Mese: ottobre 2016

Povera Italia (lo dicono i numeri)

segnalato da Barbara G.

di Massimo Donelli – tvsvizzera.it, 25/10/2016

Come è messa l’Italia?

Se volete una risposta onesta, evitate di chiederlo a chi si sta scannando sul voto referendario del prossimo 4 dicembre: vi sommergerebbe di parole.

Meglio – molto meglio- affidarsi ai numeri.

Perché i numeri parlano chiaro.

Anzi, chiarissimo.

E dicono, purtroppo, che l’Italia è messa male.

Anzi, malissimo.

Da qualunque verso si voglia esaminarla.

Prendete il caso, davvero emblematico, de Il Sole 24 Ore, celeberrimo quotidiano economico-finanziario che appartiene a Confindustria, ossia all’associazione degli imprenditori.

Il giornale, quotato alla Borsa italiana, nei primi sei mesi del 2016 ha perso 49,8 milioni di euro.

La Procura della Repubblica ha aperto un’indagine penale, ipotizzando il falso in bilancio.

E mercoledì 19 ottobre la Guardia di Finanza, su richiesta della Consob (Commissione nazionale per le società e la borsa), ha ispezionato gli uffici amministrativi a caccia di documenti che spieghino cause e responsabilità del disastro.

Un disastro dall’alto valore simbolico.

Perché rivela lo stato di crisi in cui versa il sistema imprenditoriale italiano.

E per le dinamiche di scontro che ha generato tra direttore e redazione nonchè tra gli uomini di vertice in Confindustria.

Dove, da giorni, come si usa dire, stanno volando gli stracci.

Non va meglio alle banche.

Mps è ancora in coma profondo, schiacciato da una montagna di crediti difficilmente esigibili.

Unicredit potrebbe tagliare fino a 6.000 posti di lavoro.

E non avrete certo dimenticato che cosa è successo a Banca Entruria, Veneto Banca, Banca Marche, Carichieti e Cassa di risparmio di Ferrara, un dramma tragicomicamente rappresentato a luglio sulla copertina del settimanale britannico The Economist (Matteo Renzi alla guida di un pullman tricolore con le ruote posteriori penzolanti nel baratro…).

Quanto ai conti pubblici, presto detto: sono peggio del previsto.

Male il Prodotto interno lordo (Pil) del 2015, certifica l’Istat.

Doveva essere +0,8, si attesterà a +0,7, il risultato più basso d’Europa (Francia +1,2; Germania +1,5; Regno Unito +2,2).

Non basta.

Pochi giorni orsono si è saputo che ben il 12% del Pil 2014 è stato generato dall’economia sommersa (stiamo parlando di 194,4 miliardi!).

Ossia dalle imprese che evadono il fisco e pagano i lavoratori in nero.

C’è di peggio.

Un altro 1%, infatti, lo si deve ad attività che l’Istat definisce, tout court, “illegali”.

Totale: 211 miliardi di euro fuori dal controllo dello Stato (erano 203 del 2011).

Su un tale drammatico sfondo e in attesa di sapere che cosa dirà l’Unione europeadella  manovra di bilancio, aumenta la povertà.

Quest’anno la Caritas, per la prima volta, ha registrato più italiani nei centri di ascolto del Sud che stranieri: 66,6% contro il 57,2% (dato nazionale).

Età media di chi chiede aiuto: 44 anni.

Motivi: povertà economica (76,9%), disagio occupazionale (57,2%), problemi abitativi (25%) e familiari (13%).

Mica è finita.

Un’ulteriore prova della condizione critica del Paese arriva dall’emigrazione.

Secondo il rapporto della Fondazione Migrantes, sono 107.529 gli italiani espatriati nel 2015, in gran parte lombardi (20.088) e veneti (10.374).

Quel che è più grave, se ne sono andati soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni (39.410, il 36,7%).

Un esodo che si spiega con altri dati, impietosi: quelli relativi al mercato del lavoro.

Il tasso di disoccupazione è sempre fermo lì, all’11,4%.

