variazioni dei piani e rese gli abitanti incerti sul fatto che sarebbero riusciti a restarvi dopo le Olimpiadi.

L’autorità municipale dell’edilizia contribuì a mandar via la gente da quei condomini, scrisse Newman, riformulando le disposizioni vigenti di modo che gli inquilini potessero essere sfrattati anche solo per “minime violazioni dei termini del contratto d’affitto”. I funzionari pettinarono i risultati dei sondaggi condotti fra gli inquilini per dare l’impressione che a volersene andare fosse la maggioranza degli abitanti del Techwood e del Clark Howell, sostiene Lawrence Vale, docente del Massachusetts Institute of Technology che ha analizzato l’impatto delle Olimpiadi di Atlanta sull’edilizia, dopo i giochi. Uno di questi sondaggi ad esempio aveva dimostrato che il 51 per cento dei residenti sosteneva d’aspettarsi di andare a vivere altrove, dopo le Olimpiadi. I funzionari presentarono il risultato come la dimostrazione che la gente avesse intenzione di trasferirsi altrove. Ciò che il sondaggio dimostrava in realtà, fa notare Vale, è che molti degli abitanti erano convinti che sarebbero stati tenuti ad andarsene.

La fuga dei residenti non fece che aggravare i problemi del quartiere, concordano Vale e Keating. Le tante case disabitata portarono ad un aumento del tasso di criminalità, alimentando la teoria che la gente volesse andarsene — cosa che rese il quartiere bersaglio ancor più facile della politica.

“Li avevano incastrati”, sostiene Keating.

Quando i giochi olimpici ebbero inizio, le demolizioni erano già state portate a termine, lasciando in piedi quell’unico edificio che ancora viene chiamato Techwood Homes Historic District. Il fatto d’esser stato incluso nel registro storico federale l’aveva salvato, per un pelo.

Bettmann via Getty Images Fu il Presidente Franklin Roosevelt a inaugurare il Techwood Homes nel 1935. Quando l’anno dopo l’edificio cominciò ad accogliere i primi inquilini, esso fu il primo progetto d’edilizia pubblica ad esser stato finanziato con fondi federali.

Gli edifici che presero il posto del Techwood, meglio noti come Centennial Place Apartments, sono più gradevoli esteticamente di quelli li avevano preceduti. Il ritorno alla rete stradale originaria, quella precedente alla costruzione del Techwood, rese il quartiere più sicuro, più piacevole e più adatto alle passeggiate.

In superficie, l’impressione è che i funzionari municipali siano effettivamente riusciti a raggiungere l’obiettivo di restituire vita al quartiere, salvandone gli abitanti dal degrado pre-olimpico.

Sì, ma quali abitanti?

Nonostante tutte le promesse che questo processo sarebbe andato a beneficio dei residenti, furono solo in pochi a tornare, alla fine delle Olimpiadi. Nel 1990, quando Atlanta si conquistò i giochi, il Techwood e il Clark Howell ospitavano più di 900 famiglie. Nel 2000, quando i Centennial Place Apartments raggiunsero la loro piena capacità, solo 78 di quelle famiglie — cioè il 7 per cento — ricevette alloggio nel nuovo complesso, come dimostrano le ricerche di Keating.

Le analisi del governo federale conducono a risultati analoghi. All’inizio degli anni ’90 il Congresso aveva inaugurato una nuova iniziativa intitolata HOPE VI, che puntava a rivitalizzare o a risanare l’edilizia pubblica nazionale. L’obiettivo, come scrisse nel 1998 l’ispettore generale dell’HUD, era partire dalle condizioni di vita dei residenti, e non solo da “mattoni e cemento”.

Al Techwood e al Clark Howell, scrisse l’ispettore generale, la città di Atlanta “ha realizzato una notevole ristrutturazione dal punto di vista architettonico”.

“Tuttavia”, proseguì, “i miglioramenti nella vita degli inquilini che ci vivevano sono molto meno evidenti”.

