Mese: luglio 2016

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Costituzione e ambiente

segnalato da Barbara G.

La riforma costituzionale: ambiente e associazioni ambientaliste

Un nuovo contesto fra azione del Governo nazionale e territori

di Carlo Galletti (*) – greenreport.it, 6 giugno 2016

La complessa architettura della riforma costituzionale su cui il 16 ottobre 2016 i cittadini italiani saranno chiamati a esprimersi comprende, fra le varie materie, una completa riscrittura dell’articolo 117 della Costituzione che ridisegna completamente le competenze dello Stato e delle Regioni su ambiente e tutela del paesaggio.

Fra tutti i temi oggetto della campagna dei due opposti fronti del SI’ e del NO alla riforma, questo è rimasto in ombra, non solo perché l’ambiente nel nostro Paese è posto spesso in fondo alla scala delle priorità, ma soprattutto perché è mancata la mobilitazione del variegato arcipelago ambientalista, che in occasioni anche molto vicine, come il referendum sulle trivelle dell’aprile scorso, ha dimostrato di sapersollecitare anche in tempi molto rapidi, il consenso di milioni di persone su obiettivi chiari e definiti.

E forse è proprio questo il nodo: è probabile che questo aspetto della riforma non sia percepito come chiaro e definito dagli unici soggetti in grado di influenzare l’opinione pubblica su questi temi. E’ importante quindi, per quanto possibile, chiarire i cambiamenti che sarebbero prodotti dalla riforma costituzionale, in un contesto che vede una continuità di tutti i governi del dopoguerra, nel collegare il progresso e la ripresa economica del paese a programmi di Grandi Opere, culminato nel programma dello “Sblocca Italia” di cui la riforma dell’art. 117 costituisce, anche per espressa ammissione del  governo e l’attivismo in questo senso del ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti, lo strumento operativo privilegiato. Guarda caso, il decreto Sblocca Italia è stato dichiarato incostituzionale (sentenza n. 7 del 2016) proprio per le norme che non prevedono il coinvolgimento delle Regioni, violando gli articoli 117 e 118 della Costituzione sul riparto delle competenze tra Stato e Regioni medesime.

Il nuovo art. 117: competenza esclusiva dello stato e “clausola di supremazia”.

Vediamo in dettaglio le modifiche indotte alla Costituzione formale, prima di analizzare le possibili conseguenze su quella materiale.

Il nuovo art. 117 attua due passaggi fondamentali.

Il primo consiste nel riportare alla competenza esclusiva dello Stato una serie di materie, attualmente affidate alla legislazione concorrente fra Stato e Regioni, fra le quali ne spiccano alcune fondamentali in campo ambientale: tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

Si noti che, insieme alle altre numerose materie riportate alla competenza esclusiva dello Stato, la nuova formulazione dell’art. 117 viene a sottrarre alle Regioni la maggior parte delle competenze legislative, ribaltando completamente la riforma del titolo V operata nel 2001 sotto la spinta  autonomistica della Lega Nord, ma modificando in maniera decisa anche l’impianto costituzionale originario che vedeva nel riparto di competenze fra Stato e Regioni uno dei pilastri del nuovo assetto istituzionale repubblicano.

L’intento dichiarato, ragionevole e condivisibile, di questo aspetto della riforma del 2016, è quello di riparare a un errore della riforma del 2001, che  non chiarendo adeguatamente il riparto di competenze fra Stato e Regioni, ha causato un notevole incremento dei conflitti e del contenzioso che ha molto impegnato da allora la Corte Costituzionale. Secondo i costituzionalisti che hanno diffuso l’appello per il NO, si tratta però di una semplificazione che non tiene conto che i criteri di ripartizione delle competenze, mai difficilmente separabili con un taglio netto, hanno sofferto, specialmente dopo il 2001, della mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione.

Questo argomento pare convincente se si esamina uno dei grandi temi ambientali che hanno attraversato la storia istituzionale del Paese, quello della conservazione della natura con lo strumento dei Parchi e delle Zone Umide di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar. Il contenzioso fra Stato e Regioni che interessò dagli anni ’70 agli anni ’90 del secolo scorso il riparto di competenze su questi temi, e richiese alla Corte Costituzionale, tramite numerose sentenze, uno sforzo di definizione importante( che ha gettato le basi di questa parte del diritto ambientale colmando un ritardo storico del nostro Paese), diminuì significativamente quando la legge quadro sulla aree Protette n. 394 del 1991,  recuperando il nucleo delle principali decisioni della Corte, stabilì un chiaro riparto di competenze inquadrato in una cornice di leale collaborazione fra tutti i livelli dell’amministrazione pubblica nella tutela del “patrimonio naturale del Paese”.

Ecco, è proprio il principio della “leale collaborazione” fra tutti i livelli della pubblica amministrazione nelle materie ambientali che viene spazzato via da questa riforma, sostituendolo con un potere e un controllo esclusivi in capo allo Stato cui verrà ricondotta ogni decisione strategica. Il destino dei Parchi Nazionali, delle Riserve Marine, del Piano Nazionale della Biodiversità spesso abbandonati a sé stessi ,  le Grandi Opere e lo Sblocca Italia come obiettivi  prioritari dell’attività dello Stato, testimoniano quanto questa esclusività sia meritata dal massimo livello della pubblica amministrazione.

Il progetto inoltre pretende sì di eliminare le competenze concorrenti, ma come abbiamo visto definisce in alcune materie una competenza esclusiva dello Stato relativamente alle sole “disposizioni generali e comuni”: ambiguità che immaginiamo sarà foriera di una nuova ondata di contenzioso. Chi deciderà dove finiscono le “disposizioni generali e comuni del governo del territorio” e iniziano le disposizioni specifiche, rispetto ad esempio ai rapporti fra attività economiche e tutela del territorio e del paesaggio? In pratica, il riaccentramento non è uguale per tutte le materie: le materie relative alle Opere Pubbliche, sono riaccentrate in maniera più chiara e meno soggetta a possibili conflitti di attribuzione: protezione civile, energia, infrastrutture, porti e aeroporti.

Un contenzioso come quello che ha contrapposto 10 Regioni al Governo in materia di estrazione di gas e petrolio, con il ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione, non sarà più possibile quando entrerà in vigore il nuovo art. 117.

O forse, rimarrà possibile solo per le Regioni a statuto speciale, per le quali poco o nulla cambia nel dettato costituzionale. Anche di questo aspetto è difficile capire la logica, dovuta forse alla geografia periferica rispetto a opere e infrastrutture delle Regioni suddette.

Il quadro è completato dal secondo passaggio contenuto nella riforma dell’art. 117, la cosiddetta “clausola di supremazia”, dove si prevede che <<Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.>> E quando il Governo proporrà questa assunzione di responsabilità? Per il Ponte sullo Stretto di fronte a qualche amministrazione locale reticente, magari un comune governato proprio dalle forze che a tale Grande Opera si sono opposte? Per il prossimo EXPO? O per le Olimpiadi, dove sarà magari necessario superare l’opposizione di un comune di Roma non allineato alle decisioni del Governo,  mentre 600 ettari di terreno a Tor Vergata sono già disponibili ad accogliere i nuovi cantieri? O per i 12 inceneritori già previsti dallo Sblocca Italia, visto che già il decreto all’articolo 35 definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente”?

Un nuovo contesto fra azione del Governo nazionale e territori

Il ripristino di un forte centralismo statale garantirà soprattutto una maggiore libertà d’azione e una maggiore efficacia ai programmi e alle attività del Governo nazionale, cancellando o riducendo molto la conflittualità, mediante l’eliminazione del ruolo dei territori al tavolo negoziale. E’ vero che spesso le Regioni non sono state certo alfieri della tutela dell’ambiente e del paesaggio, ma dov’è la garanzia che questo ruolo venga assunto in maniera convinta dallo Stato, che anche quando ne aveva facoltà, vedi ad esempio il finanziamento, l’organizzazione e il funzionamento dei Parchi Nazionali, non si è certo affannato troppo, concentrando anzi proprio nella tutela della natura i tagli più consistenti alla spesa pubblica.

E di fronte a un programma ciclopico di opere pubbliche come lo “Sblocca Italia”, quali saranno i poteri che potranno se non impedire, quantomeno adattare un simile programma alle specificità e alle vulnerabilità del territorio? Che garanzia c’è che la conoscenza puntuale e specifica del territorio sia rispettata quando ogni decisione sarà ricondotta in mano allo Stato?