Mentre da gennaio ad agosto 2016 le assunzioni sono calate dell’8,5% e i contratti a tempo indeterminato sono stati 800 mila (contro 1,2 milioni nei primi otto mesi del 2015); inferiori, quindi, anche all’analogo periodo del 2014.

Al contrario continuano a crescere i voucher, destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio nonché simbolo massimo del precariato: +35,9% rispetto al 2015, che pure aveva visto, rispetto al 2014, una crescita del 71,3%.

Non solo.

In due anni i licenziamenti sono passati da 35 a 46 mila (+31%), di cui 10 mila proprio negli ultimi 12 mesi.

A indicare che se il Paese ha la febbre, ebbene la febbre sta salendo vertiginosamente.

Rimanendo in tema di lavoro, appare decisamente allarmante l’avvio dell’anno scolastico.

Come nel caso del Jobs Act, infatti, anche in quello della Buona scuola la riforma sembra non aver portato frutti.

A un mese dall’inizio delle lezioni sarebbero almeno 20 mila le cattedre ancora da assegnare (proprio qui lo avevamo tristemente previsto).

Ed è particolarmente grave la situazione relativa agli insegnanti di sostegno: da una parte, i posti sono coperti da docenti non specializzati; dall’altra, in molte zone gli abilitati sono disoccupati…

Insomma, il caos.

Ciliegina finale sulla torta (si fa per dire) il raffronto tra Spagna e Italia.

Che risulta impietoso per Roma.

Numeri (anche qui) alla mano, Madrid, pur fra mille tormenti politici ed elettorali, è riuscita a far meglio, molto meglio.

E oggi vede la luce in fondo al tunnel della crisi.

Complimenti, non c’è che dire.

E beati loro.

Conclusione…

Chiedo scusa per avervi annoiato con cifre e percentuali.

Perché l’ho fatto?

Non so voi, ma io avevo (ho) la nausea per le tante, troppe parole (specie in tv) di questa lunga campagna referendaria.

E sentivo (sento) il bisogno di superare la nebbia del bla-bla-bla con i numeri.

Per fare chiarezza.

Per andare sul concreto.

Spiacente di avervi dato, così facendo, cattive notizie.

Ma, se non altro, queste sono vere e documentate.

Purtroppo, aggiungo.

E mi fermo.

Per non finire anch’io intruppato nell’esercito dei parolai…

Disarmo nucleare? No grazie.

segnalato da Barbara G.

Divieto armi nucleari. 123 stati votano Si. L’Italia no

valori.it, 28/10/2016

Disarmo nucleare? No grazie. Mentre 123 Paesi del mondo hanno votato all’Onu approvando una Risoluzione politica che chiede di avviare a partire dall’anno prossimo i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari, il rappresentante italiano ha votato contro il provvedimento (insieme ad altri 37 Stati, tra i quali quasi tutte le potenze nucleari e molti dei loro alleati, compresi quei Paesi europei che, come l’Italia, ospitano armi nucleari sul proprio territorio come parte dell’accordo ‘nuclear sharing’ Nato). 16 i Paesi che si sono astenuti.

La votazione si è tenuta durante la riunione del Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale. Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo 2017: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale”. I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.

Un totale di 57 nazioni sono stati primi firmatari del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la risoluzione.

Il voto Onu è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri Ue a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e delle altre potenze nucleari.

“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo. “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell’accordo in capo agli Stati nucleari”.

Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale. Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.

“È chiaro che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta Lisa Clark, dei Beati i Costruttori di Pace. “Dobbiamo quindi prepararci a un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall’anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall’altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari”.

Yanis Varoufakis ti spiega perché l’Europa ha fatto flop

L’ex ministro greco torna sulle scene e nel suo ultimo libro spiega il perché del fallimento della valuta unica. Partendo da Bretton Woods e facendo nomi e cognomi dei responsabili

di Alessandro Gilioli – espresso.repubblica.it, 27/10/2016

Da quando non è più ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis si è preso diverse amare soddisfazioni. La prima è quella di aver visto confermare le sue previsioni sulla Grecia: la sottomissione 
di Tsipras alla Troika, avvenuta un anno e mezzo fa, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita dei cittadini, fino al nuovo taglio delle pensioni e al rischio di una crisi immobiliare nei prossimi mesi, con migliaia di senzatetto.