Quando, tre anni più tardi, l’HUD tornò a prendere in esame gli stessi luoghi ad Atlanta, si fece notare come la città avesse ottenuto risultati mediamente peggiori rispetto a quelli di altre città che avevano avviato progetti con analoghi finanziamenti, e che non avevano ospitato le Olimpiadi. Il sessanta per cento delle nuove unità abitative al Centennial Place non erano categorizzabili come edilizia pubblica — una proporzione superiore al doppio della media in tutti gli altri siti presi in esame dall’HUD. Cinque su quindici siti analoghi avevano visto il ritorno di più della metà degli inquilini originari. Atlanta era riuscita a riportarne indietro appena il 9 per cento — una percentuale di poco superiore a quella indicata da Keating nel suo studio, ma comunque inferiore a qualunque altra città presa in considerazione dallo studio dell’HUD.

Atlanta aveva promesso agli inquilini trasferiti che avrebbero trovato casa in altri complessi d’edilizia residenziale pubblica, o che in alternativa avrebbero ricevuto dei voucher per aiutarli a pagare l’affitto nelle loro nuove abitazioni.

Un’ulteriore ricerca mette in dubbio il fatto che la città abbia mantenuto fino in fondo quella promessa. Secondo il professor Newman della Georgia State, degli inquilini che vivevano fra il Techwood e il Clark Howell nel 1990, “più della metà … si trasferì o fu sfrattata senza ricevere alcun aiuto, o senza che si tenesse traccia dei loro spostamenti”.

E tuttavia alcuni ex residenti del Techwood manifestarono il loro apprezzamento per i cambiamenti. Andrell Crowder-Jordan, presidentessa dell’associazione degli inquilini del Techwood negli anni precedenti ai Giochi del 1996, nel Centennial Place trovò una nuova casa — un appartamento con quattro camere da letto e due bagni, più adatto ai bisogni della sua famiglia.

“I cambiamenti sono stati per il meglio”, sostiene. “Molti degli inquilini in cui ancora m’imbatto, beh, adesso vivono molto meglio”.

E quelli a cui invece era andata peggio, quelli che non avevano ricevuto né un nuovo alloggio né alcun aiuto? Difficile da sapere. A cinque anni dalla fine delle Olimpiadi era “impossibile stabilire” dove fossero andati a finire gli inquilini che avevano lasciato le loro case al Techwood e al Clark Howell negli anni precedenti alla demolizione, scrisse Newman, rendendo altresì impossibile valutare in modo complessivo quanti degli ex inquilini ne avessero effettivamente tratto beneficio.

A vent’anni di distanza dall’impatto che le Olimpiadi avevano avuto sul Techwood, è ancor più dura individuare coloro che non sono rimasti all’interno del sistema, cioè nell’ambito dell’edilizia residenziale pubblica o dei voucher.

Un mattino di quest’estate Anita Beaty, direttrice esecutiva della Metro Atlanta Task Force per i Senzatetto se ne stava a sfogliare le pagine della sua vecchia rubrica, alla ricerca dei nomi degli ex inquilini di Techwood e Clark Howell con cui aveva collaborato, battendosi contro il loro trasferimento tanti anni prima. Ogni numero a cui telefonava era staccato; e ulteriori ricerche sul conto di quegli inquilini si sarebbero dimostrate inefficaci.

“Tutti i miglioramenti apportati nel corso dei giochi — sostanzialmente volti a rendere Atlanta un villaggio Potëmkin — avrebbero potuti essere concepiti per migliorare anche le condizioni di vita della gente che aveva perso la propria casa”, argomenta la Beaty. “Il fatto di concentrare le fasce più povere della popolazione in una certa area è terribilmente sbagliato. Ma poi per rimediare a quell’errore non puoi limitarti a radere tutto al suolo e a mandarli via, per poi dire: ‘Beh, non abbiamo idea di dove siano andati a finire’”.

Anche fra chi è poi ritornato a vivere nei nuovi condomini c’è chi ha notato che qualcosa mancava.