Cosa cambierà nel modus operandi delle associazioni ambientaliste, specialmente di quelle, come Legambiente, LIPU, WWF, Amici della Terra, che nella gestione e cura del territorio hanno riposto le loro energie, in modelli organizzativi che vedono un coordinamento efficiente fra centro e periferia come punto di forza ? Poco forse, visto che il collegamento fra la conoscenza di dettaglio del territorio e le capacità di interlocuzione delle rappresentanze associative a livello nazionale, sarà garantito da strutture snelle e da un ottimo coordinamento fra i vari attori? Si tratterà di un semplice cambiamento di referenti, non più lo Stato e le Regioni ma solo lo Stato?

E’ difficile avere capacità predittive adeguate, però, visto che l’intento della riforma è quello della semplificazione del processo decisionale mediante l’eliminazione del ruolo e della titolarità di un interlocutore spesso scomodo e battagliero come l’ente regionale, è difficile immaginare che anche il ruolo spesso scomodo e battagliero delle associazioni avrà lo stesso peso di adesso, trattandosi oltretutto di organizzazioni che non hanno certo un riconoscimento esplicito a livello costituzionale, se non nelle scarne previsioni sulle “formazioni sociali”. E le possibilità di militarizzazione del territorio già previste dalla legge per le opere strategiche, largamente sperimentate nella realizzazione della TAV, dovrebbero chiarire quale spazio potrebbe essere disponibile per eventuali velleità movimentiste.

Il tutto in un modello pervasivo di semplificazione emergenziale delle decisioni capace potenzialmente di estendersi alla maggior parte delle infrastrutture, degli impianti energetici, dei porti e aeroporti, consentendo enormi colate di cemento se necessario presidiate militarmente, con buona pace per il territorio, la partecipazione, ma anche la salute, l’economia, e anche un po’ la democrazia.

La riforma non garantisce che le Grandi Opere non continueranno ad essere quello che nel nostro Paese spesso sono: fonte di sprechi, corruzione, infiltrazione della criminalità organizzata, danni al territorio e alla salute, non sempre con un reale aggancio alle necessità dei trasporti e dell’economia ma talvolta frutto della pressione di potenti lobbies interessate a cospicui budget. La riforma rende semplicemente le Grandi Opere più facilmente realizzabili: autostrade, ferrovie ad alta velocità, trivellazioni, impianti petroliferi, inceneritori, gasdotti e rigassificatori saranno realizzati con minori incertezze, lacci e lacciuoli. Qualche anticipazione l’abbiamo avuta con la TAV, le trivelle, la variante di valico: il modello è quello, comunità locali e partecipazione possono stare “sereni”.

Associazioni, azione locale e pensiero globale: un nuovo paradigma?

Questo nuovo modello cambierà i connotati stessi sia dell’azione locale sia di quella globale delle associazioni ambientaliste, che adesso si esplica su tre livelli: locale, regionale e nazionale, riducendoli a due mediante l’eliminazione del livello intermedio, ma tendenzialmente, sulle Grandi Opere, riducendosi al solo livello nazionale.

Cambierà e rischierà di ridursi drasticamente l’incisività e la possibilità di interlocuzione, se non per quei temi per i quali le associazioni avranno la capacità di attivare faticose campagne nazionali. E sperando che fra le forze politiche non prevalgano coloro che vedono nello strumento repressivo un valido aiuto all’azione di governo, perché in questo caso gli spazi legali di azione sarebbero veramente ridotti al lumicino.

Finora, pochissimi segnali di allarme sono giunti dal movimento ambientalista, se non ad opera di pochi previdenti giornalisti e del Coordinamento nazionale No Triv.

Le grandi associazioni ambientaliste nazionali non intendono prendere posizioni decise, per non creare spaccature interne fra chi vede la riforma costituzionale, pur con aspetti contraddittori, comunque un modo per dare una scossa al Paese, e chi ne evidenzia invece gli aspetti critici e i caratteri autoritari. Con la evidente contraddizione di essere state in prima fila contro i provvedimenti governativi sulle trivelle e il successivo referendum, ma di non avversare l’approccio semplificativo e tendenzialmente autoritario incardinato nella riforma dell’art. 117 che tali provvedimenti ha prodotto, e molti altri in vari campi ne produrrà.

Il rischio di non scegliere quindi, è enorme, perché la posta in gioco è da un lato la modifica della configurazione fisica del territorio italiano, dall’altro l’identità stessa e il ruolo delle associazioni. Certo non sarà la fine del mondo, la creatività e le capacità di interlocuzione politica dell’arcipelago ambientalista non verranno certo azzerate. Un simile cambiamento epocale richiederebbe però, almeno un adeguato approfondimento, quello che nelle moderne tecniche di gestione ambientale è la Valutazione di Impatto insieme alla Valutazione del Rischio.

(*) già consigliere del Parco Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli

Chiamare le cose col loro nome

segnalato da Barbara G.

di Roberto Settembre – libertaegiustizia.it, 25/07/2016

Il 15 luglio 2016 Ron Ben Ysai sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ha detto: “Les démocraties occidentales sanctifient les droits de l’homme. Confrontées à une situation d’urgence, il va falloir qu’elles privilégient le caractère sacré de la vie par rapport aux sacro-saintes libertés individuelles”.
Affermazione quantomeno singolare, non essendo fondata neppure su un esame attento dei principi acquisiti negli ordinamenti delle democrazie occidentali: parliamo della CEDU, ad esempio, e della Convenzione di New York.

Infatti la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) ratificata dall’Italia con L. 4.8.55 n. 848, che al Titolo I sancisce il diritto alla vita (art. 2), alla libertà e sicurezza (art. 5), al processo equo (art. 6), al rispetto della vita privata e famigliare (art. 8), alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art.9), di espressione (art. 10), di riunione e di associazione (art. 11), di matrimonio ( art. 12), di ricorso effettivo (art. 13) e impone il divieto di tortura (art. 3), di schiavitù e del lavoro forzato (art. 4), di pena senza legge (art.7), di discriminazione (art. 14), di abuso del diritto (art. 17), pur prevedendo all’articolo 15 la “deroga agli obblighi della Convenzione in caso di stato di urgenza o di guerra o altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”, sancisce che:
“La disposizione precedente non autorizza alcuna deroga all’articolo 2, salvo per il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra, e agli articoli 3, 4 (paragrafo 1) e 7”.
E l’articolo 3, ricordiamo, statuisce il divieto di tortura con le parole: “Nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Ne consegue dunque un corollario evidente: non è vero che il reato di tortura impedirebbe allo Stato di agire in maniera efficace contro i pericoli di una grave emergenza, potendo l’Alta Autorità addirittura sospendere tutta una serie di diritti previsti dalla Convenzione, meno quelli di cui agli artt. 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di tortura) e 4 (schiavitù e lavoro forzato).

Ciononostante, commentando l’iter parlamentare per l’approvazione del reato di tortura, da pochi giorni sospeso e rinviato a data da destinarsi, il direttore del quotidiano Libero, Vittorio Feltri, ha detto: “Il reato che si vorrebbe castigare è quello di tortura. Ma quando si sostanzia la tortura? Quando si spengono sigarette sulle guance dei malviventi? Quando ad essi si infila un tizzone ardente nel retto? Quando li si interroga esercitando pressioni psicologiche eccessive? Quando si prendono a manganellate sul cranio certi dimostranti che spaccano vetrine e danno fuoco ai bancomat? Non si sa”.

La risposta a una simile affermazione è contenuta in modo esplicito nella Convenzione di New York del 1984, ratificata dall’Italia nel 1989, e quindi entrata nel nostro ordinamento
“Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate”.

Questo basterebbe per replicare in modo efficace e credibile a tali prese di posizione, quando la definizione del fatto e il suo inserimento nella Convenzione europea rendono inequivocabile la scelta di campo delle democrazie occidentali.

Invece, a 15 anni dai fatti del G8 di Genova luglio 2001, l’introduzione nel nostro ordinamento penale del reato di tortura è fermo al palo a data da destinarsi e, come ha pesantemente stigmatizzato l’on. Luigi Manconi, (cioè colui che propose anni fa il disegno di legge di cui parliamo) “un Senato inqualificabile e infingardo… ha argomentato sull’attentato di Nizza collegandolo al rischio, nel caso di approvazione della legge sulla tortura, di disarmare polizia e carabinieri davanti alla minaccia jihadaista”.

Tanto premesso occorre chiarire che in ogni Stato ci sono istituzioni che hanno il monopolio dell’esercizio della violenza e della forza. E sono le Forze dell’Ordine. Ma come la storia insegna, ogni potere, se non ha bilanciamenti e limiti al suo operato, tende a strabordare. E questo, detto banalmente, è un concetto generale sul quale si fonda l’ordinamento democratico. La tortura ne è una manifestazione, la più orrenda in tempo di pace, con cui il potere delle istituzioni che hanno il monopolio della forza e della violenza oltrepassa i propri limiti sugli inermi. I fatti di Genova del 2001 sono stati spaventosi, la peggior manifestazione di forza bruta su persone indifese dopo la seconda guerra mondiale in Italia.