Ma più in generale Varoufakis aveva messo in guardia dal possibile processo di dissoluzione della Ue, denunciando gli effetti delle regole 
di Bruxelles e dell’architettura della sua moneta. Lasciato il governo, Varoufakis 
si è impegnato nella creazione di un movimento di sinistra europeo (Diem25 ) 
e nella stesura di un robusto saggio 
di geopolitica monetaria in uscita il 27 ottobre con il titolo “I deboli sono destinati a soffrire?” (La nave di Teseo, 338 pagine, 20 euro).

La tesi del libro è che gli squilibri sociali (e tra Paesi) che oggi dilaniano l’Europa hanno radici che risalgono almeno al 1971: l’anno in cui Nixon pose fine agli accordi di Bretton Woods, che 
dal 1944 regolavano l’ordine valutario mondiale imperniandolo sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro.

La fine di quel sistema, scrive Varoufakis, portò i paesi europei a successivi tentativi di concatenazione tra le loro valute 
(il serpente monetario, lo Sme e 
infine l’euro) in cui finirono tuttavia 
per intrecciarsi errori tecnici, rigidità ideologiche e conflitti nazionali (in particolare, la competizione tra Francia 
e Germania).

Il risultato è il paradosso attuale: la moneta che doveva unire l’Europa l’ha invece divisa ancora di più, sia per ceti sociali all’interno di ogni Paese sia tra Stati, i cui interessi divergono e nei quali la valuta unica 
ha creato effetti diversi, compresa 
la svalutazione del lavoro come unico modo per salvare l’export non potendo 
più svalutare la moneta. Il saggio 
di Varoufakis non va alla ricerca di “poteri forti” nascosti dietro le tende, anzi fa nomi e cognomi dei politici (vivi o defunti) che secondo lui hanno causato il tracollo.

Non mancano pagine sull’Italia, in particolare sulla crisi del 2011, sulla caduta del governo Berlusconi, sul ruolo 
di Mario Monti e su quello successivo di Mario Draghi. Nell’appendice del saggio, le proposte politiche ed economiche dell’ex ministro, nonostante tutto 
un europeista convinto.

Lettera agli ex iscritti al Pci folgorati dal renzismo

segnalato da Barbara G.

Lettera agli ex iscritti al Pci folgorati dal renzismo: da Berlinguer a Marchionne, si può? Dal sogno di un’Italia giusta alla restaurazione antidemocratica

fuoripagina.it, 23/10/2016

Caro ex iscritto al Pci, leggimi pure (anzi, me lo auguro) se sei tra coloro che oggi vedono nel Pd una pur lontana parentela con quel grande partito. Non siete tantissimi ma ci siete, alcuni vivacchiano sconsolati, altri propugnano il nuovo Ottocento che avanza. Mi rivolgo a te con lo spirito fraterno che avevamo un tempo e che ci aiutava a capire meglio le cose (la realtà effettuale, delle cose come cioè effettivamente sono) non per accettarle ma per cambiarle. Concretezza e realismo con l’utopia. Mi spiace molto vedere come questi 25 anni senza il Pci siano stati sufficienti per rottamarne la sua tradizione, la storia, la prassi, il modo di lavorare. Cinque lustri riempiti dal nulla e dai progressivi smottamenti dei due partiti maldestri eredi: quel Pds ancora smarrito e quei Ds già a rischio di scalate ostili (in Sardegna avvenne un’Opa maligna da manuale, come un Alien dentro il corpo).