“La condizione degli alloggi adesso è migliore, ma nel vecchio quartiere c’era più un senso di comunità”, ha dichiarato — intervistata dalla rivista “Georgia Trend” nel 2006 — Margie Smith, un’ex presidentessa dell’associazione degli inquilini del Techwood a cui era stata assegnata un nuovo alloggio nel Centennial Place. “Lì conoscevi tutti, la gente si parlava, ci si prendeva cura degli altri. Se la Sig.ra Jones in fondo alla strada s’ammalava, c’era qualcuno che se ne prendeva cura. Ma quando la Sig.ra Jones s’è trasferita dall’altra parte della città, mentre costruivano il Centennial Place, poi si è finito per perdere i contatti, dopodiché ho sentito dire che la Sig.ra Jones era morta. Abbiamo perso parecchi amici che non son tornati, o che non son riusciti a tornare”.

“E ora tanti di noi se ne sono andati. Sento che abbiamo avuto qualcosa di bello, ma d’aver perso tanto di più”.

Renee Glover, a capo dell’Atlanta Housing Authority dal 1994 al 2013, non è d’accordo con questa valutazione. E sostiene che “in linea di massima” le famiglie che vivevano fra il Techwood e il Clark Howell “stanno sostanzialmente meglio” di quanto non fosse prima dei giochi.

Degli abitanti che erano ancora qui nel 1994 — sostiene la Glover — “tutti quelli che soddisfacevano i requisiti” hanno ricevuto un qualche genere d’aiuto coi loro alloggi. Il piano Techwood, fa notare, includeva la costruzione di una nuova scuola di quartiere, nonché programmi di counseling per aiutarne i residenti. Le ricerche condotte da un altro docente del Georgia Tech, Thomas D. Boston, hanno scoperto che gli studenti andavano meglio nella nuova scuola di quanto non fosse in quella che era andata a rimpiazzare.

Glover inoltre sostiene che tutte quelle voci critiche nei confronti del modo in cui la città di Atlanta ha gestito la situazione del Techwood e del Clark Howell si siano levate un po’ tardi. “All’epoca in cui la gente viveva nell’orrore, in queste orride case popolari dove i tassi di violenza erano fuoriscala, dove i bambini frequentavano scuole fallimentari e le famiglie si stavano sgretolando, nessuno pareva prestare [loro] molta attenzione”, obietta. “Ma poi non appena cominci a cercare di lavorare … per ottenere risultati migliori, allora saltano tutti fuori dal nulla a dire: ‘Beh, questa è una cosa tremenda’”.

“Dov’erano tutte queste persone quando quelle famiglie venivano sistematicamente fatte a pezzi?”, chiede. “Da qualche parte bisognerà pur cominciare”.

Sergio Moraes/Reuters DIDA: Gli abitanti di Vila Autódromo si scontrano con la polizia nel corso di una serie di proteste che intendevano fermare la demolizione delle loro case nel 2015.

La promessa dello sviluppo edilizio delle città connesso alle Olimpiadi è che queste vadano a ricostruire una determinata area, in modo tale da migliorare la vita degli attuali residenti. Ma ciò accade di rado.

I quartieri che si ritrovano investiti dai bulldozer pre-olimpici sono quasi sempre abitati da famiglie a basso reddito. Nei quartieri che poi vanno a prenderne il posto s’assiste spesso a una significativa riduzione dell’edilizia pubblica, rimpiazzata da abitazioni di maggior lusso, concepite per gente con redditi più elevati.

Nel 2004, otto anni dopo i giochi, gli affitti a tassi di mercato degli appartamenti del Centennial Place — cioè quelli che non erano stati destinati all’edilizia pubblica — erano aumentati in una forbice che andava dal 42 al 72 per cento — cioè dieci volte superiore al tasso complessivo della città di Atlanta.