Ma la lezione non è servita, e non è stato fatto ancora nulla in concreto per regolare l’esercizio della violenza da parte dello Stato, onde evitare che si ripetano e rimangano impuniti gli eventuali reati ad essa conseguenti. Ovviamente dobbiamo parlare di singole vittime piuttosto che di fatti aventi dimensioni collettive come è successo a Genova; ma cose del genere sono accadute ancora nelle caserme, nelle carceri e in altri luoghi, ripetendosi meccanismi simili nei casi Aldovrandi, Cucchi, Uva, per esempio, ma ben più numerosi quando non hanno causato la morte delle vittime.

Sul punto allora, quando si parla di questi fatti, definibili impropriamente e ingiustamente minori, bisogna evidenziare un allarmante sviamento dell’attenzione, causato dalla difficoltà di identificare la reale natura di queste condotte delittuose.

Si pensi cioè ai reati contestati ai pubblici ufficiali, quali minacce, percosse, lesioni volontarie, abuso di atti d’ufficio, che, nella loro dinamica fenomenologica, sfiorando e confondendosi con l’uso legittimo della violenza, spesso finiscono per camuffarsi nel superamento colposo della loro liceità. La conseguenza, allora, si riflette in prese di posizioni analoghe a quella del direttore di Libero: “Cos’è la tortura? Non si sa”. Pertanto, onde evitare pericolose imprecisioni, è necessario chiarire due aspetti.

Il primo, e bisogna dolorosamente prenderne atto, è che tali eventi si sono verificati ancora negli ultimi quindici anni senza che, nella maggior parte dei casi, siano stati identificati con certezza gli autori, e senza che ad essi abbia fatto seguito idonea sanzione.

Il secondo è che devono essere chiamati col loro nome: ma per essere chiamati col loro nome è indispensabile che ci sia una norma che lo preveda.
Sul punto è interessante rilevare come (e di ciò ne ebbi contezza nel corso del mio lavoro di giudice estensore della sentenza di appello sui fatti della Caserma di Bolzaneto nel G8 2001 a Genova) ci sia stata una fiera opposizione anche al solo uso della parola “tortura”, tanto che nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per averla praticata su un cittadino (ricorrente alla CEDU) in occasione dell’assalto della polizia alla scuola DIAZ.

Eppure l’Italia non solo ha ratificato la CEDU, ma anche, nel 1989, la Convenzione di New York del 1984, per cui non ci sono scuse per negare questa verità: il concetto è chiaro, l’ordinamento italiano lo ha recepito ratificando le Convenzioni, i fatti hanno dimostrato che la pratica della tortura non è estranea all’operato delle nostre FF.OO.

I fatti, appunto. Ma mentre i fatti-reato commessi dai manifestanti, ad esempio, hanno una precisa e severa connotazione giuridica, come la devastazione e il saccheggio, per cui le eventuali sentenze di condanna hanno la chiarezza inequivocabile del giudicato, gli eventuali fatti-reato commessi dai pubblici ufficiali, senza il loro giusto nome, restano imprecisi nella loro gravità, tanto che spesso i delitti che li connotano si estinguono per prescrizione, impedendo sia la giusta sanzione, sia un’adeguata indignazione collettiva che sarebbe utile in vista di un’evoluzione legislativa finalizzata a ridurre drasticamente in nuce il pericolo o la propensione a commettere tortura.

Sono infatti convinto che l’indignazione collettiva, se questi delitti venissero chiamati col loro nome, aprirebbe la strada all’ingresso dei principi costituzionali nelle scuole di formazione delle FF.OO, e, attraverso i codici identificativi (caratterizzati da tutte le cautele necessarie per garantire la sicurezza del pubblico ufficiale) sulle divise o sugli elmetti degli agenti, costituirebbe un valido deterrente.

Ma l’Italia, nonostante la messa in mora dell’ONU, e nonostante la condanna della CEDU, si è sempre rifiutata e continua a rifiutarsi di approvare il reato di tortura, come se fosse un tabù.

E questa non è cosa di poco conto: il concetto di tortura, la sua definizione normativa, il suo ingresso nell’ordinamento penale, non solo servirebbero a definire senza infingimenti determinate condotte criminali, ma costituirebbero un terreno di abominio sul quale chi volesse praticarla si muoverebbe con difficoltà.
Tuttavia ciò non è sufficiente, dovendosi fare anche una riflessione sugli effetti dell’introduzione di questo reato, perché quando questo tipo di norma non è efficace perde completamente la sua valenza deterrente.

Pertanto una norma che consenta di pronunciare in nome del popolo italiano una sentenza passata in giudicato e che permetta così all’opinione pubblica di aver chiaro cosa è stato commesso e da chi, non deve solo chiamare le condotte criminali col loro nome, ma deve individuarle, esemplificarle e renderle perseguibili.

Ebbene, credo che il progetto di legge, ormai congelato in parlamento, sia insufficiente e abbia limiti giganteschi gravidi di conseguenze negative per la giustizia.

In primo luogo la tortura, in questo disegno di legge, è qualificata come reato comune, così, per intenderci, come il furto che può essere commesso da chiunque, privandola viceversa della sua vera valenza, che nelle Convenzioni internazionali la identifica come precipuo delitto dello Stato, che solo lo Stato può commettere attraverso l’operato del pubblico ufficiale o di chi si fregia di questa qualità, sull’inerme alla sua mercé.

Reato proprio, quindi, e non reato comune.

Questo concetto è così importante, essendo la tortura un delitto talmente orrendo che in tutte le Convenzioni se ne prescrive l’imprescrittibilità, che se ne coglie un riflesso anche nella nostra Costituzione.

Si noti cioè che all’art. 13 è contenuta l’unica e sola ipotesi punitiva della nostra legge fondamentale: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

Ciò significa che la legge suprema dello Stato, fondativa della Repubblica democratica, sancisce non solo l’illiceità di questo tipo di violenza, ma la identifica come la più esecranda, e ne chiede la punizione, perché trattasi di un illecito tanto grave da mettere a rischio il senso stesso della Repubblica.

Codificare il reato di tortura come reato comune, significa tradire uno dei fondamenti della Costituzione della Repubblica Italiana, nata proprio per liberare gli esseri umani dal sopruso del potere.

La tortura è il delitto che non può e non deve venir confuso con i delitti che possono commettere gli individui privi dell’autorità dello Stato, essendo appunto solo e soltanto il delitto dello Stato, quando esercita il suo potere illimitato sull’inerme nelle sue mani.

Detto questo, e rilevato come questo disegno di legge preveda un’aggravante specifica qualora la tortura venga commessa dal pubblico ufficiale (aggravante facilmente vanificabile col bilanciamento delle attenuanti, le riduzioni di pena dei riti alternativi, tali da rendere del tutto priva di deterrenza la pena), va rilevato come anche nella costruzione della fattispecie rechi gravissime incongruenze.

Una di queste sta nel prevedere la necessità di provare la commissione di “violenze e minacce” (miracolosamente è stato cassato il -reiterate- così come era stato inserito nel disegno approvato alla Camera) per cui una singola violenza non costituirebbe tortura, come, ad esempio, spegnere una sigaretta in un occhio della vittima!

Ma c’è di più: per provare l’avvenuta tortura dovrebbe venir provato anche il danno psicologico, non essendo sufficiente provare l’evento. Provare l’avvenuto gioco della ruolette russa sulla vittima non basterebbe, senza aver provato il danno psicologico!

E’ chiaro allora che bisogna domandarsi perché mai si intenda introdurre una simile fattispecie di reato, e perché, ciononostante, lo si ritenga rischioso e limitante per le FF.OO.

C’è forse la volontà nascosta di far entrare nel nostro ordinamento qualcosa di simile alla prospettiva ventilata dal giurista americano Alan Dershowitz, che ha proposto, non potendo impedirsi la pratica della tortura, di introdurla in modo soft, legittimando l’uso di aghi sterili sotto le unghie del torturato ad opera di specialisti assunti con regolare concorso, previo mandato di tortura emesso dal giudice in caso di urgenza?

Se non ci sono limiti alla barbarie contro la quale sono state eretti i baluardi delle Convenzioni internazionali e in nome delle quali opera la CEDU, certamente nel nostro Paese esiste un problema di formazione delle FF.OO, mancando un’introiezione profonda dei principi costituzionali posti a salvaguardia dei diritti dell’uomo.