Poi è arrivato il Pd, quel pacco di buoni sentimenti dove il conflitto capitale lavoro era sparito per far posto a Jovanotti e ad altre leggerezze da partito liquido. Per diventare successivamente ciò che è ora: un comitato elettorale al servizio di un capo che propugna politiche legate alla finanza e alla grande industria. Sarebbe stato indigeribile per te, un tempo. Oggi non più. Sei stanco, avevi voglia di vincere cambiando casacca? Oggi mi chiedo che cosa ti sia accaduto, quale trasformazione tu abbia subito, che devastazione culturale abbia dovuto vivere per essere diventato ciò che sei ora. Come se sovrapponessi le tue personali debolezze nella sconfitta di una storia e di un avvenire.

Non offenderti, dunque, ma ascoltandoti o leggendo quanto scrivi sui social – che pena scorrere le due righette di una donna banalissima, un tempo iscritta al Pci, che annunciando la sua conversione al Sì dice che “anche la Costituzione ha frenato il Paese” – penso che una trasformazione così radicale debba essere studiata. A questo punto sono costretto ad ammettere che il grande partito che fu e i suoi tardi epigoni avevano già smarrito una certa capacità di formazione e di selezione. La realtà di oggi è che sei finito dall’altra parte. Lo accetto, va bene. Ma non ti accontenti di indossare il cilicio e far finta di aver vissuto un dramma interiore. Come se il passato fosse l’Invasione d’Ungheria e tu sovrastato dal dramma dell’appartenenza. Macchè. Sei come quei preti spretati che si trasformano in feroci anticlericali e assomigli a quei cinici che dopo la militanza nei gruppetti estremistici, da un giorno all’altro abbandonarono gli slogan rivoluzionari per passare armi e bagagli alla corte di Bettino, poi a quella di Silvio per salire infine, pur attempati ma esperti, al soglio di Matteo. Ricordi quanto li abbiamo criticati, contestati, giurando che mai noi saremmo diventato così. Come così? Come voltagabbana. Ora predichi le stesse cose che diceva la destra o la Confindustria e allora, comincio a pormi più di un problema sulla tua onestà intellettuale.

Ricordo bene le parole che ci dicevamo, i libri che studiavamo, gli articoli di giornale che leggevamo per capire. In quelle sezioni di partito fumose e cariche di umori e passioni. Dove abbiamo incontrato operai e braccianti, insegnanti e impiegati, disoccupati e avvocati. Erano concreti e decisi, coraggiosi e sognatori. Che cosa ci raccontavamo, dunque, che oggi non ti piace più? Provo a dirlo. Ad esempio che il sindacato in quanto organizzazione collettiva era insostituibile e i diritti dei lavoratori la stella polare? Che la volontà di battersi per un mondo migliore, non fatto di sogni ma concretissimo, era l’imperativo politico? Aspetta, non ho finito… Ricordi anche il mito dell’onestà? Lo sbandieravamo e la notte attaccavamo quei manifesti orgogliosi “Il Pci ha le mani pulite. Chi può dire altrettanto?”. Oggi invece difendi Verdini, Alfano e il tuo partito ha eserciti di inquisiti.

E non avrai dimenticato della lotta strenua contro l’opportunismo (dal dizionario: sostantivo maschile che descrivela condotta di individui o gruppi che, avendo di mira soprattutto il proprio tornaconto, ritengono conveniente rinunciare ai propri principi e accettare compromessi più o meno onorevoli”). Mai opportunisti dicevamo, sempre noi stessi pur capaci di fare intese e stringere alleanze. Mica eravamo idioti. Ci consideravamo anche un’isola di persone per bene in un mare di malaffare. Forse esageravamo perché onesti, per fortuna, ce n’erano ovunque. Ma davanti agli scandali che scuotevamo la Repubblica eravamo l’unica certezza. Vivevamo la religione della diversità e, a dire il vero, diversi lo eravamo. Magari era un’illusione. Certamente puliti, onesti, combattivi, patrioti, rigorosi. Legati al dovere. Ricordo che un paio dei nostri sorpresi con le mani nella marmellata furono allontanati senza tanto clamore. Guardavamo agli altri con rispetto ma consci della nostra diversità. Ridevamo delle degenerazioni correntizie di Dc e Psi, oh quanto ridevamo. Ricordi, amico mio, che discutevamo a lungo per capire le differenze tra morotei e dorotei, nuove cronache e corrente del golfo. E dei socialisti cercavamo di capire la crescita craxiana, le debolezze dei lombardiani, l’arrivismo modernista dei martelliani? Ci avevano insegnato il metodo: mai schematizzare, mai generalizzare, mai confondere i conservatori con i reazionari etc. E a proposito di dovere non avrai scordato quanto abbiamo fatto contro i violenti, l’eversione, il terrorismo.