E perfino gli appartamenti destinati alla cosiddetta “edilizia accessibile”, con affitti ribassati, finirono probabilmente per risultare inaccessibili alla maggior parte di coloro che avevano vissuto fra il Techwood e il Clark Howell prima dei giochi.

“Il punto è, che cosa s’intende esattamente per ‘accessibile’?”, chiede Deirdre Oakley, una docente della Georgia State che ha avuto modo d’analizzare gli effetti del protratto sfollamento degli inquilini dagli alloggi pubblici in seguito alle Olimpiadi. “Se parliamo dei residenti originari di quegli alloggi … allora, a quei livelli di reddito, non sono accessibili”.

A Londra, che ha ospitato le Olimpiadi del 2012, si è potuto assistere a un fenomeno analogo. La città aveva promesso che lo sviluppo di nuovi alloggi sarebbe stato uno degli effetti più importanti dell’evento.

I giochi vennero concentrati nell’East London, fra i borghi di Stratford e Newham, delle zone industriali che avevano davvero bisogno di nuove case. Anche Londra finì per abbattere un complesso di condomini a basso reddito: il Clays Lane Estate di Stratford, che prima dei giochi aveva ospitato più di 400 persone. E gli organizzatori promisero che la metà dei nuovi alloggi da costruire sarebbe ricaduta nella categoria “accessibile” secondo la legge inglese, cioè in base ai tassi di mercato della zona.

Ma negli anni successivi ai giochi i prezzi degli immobili a Stratford e Newham schizzarono alle stelle. Dal 2005, anno in cui il CIO assegnò a Londra le Olimpiadi, agli inizi di quest’anno Stratford vide i prezzi del real estate aumentare del 71 per cento — un incremento che superava di gran lunga il resto della città nel suo insieme. Ciò significava che, così come ad Atlanta, gran parte dell’edilizia “accessibile” specificamente destinata a persone a basso e medio reddito non sarebbe più andata a collocarsi in una fascia di prezzo adatta ai residenti più poveri e vulnerabili della zona.

Penny Bernstock, docente all’Università di East London, spiega che oggi in un nuovo complesso all’interno dell’area del Parco Olimpico, a risultare idonei per le unità immobiliari “accessibili” sono coloro che guadagnano fino a 95 mila dollari l’anno. “Insomma [per i bisognosi] accessibile proprio non è”, conclude Bernstock.

E quella non è stata certo l’unica promessa pre-olimpica ad esser stata tradita. Quasi immediatamente dopo i giochi del 2012 i funzionari della città di Londra stavano già ritrattando il loro impegno in base al quale una nuova unità residenziale su due sarebbe avrebbe dovuto risultare “accessibile”, riducendone la proporzione al 41 per cento. Oggi invece la London Legacy Development Corporation sostiene che “il 31 per cento al massimo” delle nuove abitazioni sarà accessibile, riporta Bernstock.

Alla fine l’area di East London sarebbe comunque andata incontro a una riqualificazione, pure se non ci fossero state le Olimpiadi, ragiona Julian Cheyne, che perse la propria casa a Clays Lane quando questa fu abbattuta per fare spazio alle strutture olimpiche. Ma in assenza dei giochi e delle loro scadenze, il processo avrebbe subito meno pressioni, e sarebbe stato più ponderato, cosa che avrebbe portato a benefici maggiori per chi vi abitava all’epoca.

“Sarebbe stato più democratico. Sarebbe stato più collaborativo”, osserva Cheyne. “Non c’è un vero e proprio dibattito. Non c’è un referendum o niente di simile. È solo, ‘sfondiamo tutto’”.

Edgar Maciel/HuffPost Brazil Dopo che la sua casa all’Autódromo è stata demolita, Iran Souza è stato trasferito in un nuovo alloggio, ma non ne è felice. “La maggior parte delle famiglie rimpiange il fatto d’esser venuta a vivere qui”, racconta.

Agli inizi del mese il sindaco di Rio, Eduardo Paes, s’è vantato sull’Huffington Post di come Rio stia “restituendo vitalità ad aree dimenticate della città, avviando alcuni dei più ambiziosi progetti a lungo termine a cui una città olimpica abbia mai assistito”.