E ciò senza negare che nelle FF.OO siano presenti persone rispettabilissime, consapevoli del proprio ruolo e della propria funzione (tra di esse ci sono e ci sono stati veri eroi). Ma questo è un altro discorso: il problema è generale ed è quello della formazione specifica in vista di questo tipo di funzione, non potendosi lasciare all’iniziativa personale o alla coscienza del singolo il rispetto delle regole.

L’introduzione del delitto imprescrittibile di tortura ne costituisce un caposaldo imprescindibile.

All you need is hate

segnalato da Barbara G.

Odio, il grande business dei tempi nuovi

di Flavia Perina – stradeonline, 29/06/2016

Lo chiamiamo hate speech e lo immaginiamo come una galassia di bulli da tastiera che invadono la rete di messaggi ansiogeni, invettive, notizie terrorizzanti. Povera gente ossessionata. ‘Un immigrato arrestato ogni quattro minuti’, dice l’hate speech. ‘Prendiamo le armi contro i migranti’. ‘Un milione di immigrati disperati verso l’Europa’. Solo che non è hate speech: è il Daily Express, uno dei più popolari tabloid inglesi, un milione e mezzo di copie vendute e 14 milioni di ‘lettori’ in rete.

Con titoli analoghi escono, da mesi, il Sun (1.800mila copie) e due terzi dei più venduti giornali della Gran Bretagna, un posto dove l’editoria quotidiana è ancora estremamente florida e dove i gruppi editoriali sono colossi della multimedialità (il Sun è di Rupert Murdoch, non di un qualsiasi Paperoga). L’odio, insomma, comecore business dell’industria delle notizie e motore di record di vendita e consultazione online. E l’industria delle notizie che sdogana quotidianamente l’odio, rendendolo sentimento socialmente presentabile, anzi tendenza di costume, “moda” interclassista che mette insieme giovani sbandati delle periferie e alta borghesia nostalgica del passato.

Immaginiamo che cosa sarebbe successo tra i ’70 e gli ’80 se una parte dell’industria editoriale avesse deciso di far soldi legittimando la causa impresentabile del terrorismo, se l’elogio della rivolta armata non si fosse limitato ai samizdat dell’eversione ma fosse diventato la bandiera di quotidiani diffusi in milioni di copie. Avremmo avuto fucilazioni di massa per le strade, forse una guerra civile. Beh, adesso sta succedendo metaforicamente questo.

Anche perché attraverso la rete le parole dell’odio, le notizie dell’odio, raggiungono ogni angolo del villaggio globale, determinando, oltre che buoni affari, anche carriere politiche importanti, in un circolo vizioso che si auto-riproduce: le due star del momento sono Boris Johnson, che nasce come giornalista dell’area conservatrice, e Donald Trump, già icona televisiva e potentissimo testimonial della multinazionale delle telecomunicazioni e dell’energia Acn Inc.

Si è molto riflettuto sui dati “generazionali” del voto inglese, ma assai poco sul dato “scientifico” del business dell’odio e sulla sua ricaduta sociale. Tuttavia, il meccanismo è evidente, anche da noi. Nel corso delle elezioni europee del 2014 l’Enar (European Network against Racism) ha monitorato le dichiarazioni discriminatorie in rete: l’Italia si è distinta per il maggior numero di status d’odio verso migranti, richiedenti asilo, musulmani.

L’aspetto specifico della nostra situazione è che frasi, post e video non provenivano da ignoti “fomentatori” ma da affermazioni di candidati o da loro interventi televisivi. L’odio fa ascolto. L’odio porta voti. Ne sono consapevoli sia i diretti interessati sia i network generalisti, e non è casuale la loro predilezione per personaggi “capaci di tutto”: l’estremismo alza l’audience e porta click – quindi pubblicità – a costo zero, è il grande affare del momento. Al secondo posto di questa triste classifica c’è il Regno Unito. Seguono Lettonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

L’odio, sdoganato dalla politica, dalla televisione e dal giornalismo, non è più un sentimento di cui i singoli debbano vergognarsi. L’odio va di moda. Dopo un secolo in cui era additato come atteggiamento antisociale e riprovevole, è diventato un’opinione legittima e addirittura desiderabile. Se i grandi movimenti pacifisti, tra i ’60 e gli ’80, avevano insediato nell’immaginario collettivo l’idea di un mondo libero e senza guerre che emarginasse la violenza e lo scontro tra popoli, il business del rancore ha visto nella crisi globale una colossale opportunità di buoni affari e ha rovesciato il paradigma. All You Need Is Hate.

E i buoni affari sono arrivati a cascata per tutti: i grandi network hanno aperto le porte, i minuscoli editori fai-da-te ci si sono buttati dentro per raccogliere le briciole. Siti come ImolaOggi o Catena Umana.eu o NoCensura possono guadagnare (secondo il Sole 24Ore) tra i mille e i duemila euro al giorno se producono una “bufala” che si diffonde viralmente: considerando che alcune di queste realtà sfornano un titolo ogni quarto d’ora si ha un’idea della consistenza del mercato dell’odio.

Così, dopo l’era soporifera del politically correct, scopriamo il mondo inquietante del politically un-correct: non è il paradiso di libere opinioni e ragionamenti spigolosi ma onesti che ci avevano raccontato, ma un territorio piuttosto oscuro, dove la libera informazione si trasforma in libero linciaggio, e trova remunerazione in questo senza che sia immaginabile una rivincita della razionalità, perché la massa di soldi, interessi, carriere attaccata all’Hate Politics è troppo colossale per essere ricondotta alla ragione.

E dentro ci finiscono, come sempre avviene, sentimenti tutt’altro che disprezzabili: la rabbia dei disoccupati, la frustrazione dei giovani, le paure del ceto medio, la rivolta contro la società delle diseguaglianze, tutto incanalato verso la ricerca di un capro espiatorio – gli immigrati, principalmente – da sgozzare per placare il dio. Salvo accorgersi, poi, come è successo in Inghilterra, che non si è risolto un bel niente.

Il golpe e l’indignazione pelosa

segnalato da Barbara G.

Turchia: il golpe e l’indignazione pelosa

di Fulvio Scaglione – fulvioscaglione.com, 20/07/2016

“Scene rivoltanti di giustizia arbitraria e vendetta”, fa dire la cancelliera Merkel ai suoi portavoce. Per aggiungere di persona che la reintroduzione della pena di morte “significherebbe la fine delle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea”. Il dopo-golpe della Turchia è scandito dagli arresti ordinati da Recep Erdogan, che ormai si contano a migliaia tra soldati, poliziotti, prefetti, governatori e magistrati. Ma anche dai moniti e, come si vede dal caso tedesco, anche dalle minacce che arrivano da Occidente.

La Merkel non è stata l’unica a legare pena di morte e accoglimento nella Ue. Lo hanno fatto anche Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, e il nostro ministro degli Esteri Gentiloni. Al coro europeo si è unito il solista d’oltreoceano. Gli Usa, per bocca del segretario di Stato John Kerry, hanno addirittura legato “il mantenimento dei più alti standard di rispetto per le istituzioni democratiche e per l’applicazione della legge” alla permanenza della Turchia nella Nato.

Tutto questo avrà di sicuro una qualche influenza sul modo in cui Erdogan deciderà di varare il nuovo atto del suo regno sulla Turchia: il terzo, quello del potere assoluto, dopo il primo del consenso conquistato con il decollo economico e il secondo dell’avventura imperialista neo-ottomana. Allo stesso tempo, però, rivela tutto il disagio con cui l’Occidente, e non da oggi, maneggia il “caso Turchia”.

Certo, la gigantesca purga che Erdogan vuole varare, agitando su golpisti veri e presunti la spada della pena capitale, lo porterà ben lontano da ciò che, in termini di applicazione della democrazia e amministrazione della giustizia, si richiede a un Paese dell’Unione Europea.Ma non è che prima del golpe la Turchia fosse molto vicina. Negli ultimi anni Erdogan ha varato una serie di riforme che hanno regalato ai servizi segreti (nei giorni scorsi il suo vero baluardo) poteri insindacabili, tolto alla magistratura gran parte dell’indipendenza rispetto al potere esecutivo, ridotto il diritto alla libera espressione, mortificato la libertà di stampa, limitato fortemente i diritti civili.