Su tutto si poteva scherzare ma non su due o tre cose.

La prima, la Resistenza. Era uno dei valori fondamentali, ad essa guardavamo con devozione e rispetto, immaginando che cosa avremmo fatto noi in quei frangenti. Sentendoci “nani issati sulle spalle dei giganti”. Potevamo noi paragonarci a Pajetta o a Eugenio Curiel? La nostra gratitudine era immensa e allo stesso tempo non abbiamo mai voluto una Resistenza prigioniera del paradigma del fallimento perché non aveva conquistato il socialismo. Ricordi che lo spiegavamo, anche con qualche ceffone pedagogico, a quei saccenti estremisti che ci dicevano che la Resistenza non aveva avuto lo sbocco rivoluzionario per colpa di Togliatti? Guardavamo l’elenco delle formazioni partigiane, gran parte delle quali garibaldine, i nomi dei gappisti, le loro gesta, i caduti. Ed eravamo grati, moltissimo, del loro coraggio e della loro scelta. Di questo ci onoravamo.

La seconda cosa che per noi rappresentava la carta d’identità e dalla quale traevamo legittimazione come partito era la Costituzione. L’ha firmata Terracini, uno di noi, dicevamo spavaldi e orgogliosi! E tra i costituenti ma in ogni dove a costruirla quella Costituzione c’erano stati Togliatti, Longo, Pajetta, Amendola, Negarville, Scoccimarro, Gullo, Renzo Laconi e Velio Spano e Nilde Jotti, Camilla Ravera, Teresa Noce. Quella Costituzione in nome della quale le masse povere e sfruttate lottavano e si battevano, colpiti per questo dalla mafia e dalla repressione, a Portella della ginestra, a Modena, Avola, Reggio Emilia. Ricordi quei manifesti nelle nostre sezioni con l’elenco dei segretari delle camere del lavoro uccisi dal piombo di Scelba?

Il terzo punto che per noi era intoccabile era la figura del segretario generale. Noi avevamo bandito il culto della personalità, guardavamo con fastidio i riti della nomenklatura sovietica. Tuttavia il segretario generale, era figura abbastanza sacrale perchè riconosciuta, rispettata. Ma non si trattava di un padre padrone. Togliatti ad esempio fu messo in minoranza in direzione, Berlinguer non  ebbe vita facile con i miglioristi sempre alle calcagna. Però c’era rispetto, passione, amicizia. Ci piaceva Enrico, perché era onesto, un comunista rigoroso e inflessibile. Che parlava al cuore e alle menti. Ci piaceva quell’uomo piccolo che aveva fatto risuonare la sua voce sarda nell’immensa sala del palazzo dei sindacati a Mosca, parlando di democrazia come valore universale. E quanto ci era piaciuto Berlinguer, in quella strenua lotta contro Craxi sulla scala mobile o al fianco degli operai della Fiat. A me personalmente era piaciuta la sua analisi sulla situazione italiana e la proposta del compromesso storico oltre la sua fermezza granitica contro il terrorismo.

Dicevamo: prima l’interesse generale, poi quello di partito. Dicevamo: i sindaci nostri devono essere diversi, diversissimi. Novelli, Valenzi, Zangheri, Petroselli e decine di altri meno noti, erano diversi. La sinistra voleva dire asili nido, trasporti, equità, scuola e sanità pubblici, trasparenza amministrativa. Tra un sindaco della Dc e uno del Pci c’era una differenza antropologica. A Roma ad esempio non potevi non vedere l’abisso tra Darida e Argan o Petroselli. E a Napoli tra il laurismo clientelsare rispetto a Maurizio Valenzi.