Ma a Vila Autódromo e in analoghi quartieri gli abitanti hanno da tempo rinunciato alla speranza che, a giochi conclusi, il governo mantenga gran parte delle proprie promesse pre-olimpiche.

Nel corso della campagna per la sua rielezione nel 2012, Paes ha descritto un piano ambizioso per migliorare le condizioni nelle favelas di Rio — che ospitano 1,4 milioni di persone — assicurando loro stabilmente corrente, raccolta dei rifiuti, impianti per il trattamento delle acque reflue e altri servizi statali basilari da sempre assenti. Benché il Morar Carioca, il nome di questo piano, non facesse ufficialmente parte del programma per le Olimpiadi, s’affiancava alle promesse del sindaco di adoperare i giochi a beneficio di tutti gli abitanti di Rio.

Invece, non appena ha ottenuto la sua rielezione, Paes ha sostanzialmente abbandonato il Morar Carioca. Solo alcuni piccoli progetti sono stati avviati, spiega Christopher Gaffney docente dell’Università di Zurigo, che a Rio c’è vissuto nel periodo immediatamente precedente ai giochi.

La città di Rio ha già reso noto che dopo la conclusione dei giochi il suo Villaggio Olimpico diventerà un complesso di lusso, le cui unità si venderanno a un prezzo massimo di 925 mila dollari. E nonostante il fatto che nel candidarsi a ospitare le Olimpiadi la città avesse promesso la creazione di “villaggi” dotati di 24 mila nuovi alloggi a basso reddito, ci sono poche speranze che ciò possa effettivamente accadere.

Intanto alcuni degli inquilini andati via dall’Autódromo hanno riferito ad HuffPost Brasile i gravi problemi dei loro nuovi alloggi. “Ci è stato assegnato un appartamento tremendo. Le mura cadevano a pezzi … le fogne si erano rotte. Mi sono lamentato, ma non è successo nulla”, racconta Iran Souza. “La maggior parte delle famiglie rimpiange il fatto d’esser venuta a vivere qui”, racconta.

Insomma con tutta probabilità i Giochi di Rio si concluderanno come tanti altri in precedenza, con case rase a zero, promesse infrante e poveri abitanti la cui unica vera risorsa ormai è pregare i futuri ospiti delle Olimpiadi di non imporre ancora una volta a gente come loro la stessa situazione.

“Alle città che fanno richiesta per ospitare le Olimpiadi, io chiedo di riconsiderare la propria posizione”, dice Luiz Cláudio Silva, l’abitante dell’Autódromo che nel marzo scorso ha perso la propria casa. “Non lasciate che questi eventi distruggano così tante storie di vita”.

Potrebbe esser troppo tardi per riparare agli effetti distruttivi che le Olimpiadi hanno sortito sul Techwood o sull’Autódromo. Ma le loro vicende hanno trovato eco in altre città.

La campagna per la candidatura olimpica di Boston è stata coordinata da organizzatori privati che erano riusciti a convincere il Comitato olimpico statunitense a proporre la città per i giochi del 2024 — era il gennaio del 2015. Dopodiché un gruppo di movimenti d’opposizione è talmente riuscito a dar voce al dissenso dei cittadini che nel luglio dello stesso anno l’USOC ha finito per bloccarla.

La principale argomentazione addotta dagli attivisti si concentrava sul costo dei giochi — e sull’idea che i contribuenti locali avrebbero finito per pagarne il prezzo. Ma paventavano anche il rischio che le Olimpiadi potessero diventare cavallo di troia per progetti immobiliari mal congegnati che avrebbero inevitabilmente finito per allontanare dalle proprie case degli abitanti della città.

“La gente ha cominciato a svegliarsi e a dire: ‘Aspetta un attimo, qui in realtà non si tratta solo di organizzare un evento della durata di tre settimane’”, riferisce Chris Dempsey, consulente politico del luogo e cofondatore di No Boston Olympics, uno dei principali gruppi opposti alla candidatura.