Non si sentivano, allora, molti appelli alla moderazione e al rispetto dei sacri principi.Allo stesso modo, nel recente passato né gli Usa né la Nato (di cui Kerry, è bene notarlo, parla come di una proprietà privata) si preoccupavano degli “alti standard” che ora invocano, nemmeno di fronte alla repressione nelle regioni curde o alla benevolenza della Turchia nei confronti delle decine di migliaia di foreign fighters che attraversavano il suo confine per andare a sterminare gente in Siria e in Iraq. Anzi, allora la Nato degli “alti standard” si impegnava a proteggerlo, quel confine, e a stendere il proprio velo militare a sostegno di Erdogan. Succedeva l’altro ieri, non mille anni fa.

Finché la Turchia faceva comodo per intercettare, ben pagata, i profughi che tanto inquietano gli europei o per smembrare la Siria di quell’Assad tanto inviso agli americani e ai loro alleati in Medio Oriente, la moderazione di Erdogan non sembrava così indispensabile. Oggi sì. Ma oggi forse è tardi: il cavallo scosso Erdogan da tempo non risponde alle redini dell’Occidente ed è difficile che lo faccia, sia che abbia superato un golpe vero (che comunque non può avere mandanti solo interni alla Turchia), sia che ne abbia organizzato uno finto. Comunque, dopo aver ottenuto un potere quasi assoluto.

In questo clamoroso riposizionamento collettivo, c’è un personaggio che bada bene a non farsi notare ma potrebbe intascare un ottimo dividendo economico e politico: Vladimir Putin. Il signore del Cremlino è stato uno dei primi a parlare con Erdogan dopo il vero-finto golpe e i due si sono promessi di incontrarsi al più presto. La crisi seguita all’abbattimento del caccia russo nel novembre del 2015 aveva mandato all’aria scambi commerciali del valore di 45 miliardi l’anno e un rapporto strategico per entrambi i Paesi, soprattutto nel settore dell’energia. Lo zar e il califfo si erano rappacificati poche settimane fa e rilanciare l’intesa è ora negli interessi di entrambi. Della Turchia, se vorrà proseguire nel duro confronto con l’Europa e gli Usa. Della Russia, che in quel confronto è da tempo impegnata.

Pubblicato su Avvenire del 19 luglio 2016

Il senso di Marchionne per gli affari

segnalato da Barbara G.

Nel 2018 scade l’accordo sugli “incentivi” tra il gruppo nato a Torino e il governo di Belgrado

La fabbrica Fiat in Serbia e il senso per gli affari di Sergio Marchionne

Viaggio a Kragujevac, nello stabilimento della 500L. Avrebbe dovuto produrre 300mila auto, ma nel 2015 dalle linee ne sono uscite meno di 92mila. Intanto l’azienda, che è diventata FCA, ha spostato in Turchia i nuovi modelli, come la Tipo, e annunciato nuovi licenziamenti

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 18/07/2016

Una Fiat Punto percorre in retromarcia il ponte che collega la città serba di Kragujevac -170mila abitanti, 140 chilometri a Sud della capitale Belgrado-, allo stabilimento della “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”. Dal finestrino abbassato spunta un uomo, sorriso di circostanza e polo a marchio Fiat; l’invito è quello di non fare altre fotografie alla facciata dove c’è un’enorme “500L” -la monovolume compatta che la multinazionale dell’auto con la sede centrale in Olanda (Fiat Chrysler Automobiles NV) produce qui in Serbia- la cui sagoma è rappresentata dalle figure di tanti suoi colleghi. Accanto agli operai verniciati c’è una scritta: Mi smo ono što stvaramo, siamo quello che produciamo.

L’atteggiamento dell’uomo sul ponte è prassi quando si guarda alla “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”, controllata al 67% circa dall’italiana FCA Italy Spa e per il resto dal governo serbo. Da Torino, l’ufficio stampa ha negato la possibilità di un sopralluogo in quella che dal 2008 è una zona franca, consegnata senza oneri dal governo guidato all’epoca da Boris Tadic all’allora e attuale amministratore delegato di Fiat (poi FCA), Sergio Marchionne. Oltre ad incentivi economici per ogni operaio assunto, l’accordo prevedeva l’azzeramento delle imposte o dei dazi doganali fino al 2018. 

Un trafiletto uscito sul Corriere della Sera nel settembre di otto anni fa illustrava le prospettive di partenza: “Nel 2010 dovranno uscire 200mila auto, destinate a diventare 300mila l’anno successivo”. I modelli sulle linee sarebbero dovuti essere tre: Punto, 500 e una “nuova city car che Fiat sta progettando”. L’entusiasmo aveva contagiato anche Il Sole 24 Ore, che nel luglio 2010 titolava “Fiat in Serbia: 30mila posti”. 

“Come è andata finire?”, è la domanda scontata che l’interprete ripropone in serbo a Zoran Markovic, segretario generale del sindacato Samostalni nonché vice-segretario della Fiom serba. Rispetto all’indotto, e cioè quei 30mila posti promessi dall’Agenzia serba per gli investimenti citata dal Sole, Markovic è sarcastico: “Si tratta di un errore, forse è scappato uno zero in più”. Sommando i dipendenti dei sette fornitori di FCA da queste parti, infatti, si superano di poco le 1.500 unità.

Il sindacato di Markovic è il più rappresentativo nello stabilimento di FCA, con 1.850 iscritti su 3.200 lavoratori. “È in base a questa forza che abbiamo firmato il contratto collettivo con la Fiat e conduciamo tutte le trattative nell’interesse degli operai”, spiega intorno al tavolo di una sala del Samostalni -la porta d’ingresso è foderata e un calendario è fermo al 2004-, nella vecchia palazzina cadente, tinteggiata all’esterno d’azzurro, dove un tempo batteva il cuore della contrattazione della Zastava, la storica fabbrica di automobili e armamenti di Kragujevac, bombardata dalla NATO neanche vent’anni fa, durante la guerra. 

Qui, oggi, salvo la branca della Zastava Kamioni e altre filiere minori, non si produce più nulla. Il polo industriale adiacente alla ferrovia, che corre senza barriere, è diventato un grande parcheggio a pagamento a pochi passi dalle vetrine del centro, tra aiuole abbandonate, immensi spazi coperti lasciati al degrado, scritte e due cannoni incrostati che vegliano un ingresso buio. 

Anche Markovic ha la polo d’ordinanza, ma lo spirito aziendalista si è affievolito rispetto a qualche anno fa. Precisamente da tre anni, da quando cioè i salari sono stati congelati. Lo sanno bene i rappresentanti dell’associazione italiana “Mir Sada” di Lecco, che ogni anno, da quindici anni, tornano da queste parti in giugno e in ottobre per consegnare oltre 70 adozioni ad altrettante famiglie in condizioni di necessità. 

Siedo con loro mentre il sindacalista ordina le tessere dell’attuale mosaico: “Dal luglio 2012, Fiat produce qui la 500L nelle sue tre versioni: classic, living e trekking. Lavoriamo su tre turni, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6, per cinque giorni alla settimana esclusi sabato e domenica”. I numeri del 2008 sono lontani. Le 300mila auto prodotte promesse per il 2011 sono state in realtà 91.769 nel 2015. “A causa della richiesta diminuita nel mercato europeo e mondiale lo scorso anno abbiamo avuto 85 giorni non lavorativi e quest’anno se ne prevedono oltre 100” spiega Markovic. E quando gli operai vanno in cassa integrazione il salario percepito è il 65% di quello base, che a seconda del mansionario è compreso tra i 270 e i 320 euro al mese. 

Il livello dei salari -che non è al di sotto della media nazionale serba- spiega perché non sia affatto semplice incontrare una 500L per le strade di Kragujevac, a parte nella versione taxi, fucsia. “Il potere d’acquisto è così basso -prosegue Markovic- che il prezzo attuale in dinari del modello con motore a benzina, pur con tutte le sovvenzioni, non scende sotto ai 10mila euro. Quindi per un cittadino serbo è del tutto inimmaginabile acquistarlo”. Immaginabile, invece, che i salari restino inchiodati. 

Nella relazione al bilancio 2015 di FCA Italy Spa -la controllante principale della succursale serba- c’è un paragrafo dedicato alla “Contrattazione collettiva”. “In Serbia -si legge-, è stata raggiunta un’intesa che riconosce la mancanza degli elementi di contesto e aziendali per procedere ad aumenti collettivi dei salari mentre è stata definita l’entità del ‘Premio di Natale’, il cui importo è stato riconosciuto in funzione dell’effettiva prestazione lavorativa dei dipendenti interessati”. Markovic ascolta la traduzione guardando l’interprete -Rajka Veljovic, il punto di riferimento del Samostalni per tutte le associazioni di volontariato che fanno adozioni a distanza-, poi torna a sorridere e si limita a un’annotazione: “Il ‘Premio di Natale’ è la vostra tredicesima”. 