Ora ti guardo amico mio. E vedo che ingoi tutto, anche il fiele. Ora sei nel Pd, un partito che vuole trasformarsi in Partito della Nazione. Dove Verdini e Alfano possono trovare cittadinanza come te, perché quella formula tutto raccoglie. Gramsci (ricordi?) aveva insegnato che i partiti sono la nomenclatura delle classi. E noi a quel semplice concetto di rappresentanza ci siamo ispirati. Partito con forti connotazioni, di classe ma non solo, che guardava all’interesse nazionale. E ora? A che cosa credi? Magari in qualche vostro circolo avete appeso un ritratto di Berlinguer, incuranti della vostra abissale alterità.

Amico mio che tristezza vedere in tv ministri di un governo il cui premier è pubblicamente lodato dalla Confindustria e dagli organismi finanziari per aver stracciato lo Statuto dei lavoratori e abolito l’articolo 18. Ricordi quante battaglie anche insieme a Cofferati? Tu magari eri li al Circo Massimo con due o tre milioni a dire che Berlusconi era cattivo. Ora invece stai zitto, anzi applaudi all’ondata di licenziamenti, al terribile jobs act, allo smantellamento della scuola e della sanità pubblica. Hai accettato che il tuo premier, figlio di una vischiosa stragione post dc – che dei La Pira nulla aveva ma nemmeno di Moro – frequenti solo industriali e finanzieri. Che attacchi così duramente la Cgil, irridendola e offendendo il sindacato. Arrivando a contestare persino l’Anpi, l’associazione dei partigiani e degli antifascisti con toni orrendi.

E sei arrivato sin qui, fin sulla soglia di un seggio, a guardare chi si batte per la Costituzione con un fastidio irridente. Tu vedi ora la Carta come un orpello del passato, un fastidio, un ostacolo. Ma a che? Alla modernizzazione, assicuri, ripetendo come un pappagallo le baggianate del “basta un Sì” . Alla “velocità” e a chissà a quali altre idiozie. Credi a tutto e non capisci ciò che c’è dietro la revisione costituzionale, non ti rendi conti di quanta prepotenza odiosa si riverserà all’Italia se dovesse passare.

Certo che vederti ora andare a braccetto con Lotti e Boschi, Guerini e Ciaone Carbone, applaudire Renzi e ridere alle sue barzellette, giustificare le sue bugie, non vergognarti delle sue volgarità e della sua arroganza, allora penso che davvero tante cose siano accadute e molte abbiano lasciato un segno. In pratica caro amico, o ex amico a questo punto, tu ti sei arreso. Non vedi orizzonti del cambiamento. Non accetti che qualcuno si batta per costruirlo. Per te tutto ciò in cui abbiamo creduto è vecchio, obsoleto e merita un sorrisino di circostanza. E guardi con ammirazione Renzi e le sue slides, Renzi e le sue gradassate, Renzi e il suo modello di partito conquistato con primarie che puzzavano assai. In pratica, hai tradito.

Comunque amico mio, non tutto è ancora perduto. Ma se passa il tuo livido e cinico crepuscolo politico, sarà certamente un’Italia peggiore. Sei tu il conservatore non io, stai riportando indietro l’Italia di un secolo, anche se 4.0 e con le slide.

Fraterni saluti

Perché Renzi non ama i giovani

di Andrea Colombo – ilmanifesto.info, 23/10/2016

Chiederselo è inevitabile: ma Renzi odia i giovani? A sentirlo si direbbe il contrario. Anzi, è tutto uno sproloquio giovanilista, pur se di maniera. Ma le parole costano poco, e i fatti raccontano una storia opposta. Il grande rottamatore, oltre ai suoi nemici politici, ha rottamato soltanto i giovani. È inutile che il ministro Poletti strepiti. Quando il presidente dell’Inps Boeri dice che la manovra massacra ulteriormente i giovani fotografa lo stato delle cose. Non è una novità.