“Ormai fa parte integrale delle Olimpiadi”, sostiene. “Se si costruisce in vista dei giochi olimpici, alla fine si manda via la povera gente”.

(*) Travis Waldron ha scritto da Rio, Londra e Atlanta. Edgar Maciel ha scritto da Rio.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta su Huffpost Usa ed è stato poi tradotto dall’inglese da Stefano Pitrelli

Finanza stai serena

Triskel182

Care Goldman Sachs, JpMorgan, Merryl Lynch e Morgan Stanley, cari Citigroup, Black Rock, Cerberus, Blackstone e Old Mutual, ma anche cari Wall Street Journal e Financial Times, insomma cari signori della famosa finanza mondiale, anche se non ci credete, qui fuori siamo persone educate.

E siccome ci hanno insegnato che quando qualcuno vive nel terrore è cosa giusta provare a tranquillizzarlo, crediamo che adesso sia venuto il momento di accarezzare il capino proprio a voi: per quanto nababbi e un po’ arrogantelli a volte siate.

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Il pesista e l’isola che non ci sarà

segnalato da Barbara G.

Mentre siamo tutti impegnati a guardare le olimpiadi, ad indignarci per il burkini, ad intristirci e a mettere cuoricini sulle foto di bambini estratti vivi dalle macerie di una città siriana (per poi chiedere l’affondamento dei barconi su cui scappano i loro fratelli e cugini), nessuno ha parlato dell’Overshoot Day, che quest’anno è arrivato il 08/08, mentre lo scorso anno è stato il 13/08. Se qualcuno ha detto qualcosa a proposito del riscaldamento globale è stato solo grazie alla danza di questo pesista di Kiribati.

David il sollevatore di pesi delle isole Kiribati ingoiate dal mare

di Maria Rita d’Orsogna – dorsogna.blogspot.it, 16/08/2016

Most people don’t know where Kiribati is.
I want people to know more about us so I use weightlifting, and my dancing, to show the world.

I wrote an open letter to the world last year to tell people about all the homes lost to rising sea levels.

Si chiama David Katoatau, ha 32 anni, fa il sollevatore di pesi ed e’ diventato uno dei personaggi piu’ intriganti di queste olimpiadi di Rio.

David viene dalle isole Kirbati, nel Pacifico, che stanno lentamente scomparendo a causa dei cambiamenti climatici. Anzi lo stesso David ha perso la sua causa dopo l’arrivo di un ciclone particolarmente violento.

E cosi cerca di usare queste Olimpiadi per sensibilizzare il pubblico sui cambiamenti climatici: danza la sua danza ogni volta che e’ il suo turno — una specie di Usain Bolt un po piu in carne.

Danza qui a Rio, durante la cerimonia d’apertura, danza prima dei suoi pesi ed ha danzato ai giochi del Commonwealth a Glasgow nel 2014 quando vinse la medaglia d’oro nel gruppo di sollevatori da 105kg.  Fu la prima medaglia d’oro nella storia delle isole Kiribati, in qualsiasi evento sportivo.

E poi, dopo avere incuriosito tutti, che magari neanche sanno dove stanno le isole Kiribati,  twitta e scrive su facebook cosa sta accadendo alle 21 isole che compongono il suo paese: erosione costiera e, se nessuno fa niente, la catastrofe: le isole scompariranno presto.

Nel 2015 David scrisse anche una lettera a tutti i membri del Commonwealth Games Federation in cui ricorda ai paesi piu’ ricchi che le isole Kiribati non hanno i soldi per salvare se stessi. Anzi, ricorda che hanno a malapena le risorse per impianti sportivi!

Dice che non c’era la palestra quando lui era bimbo, e non c’e’ la palestra neanche adesso. Dice che si allenava in spiaggia, alle 6 del mattino prima che il sole rovente arroventasse pure la sua barra. Poi si trasferi’ in Australia per continuare la sua formazione atletica.