Gli “elementi di contesto” non sono altro che i 100 giorni non lavorativi messi in conto quest’anno.“Eravamo a un bivio -racconta Markovic-: accettare i licenziamenti oppure mantenere gli operai, rinunciando però agli aumenti”. 

Il compromesso al ribasso (per i lavoratori) ha apparentemente retto, al contrario di quanto accaduto nello stabilimento nel maggio di tre anni fa. Allora diversi veicoli uscirono dalle linee con una scritta incisa con dei cacciavite in cui si “invitava” l’ex capo reparto italiano ad andarsene a casa. I lavoratori lamentavano turni massacranti. Rimosso il capo reparto sono stati deposti i cacciavite.

Ma il compromesso è naufragato a fine giugno, quando FCA ha annunciato -e già avviato- nuovi tagli all’organico.

Nonostante i risultati sotto le attese, però, la filiale serba di FCA -o meglio, una delle sette società che la multinazionale ha domiciliato nel Paese- è stata nominata nel 2015 “Azienda socialmente responsabile dell’anno” dalla “Serbian association of managers”. Un riconoscimento gradito per l’azienda, che qui lo scorso anno ha registrato un fatturato netto di 1,15 miliardi di euro e utili per 19,6 milioni (-3% rispetto al 2014), ma mai quanto il finanziamento pubblico di 500 milioni di euro della Banca europea degli investimenti (BEI) -di cui la multinazionale ha dato conto nell’ultimo “annual report” del Gruppo-. Maturerà nel 2021 e dovrà contribuire alla “modernizzazione ed espansione” dello stabilimento di Kragujevac.

Non è dato sapere se FCA abbia realmente intenzione di portare a Kragujevac la produzione di un nuovo modello -a precisa domanda il Gruppo ha risposto infatti “no comment”-, che pure era stato previsto nell’accordo, secondo Markovic. “Il contratto originario stipulato nel 2008 prevedeva che già nel 2014 dovesse partire la produzione di un nuovo modello -spiega il segretario del sindacato-, che invece non mai è stato realizzato”. Quella del nuovo modello non è l’unica clausola mancata, come dimostra l’elenco schematico formulato dal sindacalista: “La Fiat doveva produrre il 5% dei pezzi di ricambio qui, e non è successo. La Serbia doveva terminare l’autostrada E75, che non è stata realizzata. La Serbia doveva rafforzare la ferrovia, non è stato fatto. La Serbia doveva fare la circonvallazione, non è stata fatta”. È stato fatto un asilo, questo sì, all’interno dello stabilimento, dove la retta non è azzerata ma scontata di un quinto rispetto alla città; sono state organizzate partite di pallone, realizzato un rondò all’ingresso della città dove sorge un enorme ovale deformato e lo stemma Fiat -è il secondo entrando a Kragujevac, dopo quello con la grande croce ortodossa- e un quiz tra gli operai: “Il vincitore andrà a Rio per le Olimpiadi”, racconta Markovic, alzando gli occhi verso il cielo.

Invece la “Nuova Tipo”, la berlina compatta a tre volumi annunciata nel maggio 2015 da Sergio Marchionne, è già andata in Turchia -uno dei 28 Paesi al mondo in cui FCA ha spostato la produzione, dal Venezuela alla Corea del Sud-. Da settembre scorso viene prodotta nello stabilimento Tofas di Bursa, che è in capo alla società Tùrk Otomobil Fabrikasi A.S., di cui FCA Italy Spa detiene il 37,8% in joint venture con il Gruppo Koc. Lì, FCA produce anche Fiat Linea, Fiat Fiorino, Fiat Qubo, RAM Promaster City e Fiat Doblò (oltre a Peugeot Bipper, Citroen Nemo e, per conto di Opel, Vauxhall Combo). Poteva essere la Nuova Tipo il modello promesso alla Serbia? “Lo Stato turco ha investito 1 miliardo di dollari e per questo la Fiat ha deciso di portare lì la Tipo, una berlina che nasce sulla stessa piattaforma della 500L -replica Markovic, a differenza di FCA che anche su questo punto non ha voluto rispondere-. La politica del nostro datore di lavoro, per quanto ne possa capire da sindacalista, e quella di andare laddove le sovvenzioni siano più alte. Qualche tempo fa fu lo stesso Marchionne ad annunciare due nuovi modelli sulla piattaforma di 500L. Disse che c’erano due ‘capacità’, in Polonia (a Tychy FCA ha prodotto nel 2015 303mila veicoli tra Fiat 500, Lancia Ypsilon e Ford Ka, nda) e in Serbia. Era il suo segnale al miglior offerente”.

Tra due anni scadrà il contratto decennale tra FCA e la Serbia. Markovic e il suo sindacato non possono partecipare ad alcuna trattativa. “Nella commissione chiamata a decidere le nuove condizioni siedono cinque italiani e due serbi. Speriamo di riuscire ad esercitare una qualche pressione indiretta”. L’obiettivo principale è il salario.

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I migranti italiani dell’eutanasia

E’ morto Max Fanelli, malato di SLA dal 2013, simbolo della battaglia per la legge sul fine vita. I nostri illuminati parlamentari riusciranno, fra un diktat e l’altro, a legiferare in materia? Tutti abbiamo diritto di decidere della nostra vita. Liberi fino alla fine.

segnalato da transiberiana9

Morire ‘in esilio’ in Svizzera: i migranti italiani del suicidio assistito

di Luigi Mastrodonato – news.vice.com/it, 18 novembre 2015

“Ogni settimana riceviamo tra le 70 e le 80 telefonate di persone disperate. A volte ci chiama anche la polizia, in incognito, ma noi siamo tranquilli perché non facciamo nulla di illegale.”

A parlare è Emilio Coveri, Presidente di Exit Italia – Associazione Italiana per il diritto ad una Morte Dignitosa. L’Associazione, nata nel 1996, si batte da diciannove anni per l’approvazione di una normativa italiana che accolga l’eutanasia, nonché per la legalizzazione del testamento biologico.

L’apertura anche solo di un dibattito politico sul tema in Italia sembra qualcosa di arduo. E questo nonostante nel 2014 un rapporto pubblicato da Eurispes abbia evidenziato come quasi il 60% degli italiani si dichiari favorevole all’eutanasia.

Il suicidio assistito in Svizzera

Basta guardare al di là del nostro confine, tuttavia, per riscontrare una situazione completamente diversa.

In Svizzera il suicidio assistito è legale dal 1942 — tanto per i residenti, quanto per i cittadini stranieri. I vari tentativi di ridimensionare questo diritto sono stati bloccati dalla popolazione locale. L’ultima volta nel 2011, attraverso i referendum.

Un contesto di questo tipo ha fatto sì che nel corso degli anni si sia creato un vero e proprio flusso di italiani decisi a morire in Svizzera. “È questa l’unica via d’uscita per quelle persone, gravemente malate e disperate, che hanno come ultimo desiderio quello di poter porre fine alle loro sofferenze e morire in modo dignitoso,” spiega a VICE News Emilio Coveri di Exit Italia.

L’associazione non si occupa direttamente delle sorti di queste persone. Se lo facesse, infatti, sarebbe perseguibile ai sensi degli articoli 579 e 580 del Codice Penale Italiano, che regolano l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio.

Exit, semplicemente, fornisce informazioni sul tema del suicidio assistito in Svizzera, pur non dando alcun contatto diretto con una delle quattro associazioni svizzere attive nel settore: Dignitas, Exit ADMD, Liberty Life e Spirit.

La ‘dolce morte’

Perché una persona possa effettivamente andare fino in fondo, è necessario che ottenga il placet da parte di una commissione medica formata da tre dottori, i quali redigono una cartella clinica.

Al termine delle analisi, se i medici avvallano l’eutanasia, uno dei tre si assume la responsabilità di proseguire nelle operazioni. L’abilitazione a procedere arriva solo per i malati terminali, o comunque per quelli affetti da malattie gravi e irreversibili.

Secondo la legge svizzera, il dottore è obbligato a fare di tutto per far desistere il paziente dal suicidio assistito.

Le statistiche di Dignitas parlano di un 40% di persone che cambiano idea all’ultimo momento, grazie al supporto dato dal medico svizzero incaricato. “In Svizzera non ci sono macellai di persone. Molti tornano indietro perché quando arrivano al punto di dover decidere non ce la fanno, scelgono la vita.” A parlare a VICE News è Mina Welby, moglie di Piergiorgio e fondatrice di SOS Eutanasia, un gruppo di disobbedienza civile che informa e in alcuni casi offre supporto logistico e finanziario alle persone che vogliono ottenere l’eutanasia.