Il Jobs Act sembra davvero un piano diabolico partorito da un mad doctor incarognito con chiunque sia sotto i 30. Gli incentivi studiati per consentire il trucco della trasformazione di contratto e dell’assunzione a tempo indeterminato spogliata di ogni sostanza erano fatti apposta per regalare briciole ai lavoratori attempati senza lasciare agli imberbi neanche quelle: si accontentassero dei voucher. I risultati vengono periodicamente immortalati dalla rilevazioni statistiche e ci vuole la faccia di bronzo del nostro premier per rivenderseli come una vittoria.

Su poco più di 500mila nuovi assunti reali, 402mila sono ultracinquantenni, e se il tasso di disoccupazione, almeno quello nominale, scende nel complesso, tra i giovani non si vede neppure uno spiraglietto. Così finisce che un giorno sì e l’altro pure ci scappa qualche titolone, una volta sui 100mila giovani che ogni anno lasciano il Paese, l’altra, proprio ieri, sulla scoperta che il 67,3% dei concittadini tra i 18 e i 34 anni campa a casa con mamma e papà.

C’è solo da sperare che non aggiunga la beffa al danno qualche dotto, come Elsa Fornero o il compianto Padoa-Schioppa, sentenziando che i fanciulli sono «troppo choosy» e forse decisamente «bamboccioni». Non sarà antipatia generazionale, figurarsi, ma solo incapacità e solerzia nell’avvantaggiare chi di vantaggi già ne conta a mazzi, come le aziende o le banche, e se di mezzo ci vanno «i ragazzi» è solo per effetto collaterale. Non che siano peccati veniali, però. Il riflesso si coglie con precisione millimetrica nei sondaggi sul referendum. La riforma del giovanilista va fortissimo tra gli over 65, precipita nella fascia mediana, cola a picco tra i giovani, che le meraviglie del renzismo le sperimentano ogni giorno e si fidano dei Tg addomesticati un po’ meno dei nonni.

Sbirciando la legge di bilancio, pardon le slides sulla medesima perché la legge rimane fantasmatica e vai a sapere cosa ci sarà scritto davvero, sorge tuttavia il dubbio che almeno in quest’ultimo passaggio un po’ di consapevole malignità ci sia stata. La manovra, lo sanno tutti tranne Padoan e lo scrivono persino i giornali ridotti spesso a fanzines di palazzo Chigi, è una specie di befana anticipata.

I pacchetti sono piccoli, è vero, ma in compenso sono tanti.

Il materiale non è eccelso, i doni si scasseranno presto rivelandosi mezze fregature o peggio, ma intanto regaleranno un attimo di gioia a molti giusto in tempo per spingerli a votare come conviene.

Eppure in tanta abbondanza i soliti giovani sono rimasti con in mano il classico carbone. Per loro non c’è neppure l’illusione di un miglioramento. Giusto la conferma di quel bonus cultura di 500 euro per i diciottenni che solo a nominarlo viene da ridere, o da piangere.

In un recente consiglio dei ministri Matteo Renzi l’ha spiattellata chiara: «Il voto di sinistra è perso, bisogna conquistare quello di destra». Vuoi vedere che si è anche detto: «Il voto dei giovani, con le mazzate che gli abbiamo dato, è perso. Meglio rinsaldare il consenso nelle fasce dove andiamo forte».

E se qualcuno trova strano che il futuro disegnato da Renzi piaccia solo a chi ha più passato che futuro, sarà pure giovane ma resta gufo.

Critica della ragion grillina

segnalato da Barbara G.

Purezza e contaminazione. Trasparenza e retroscena. Regole e arbitrio. Analisi del M5S nell’anno della grande metamorfosi

di Marco Damilano e Alessandro Giglioli – espresso.repubblica.it, 12/10/2016

E’ nato sette anni fa, il 4 ottobre 2009, il giorno di San Francesco. Nel 2013, alle elezioni politiche, ha preso 8 milioni e 792 mila voti. Nel 2016 ha conquistato Roma e Torino. Oggi i sondaggi lo danno a ridosso del Pd, vincente in caso di ballottaggio. Prossimo obiettivo: la regione Sicilia.