Con i soldi della vittoria del 2014 (poco piu di 8,000 dollari) fece costruire una casa per i suoi genitori che pero’ venne distrutta dal ciclone.  Ne hanno costruita un altra, ma sa gia’ che anche questa potrebbe svanire.

Nella sua categoria qui alle olimpiadi e’ arrivato sesto. Ha sollevato cinque barre, ma poi a quella dei 350 kg si e’ arreso.

Ha baciato la barra, ha fatto la sua danza anti-cambiamenti climatici ancora una volta, e la folla l’ha riempito di applausi.

Ecco alcune foto dalle isole di Kiribati.

2008

2015

2008

2015

2008

2015

Come ti confeziono il nemico

segnalato da Barbara G.

di Chiara Cruciati – ilmanifesto.info, 21/10/2015

Saggi. «La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione», di Nurit Peled-Elhanan. L’autrice analizza 17 manuali (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati negli istituti pubblici israeliani dal 1997 al 2009, evidenziando la fabbricazione della memoria collettiva ad uso e consumo dell’odio per gli arabi.

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Una scuola bilingue in israeliano e arabo a Gerusalemme © Foto Reuters

A quattro anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia uno dei libri che meglio analizza la società israeliana e la narrazione collettiva su cui fonda la sua apparente unità: La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione, di Nurit Peled-Elhanan (EGA-Edizioni Gruppo Abele, pp.288, euro 18) apre uno squarcio nel radicato sistema di propaganda interna che ha accompagnato per decenni la costruzione dello Stato di Israele. Un sistema che si regge su pilastri indiscutibili e che accompagna ogni israeliano nel percorso di crescita, dalla scuola all’esercito fino al mondo del lavoro: la disumanizzazione del palestinese, la cancellazione e l’omissione della narrativa araba, la creazione di una memoria collettiva in contrasto con la Storia.

Partendo dallo studio dettagliato di 17 libri (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati nelle scuole pubbliche israeliane dal 1997 al 2009, Peled-Elhanan imbastisce un’analisi onesta ed approfondita della natura stessa dello Stato israeliano attraverso diversi strumenti: da «analista della narrativa», come si definisce nella prefazione, Peled-Elhanan intesse una trama fatta di studi sociologici e antropologici, esperienza diretta e conoscenza profonda della realtà politica e sociale israeliana, ricerca sul campo. I risultati si dipanano sotto gli occhi del lettore, in un incalzante elenco di esempi volti a dimostrare la tesi dell’autrice: la scuola è il primo mezzo di creazione della memoria collettiva, di una narrativa nazionale per uno Stato e un popolo frammentati, frutto di un’immigrazione «forzata» da ogni angolo del mondo. L’istituto scolastico è il cuoco che sforna un’identità condivisa e comune, non fondata su fatti storici ma sulla loro interpretazione, la loro negazione o la loro omissione.

Così la memoria fabbricata finisce per prevalere sulla Storia e si radica nelle menti delle giovani generazioni, mantenenedo in piedi una società che riproduce, sempre uguali a se stessi, i propri schemi mentali. La conseguenza, tuttora visibile in Israele, è la creazione a tavolino di una società «sotto assedio», convinta di essere preda di un mondo ostile. La «mentalità da accerchiamento», spiega l’autrice permette alle autorità di modellare l’individuo, accompagnarlo nel cammino da studente a soldato a lavoratore verso la forma mentis desiderata.

Gli esempi riportati nel libro variano, spaziando dalle immagini a corredo dei testi scolastici fino alla terminologia utilizzata. Merito dell’autrice è l’analisi del libro di scuola nella sua interezza: ne studia il linguaggio, le mappe, le immagini, la grafica. Niente è lasciato al caso, tanto meno la presenza più o meno occulta di giudizi morali ed etici. Ed ecco che i massacri compiuti dalle milizie paramilitari sioniste nel ’47 e ’48 (Haganah, Irgun-Etzel, Stern) si trasformano in «atti gloriosi, azioni di redenzione e salvezza, compiuti da ’superbi combattenti, eroi dall’eccellente audacia’».