Sempre per smentire le credenze più comuni, il Presidente di Exit Emilio Coveri ci tiene a sottolineare a VICE News che, a differenza di come titolava gran parte della stampa italiana, “non esiste nessuna clinica della morte.”

La procedura del suicidio assistito avviene infatti nell’ambulatorio del medico che ha assunto la pratica, ovunque esso si trovi. Il paziente ingerisce due pastiglie di antiemetico (anti-nausea) e poco dopo un bicchiere d’acqua al cui interno sono viene sciolta una dose letale – 15 grammi – di pentobarbital di sodio, un sedativo ad effetto rapido sintetizzato nel 1929. In pochi minuti, il paziente cade in un sonno profondo da cui non si sveglierà più.

Tutta la procedura viene filmata — così vuole la legge svizzera. L’articolo 115 del Codice Penale Svizzero afferma che “chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con la reclusione sino a cinque anni”.

Il filmato servirà dunque al medico legale e alla polizia per verificare che la morte sia avvenuta in modo volontario e non sia stata indotta dai presenti. È il malato che deve bere direttamente dal bicchiere, o comunque tramite cannuccia. Se non riesce, il mix letale viene immesso in vena, ma sarà comunque il paziente a premere il pulsante che lascia scorrere il pentobarbital di sodio.

Il prezzo di tutta la pratica si aggira tra i 5mila e i 10mila euro, ed include le visite e l’assistenza medica, l’espletazione delle procedure burocratiche, la cremazione della salma, il trasporto ed il servizio funebre.

Quanti italiani scelgono la Svizzera?

Secondo lo studio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Zurigo Suicide Tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon, il numero di italiani che si è recato oltre confine per ricorrere al suicidio assistito è cresciuto di dieci volte tra il 2008, quando il dato fu però eccezionalmente basso, ed il 2012.

In realtà, il basso numero di arrivi registrati nel 2008 e nel 2009 non riguardava solo l’Italia; si trattava piuttosto di un fenomeno più ampio. La Dottoressa Saskia Gauthier dell’Università di Zurigo vede tra le possibili cause di questo calo i risultati di una sorta di ‘battaglia mediatica‘ avviata in quel periodo da diversi media internazionali, dovuta all’utilizzo su quattro pazienti della Dignitas nella primavera del 2008 di un metodo considerato troppo cruento: l’inalazione di elio.

W. Hamilton e R.D. Ogdeon, dell’UC School of Medicine di San Francisco, parlano diun caso la cui la morte effettiva avvenne 40 minuti dopo l’inalazione di elio tramite maschera, duranti i quali la persona incosciente gemeva e mostrava episodi di movimento dei bulbi oculari”. Si tratta di una metodologia di suicidio assistito successivamente abbandonata, portando a un ammorbidimento delle polemiche e dando il via a una nuova ondata di arrivi a partire dal 2010.

Un’alternativa alla malattia

Rispetto alle altre nazionalità, comunque, in questi ultimi anni gli italiani hanno fatto registrare un incremento di gran lunga maggiore in termini percentuali.

Tra il 2011 e il 2014 circa una sessantina di persone, che si erano informate tramite Exit, hanno poi deciso di andare fino in fondo. A queste cifre bisogna aggiungere tutte quelle persone che si sono appoggiate alle associazioni svizzere senza passare da intermediari italiani per la richiesta di informazioni e che, dunque, sono al di fuori delle statistiche dell’Associazione, così come quelle che hanno cambiato idea all’ultimo secondo.

Una di queste è Giovanna, 54 anni e gravemente malata, che già nel 2009 iniziò ad esprimere la volontà di porre fine alle sue sofferenze ricorrendo all’eutanasia. “Le spiegai che in Italia non è possibile” racconta a VICE News Mina Welby. “Due anni fa, poi, mi scrisse dicendo di avere urgentemente bisogno di me. Quando andai a trovarla, scoprii che lei aveva già contattato la Svizzera, aveva parlato con una delle associazioni per il suicidio assistito, insomma aveva fatto tutto da sola nonostante l’età e le difficoltà di informazione.”

Giovanna ha poi organizzato il viaggio, prenotato l’aereo e un albergo in Svizzera. Ma all’ultimo momento ha cambiato idea e ha deciso di spegnersi in Italia—cosa che è avvenuta due mesi dopo, in modo naturale.

Chi invece non è più tornata è Piera Franchini, un’anziana signora di Mestre, da anni malata di cancro. Senza qualcuno disposto ad accompagnarla, decise di rivolgersi a SOS Eutanasia per poter ottenere un supporto concreto al suo ultimo viaggio verso la Svizzera.

Marco Cappato, da anni nel Partito Radicale e attuale consigliere comunale a Milano, si offrì di accompagnarla. “Piera venne a Milano. Il giorno dopo andai a prenderla in macchina e ci mettemmo in viaggio per la Svizzera”, racconta al telefono a VICE News.

Dopo sette ore di viaggio, Marco e Piera arrivarono all’albergo, situato a 200 metri dal luogo dove ci sarebbe stato l’accesso al suicidio assistito”. Piera fu visitata da un medico. A lui diede conferma delle sue condizioni di salute, ribadendo poi la sua volontà di porre fine alla sua vita. La sera cenammo insieme in albergo; la mattina dopo si sottopose a una nuova visita con il medico”.

Anche il giorno successivo, Piera ribadì la sua volontà, ottenendo l’approvazione definitiva del medico a procedere con il suicidio assistito. “Terminata la visita, andammo con calma in una specie di ambulatorio”, continua Cappato. “Era arredato in modo confortevole, pieno di piante… nulla di squallido diciamo, non dava un’impressione ambulatoriale, quanto piuttosto quella di un luogo di accoglienza”.

A questo punto, però, sorse un problema: a causa di una difficoltà alla trachea, Piera insistette perché il mix letale le venisse iniettato via endovena. “Aveva paura che potessero andarle di traverso le sostanze”, ricorda oggi Cappato. I medici videro però in questa richiesta una sorta di esitazione, un ripensamento inconscio di Piera, o qualcosa di simile. Così, Marco dovette riportare Piera in Italia. La procedura venne tuttavia ripetuta un mese dopo — questa volta senza intoppi.

Sebbene Piera abbia posto fine alla sua vita nel nord della Svizzera, da un anno a questa parte la soluzione più semplice per un italiano che decidesse di ricorrere al suicidio assistito è probabilmente quella di rivolgersi a Liberty Life, la più giovane tra le associazioni svizzere che se ne occupano (è nata nel 2014).

Ciò che contraddistingue quest’ultima dalle altre è infatti la sua sede a Paradiso — un comune a venti minuti dal confine con la Lombardia. La vicinanza al nostro Paese e il fatto che l’associazione operi in italiano, aumenta esponenzialmente il suo appeal nei confronti degli italiani.

VICE News ha raggiunto Liberty Life al telefono. “Non parliamo mai di numeri in modo preciso; quello che le posso dire è che l’80% delle persone che si sono rivolte a noi nel 2015 sono persone italiane e che anche le richieste in corso per l’80% sono di persone italiane”.

Le difficoltà pratiche

Per un italiano che decidesse di cercare il suicidio assistito in Svizzera, non mancano alcune difficoltà di carattere più pratico. Innanzitutto, un’indagine dell’Accademia svizzera di scienze mediche (ASSM) rivela l’esistenza di obiettori di coscienza sul tema del suicidio assistito: mentre i tre quarti dei medici del campione si dicono tendenzialmente d’accordo alla concessione di questo diritto, meno della metà si dichiara poi disposto a passare dalle parole ai fatti. “Questi risultati mostrano l’ambivalenza del corpo medico a questo proposito,” afferma Michelle Salathé, Vicesegretaria Generale dell’ASSM.

Trovare un medico disponibile non è dunque scontato. Ma c’è altro problema. Accompagnare qualcuno a morire in Svizzera è considerato un reato penale dal Codice italiano: si rischiano dai 5 ai 12 anni di carcere, poiché il crimine ricade nel campo dell’istigazione al suicidio.

“Spesso i familiari non sono disponibili ad accompagnare perché hanno paura di essere incriminati dalla giustizia italiana. È successo di recente a una persona di Mantova che, una volta tornata in Italia dopo avere accompagnato la mamma a morire in Svizzera, ha ricevuto un avviso di garanzia”, racconta a VICE News Mina Welby, che aggiunge: “Andare soli, non avere la possibilità di avere un abbraccio prima di morire… c’è spesso una grande e terribile solitudine per le persone che prendono questa decisione”.