A completare il quadro, c’è la presenza-assenza palestinese. Disegnando mappe senza confini, senza Linea Verde, dove la Cisgiordania diventa Giudea e Samaria e Gaza e le Alture del Golan Siriano parte integrante del grande Israele, l’altro, l’arabo, non esiste. E se esiste, spiega l’autrice, è marginalizzato o additato come pericolo all’identità ebraica nazionale. La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, non è citata o è giustificata; il palestinese è disumanizzato, descritto come selvaggio a cavallo di asini o cammelli, non educato, «geneticamente terrorista, rifugiato o primitivo», caricatura negativa di se stesso. È parte integrante di quel mondo araboin cui va esiliato, ma allo stesso tempo è privato della cultura e le tradizioni che nei secoli ha prodotto: «In nessuno dei libri di testo viene trattato, verbalmente o visivamente, alcun aspetto culturale o sociale positivo del mondo palestinese – scrive l’autrice – Né la letteratura, né la poesia, né la storia o l’agricoltura, né l’arte o l’architettura».

Muovendosi su piani diversi, evitando stereotipi e semplificazioni e curando i dettagli, Peled-Elhanan decostruisce il sistema della propaganda israeliana verso i suoi stessi cittadini. Il cui obiettivo è chiaro, come si legge nelle pagine finali: «I libri di testo presentano la cultura ebraico-israeliana come superiore a quella arabo-palestinese, il comportamento ebraico-israeliano come allineato ai valori universali».

La sua autrice, Nurit-Peled Elhanan, è docente di Educazione del Linguaggio alla Facoltà di Scienze dell’Educazione Linguistica alla Hebrew University di Gerusalemme e fondatrice del Tribunale Russell per la Palestina. Nel 2011 è stata insignita dal Parlamento europeo del Premio Sacharov per la libertà di pensiero e diritti umani. Un percorso, il suo, segnato da una storia personale strettamente intrecciata agli sconvolgimenti di questa terra: nipote di Avraham Katsnelson, che firmò la Dichiarazione di indipendenza di Israele e figlia del generale Matti Peled, in prima linea durante la guerra del ’48 e quella del ’67, perse sua figlia Smadar nel 1997 in un attentato suicida. La bimba aveva 13 anni.

Un evento drammatico che non ha modificato l’approccio di Nurit all’occupazione israeliana, ritenuta la responsabile della morte della figlia. E per questo la ricerca si rivolge al mondo fuori: «La versione originale è in inglese, poi tradotta in spagnolo, italiano e arabo – spiega Peled-Elhanan al manifesto – Non esiste in ebraico perché non avrei trovato editori. Ma soprattutto perché, trattandosi di una ricerca accademica, è rivolta a professori, ricercatori, studenti di tutto il mondo. Voglio parlare alle opinioni pubbliche straniere, nessuno getta mai lo sguardo sulla società israeliana».

«Il mio obiettivo era svelare l’architettura della propaganda sionista, un modello che si propaga a educazione, arte, letteratura, archeologia, musica, teatro. Tutte le discipline sono reclutate per dare vita a una storia comune che ovviamente il popolo israeliano non ha, provenendo da ogni parte del mondo». E il sistema, come si evince dal libro, è vincente: «Gli israeliani diventano buoni soldati da subito, dall’età di 3 anni – ci dice l’aturice – Molti di loro non hanno mai visto un palestinese prima di entrare nell’esercito e quando lo incontrano lo identificano come un nemico. È un sistema di successo perché pervasivo, invade ogni settore. Non c’è un’altra realtà visibile. Nessuno in Israele sa cosa sta succedendo in questi giorni, chi vive a Tel Aviv non lo sa, chi vive a Gerusalemme Ovest non mette piede a Gerusalemme Est».