Marco Cappato racconta a VICE News che questa situazione non lo preoccupa: “Se dovessero aprire dei procedimenti nei miei confronti, avremmo raggiunto il risultato di avviare un dibattito pubblico sull’assurdità di una condizione che obbliga all’esilio delle persone che vogliono semplicemente decidere come porre fine alla propria sofferenza. Se invece non succedesse nulla, si creerebbe un precedente positivo e questo darebbe più tranquillità ad altre persone che volessero accompagnare amici o familiari all’estero”.

Emilio Coveri di Exit Italia ha citato anche casi di denunce esposte da membri interni alla famiglia del suicida, magari spinti da una cultura cattolica che non apparteneva invece né al parente defunto né all’accompagnatore.

Abbiamo chiesto al Presidente di Exit se secondo lui è qualcosa cambiato in Italia nel dibattito sull’eutanasia negli ultimi anni, e se è fiducioso per il futuro. “L’atteggiamento di medici e magistrati italiani è cambiato in positivo negli ultimi tre anni”, ha risposto con un tono tra lo speranzoso e l’afflitto.

“Finalmente qualcuno inizia a mettere davanti a tutto e tutti il paziente e i suoi problemi. Glielo dico sinceramente, io penso che né io né lei riusciremo mai a vedere la legge sull’eutanasia in Italia”. Salvo poi aggiungere: “Sono convinto che prima o poi, in un futuro lontano, arriverà”.

19 luglio 1992

Borsellino, ecco perché ci vergogniamo

Ventiquattro anni dopo la strage il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare.

di Lirio Abbate – espresso.repubblica.it, 18 luglio 2016

Borsellino, ecco perché ci vergogniamo

La lapide sul luogo della strage

Siamo arrivati a 24 anni dalla strage di via D’Amelio alla celebrazione del quarto processo per esecutori e depistatori, dopo aver avuto quello per i mandanti ed organizzatori di questo attentato avvenuto il 19 luglio 1992, in cui sono stati uccisi il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli. Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La verità però ancora non emerge su molti aspetti di questa strage.

Non emergono i motivi dei depistaggi, i motivi che hanno spinto piccoli pregiudicati a diventare falsi collaboratori di giustizia, perché ci sarebbero stati “suggerimenti” investigativi che hanno spostato l’asse delle indagini lontano da quelle reali.

Sono interrogativi a cui si deve dare ancora una risposta, ma che hanno portato nei giorni scorsi Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso, a sostenere davanti alla Commissione antimafia presieduta da Rosi Bindi che “quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage, ndr) ci si deve interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”.

Parole pesanti, che sembrano essere scivolate nel silenzio mediatico e politico. Il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare.

“Il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato e lo dico da figlia, mi fa vergognare”, ha detto Lucia Borsellino ai commissari antimafia, ai quali ha precisato: «Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta non è stato fatto ciò che era giusto si facesse, se siamo arrivati a questo punto vuol dire che qualcosa non è andata. Ci sono vicende che gridano vendetta anche se il termine non mi piace».

Per poi concludere: «Mi auguro questa fase processuale tenti di fare chiarezza sull’accaduto, pensare ci si possa affidare ancora a ricordi di un figlio o una figlia che lottavano per ottenere un diploma di laurea è un po’ crudele, anche perché papà non riferiva a due giovani quello che stava vivendo. Non sapevo determinati fatti, è una dolenza che vivo anche da figlia e una difficoltà all’elaborazione del lutto».

Oggi le indagini della procura di Caltanissetta hanno svelato che a premere il pulsante che ha fatto esplodere l’auto carica di esplosivo è stato Giuseppe Graviano, ma non si conosce il motivo che ha portato ad accelerare la strage. Si è scoperto che nei 57 giorni che separano gli attentati di Capaci e via d’Amelio uomini delle istituzioni hanno parlato con i mafiosi, ma non si sa a cosa abbia portato questo “dialogo”. Si è scoperto che le indagini dopo l’attentato del 19 luglio 1992 sono state depistate, ma non è stato individuato il movente. Nemmeno quello che ha portato tre pregiudicati a raccontare bugie ai giudici, ad autoaccusarsi della strage e rischiare il carcere a vita, a diventare falsi collaboratori di giustizia.

I magistrati, grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta dopo le sentenze definitive sulla strage) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano, sono riusciti a trovare alcune tessere del mosaico che dal ’92 avevano impedito di ricostruire la trama dell’attentato. Un attentato che a 24 anni di distanza ci continua a far star male, come dice Lucia Borsellino, “per il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato” e questo ci fa vergognare.

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Via d’Amelio, nato il 19 luglio

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di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it, 19 luglio 2016
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Sono nato nel 1975 ma la mia venuta al mondo da cittadino ha una data precisa: 19 luglio 1992. Quel giorno lo ricordo come fosse ieri. Tutta la mia generazione è cresciuta con le immagini di via D’Amelio devastata da quell’autobomba trasmesse dalla Tv.
Tutti noi ricordiamo quel “È tutto finito, è tutto finito” pronunciato da Antonino Caponnetto.

Chi sta leggendo queste parole probabilmente è diventato grande con la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scattata da Tony Gentile, a scuola, in ufficio, a casa.
A scuola nessuno mi aveva parlato di mafia. Non lo avevano fatto nemmeno i miei genitori. Nelle nostre città del Nord non c’erano strade dedicate a Peppino Impastato o a Gaetano Chinnici. La mafia era roba loro, una questione meridionale.

Ma quel 19 luglio svegliò ciascuno di noi dal torpore. Da quel pomeriggio nulla sarebbe stato più come prima. Al Nord erano gli anni di Tangentopoli: quell’Arnaldo Forlani che anni prima, da bambino, avevo visto con il petto in fuori sulla piazza del mio paese, lo ritrovavo con la bava alla bocca sugli scranni del tribunale. Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro, Ilda Boccassini, Saverio Borrelli erano i nostri “eroi”.

Eravamo assetati di giustizia, convinti che il nostro Paese non sarebbe mai stato più uguale. E con noi giovani c’erano Rita Borsellino, Antonino Caponnetto, Gian Carlo Caselli e altri che incontravamo negli oratori, nelle parrocchie, nelle scuole, nelle biblioteche.

In uno di questi incontri al Sermig di Torino, Rita Borsellino mi disse: “Se vieni a Palermo ti aspetto in via D’Amelio, al civico 19. Io abito ancora là”. Da quell’anno non ho mai smesso di tornare in quella strada il 19 luglio. E con me c’erano tanti altri giovani che hanno fatto camminare (meglio di me) le parole di Borsellino e Falcone sulle loro gambe.

Cristina, è una di questi. A 13 anni era in via D’Amelio. Arrivava dal Veneto ma aveva sentito quell’appello. Desiderava fare il magistrato, come loro, come i “suoi” Paolo e Giovanni. Oggi ha realizzato il suo sogno e svolge il suo compito proprio in Sicilia. Paolo, come spesso ripete la sorella, “mi accorsi che era diventato patrimonio di tutti”. È stato così. Un patrimonio che faceva parte anche di quei giovani che scesero in piazza per il Social Forum di Firenze e al G8 a Genova. Era un’altra Italia. Era l’Italia di chi è nato nel 1992.

Il resto è la storia di un’Italia che non è cambiata.
Sono cambiati gli italiani ma la pelle della politica, dei politici, è rimasta la stessa. Abbiamo avuto l’impressione che il 19 luglio non fosse servito, che Tangentopoli fosse da archiviare. In via D’Amelio sono tornati per anni i politici a fare la loro passerella: ho visto passare da quella strada Silvio Berlusconi che chiedeva al citofono a Rita Borsellino come si può combattere la mafiaWalter Veltroni e Dario Franceschini in tempo di primarie; Totò Cuffaro e Clemente Mastella. Quest’anno tocca a Rosy Bindi.

Restiamo noi, nati nel 1992, con un compito, con una responsabilità: non archiviare quel 19 luglio. Non lasciarlo ad un ricordo. Non leggerlo sul libro di storia. Non lasciare che sia solo un rito. Ognuno di noi, ancor più chi ha il compito di educare, ha il dovere di passare il testimone a chi è nato nel 2000.

Oggi quando guardo ad un 20enne mi chiedo: ma chi può ascoltare? Chi sono i suoi punti di riferimento?
Siamo noi. Ognuno con il suo impegno nel proprio posto di lavoro, nella sua Chiesa, nella sua associazione.
Non può esserci insegnante che non conosce quella “storia”. Anzi in ogni classe accanto alla foto del presidente della Repubblica (che nessuno spiega chi è ai nostri ragazzi) ci dovrebbe essere quell’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ripartiamo da qui.