Piaccia o no, il Movimento 5 Stelle è la risposta, per una grande fetta di italiani. Una risposta che si fatica ad analizzare e capire: per pregiudizi, spesso, ma anche per l’autentica difficoltà di spiegare la complessità di un fenomeno nato e cresciuto fuori dai binari tradizionali della politica, dei suoi luoghi e linguaggi. A rendere problematica l’osservazione “scientifica” del M5s c’è anche la sua natura disorganica, “liquida”, destrutturata. E le sue aporie: in filosofia indicano «la difficoltà o incertezza che incontra il ragionamento di fronte a due argomenti opposti entrambi possibili». Non solo incoerenze o contraddizioni, dunque, ma parti costitutive del Movimento proprio in quanto aporie, dialettica. È con questa chiave interpretativa che l’Espresso propone una Critica della Ragion Grillina.

Non sono-sono

«Il Movimento 5 Stelle è una non-associazione…», recita l’articolo 1 del Non-statuto. «Non è un partito politico, né si intende che lo diventi in futuro», si afferma all’articolo 4. «Non è previsto il versamento di alcuna quota, non si prevedono formalità maggiori per registrarsi rispetto all’adesione a un normale sito internet». E nella proposta di legge elettorale di M5S c’è la preferenza negativa, con cui cancellare i candidati sgraditi: sbarrare il nome di chi “non” piace. È il nocciolo duro dell’identità 5 Stelle: il Non. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe…», scriveva il poeta genovese (Eugenio Montale, non Beppe Grillo).

O forse tra gli ispiratori inconsapevoli c’è il meno ricordato James Matthew Barrie, inventore della favola di Peter Pan e la sua Isola-che-non-c’è: «Le stelle, per quanto meravigliose, non possono in alcun modo immischiarsi nelle faccende umane, ma devono limitarsi a guardare in eterno. È una punizione che si è abbattuta su di loro così tanto tempo fa che nessuna stella ne ricorda il motivo». È questo l’incantesimo che tiene incatenate le 5 Stelle quando incontrano l’età adulta della politica: il governare. Trasformare il non in una scelta: un no oppure un sì.

Rifuggendo dalla tentazione di affidare la scelta a qualcun altro: le regole, la legge, la magistratura, l’Anac di Raffaele Cantone, il Consiglio di Stato, la Rete, i cittadini. Alla Rete è stata consegnata nel 2013, e poi nel 2015, la scelta dei candidati al Quirinale. Prima del voto romano, Virginia Raggi dichiarò di voler chiedere ai cittadini l’indicazione di un nome cui dedicare una via, lei non si assumeva la responsabilità di farlo. E anche di pensare a un referendum popolare per decidere se mantenere la candidatura di Roma alle Olimpiadi. Poi, ha deciso lei: ha detto no. Che differisce dal “non” appena in una lettera, ma per descrivere l’identità, dire chi sei, vale come l’addio all’adolescenza, il difficile passaggio alla maturità. Per i grillini il 2016 è questo: l’addio all’Isola che non c’è.

Democrazia diretta-delega

Referendum propositivo senza quorum, obbligo di discutere in Parlamento le leggi di iniziativa popolare, elezione diretta del candidato che deve essere residente nel collegio dove si presenta, abolizione del voto segreto, introduzione del vincolo di mandato. Il programma delle origini di Gianroberto Casaleggio predicava la necessità di«rivedere l’architettura costituzionale nel suo complesso in funzione della democrazia diretta». «Ogni collegio elettorale», aggiungeva il fondatore del Movimento, «dovrebbe essere in grado di sfiduciare e far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi». Il mandato imperativo, vietato dall’articolo 67 della Costituzione, di cui Grillo chiede l’abolizione. Per limitarne gli effetti, M5S ha più volte chiesto ai candidati di firmare un impegno a non violare le regole del Movimento, con tanto di multa da 150 mila euro per i trasgressori, per danno d’immagine. E prima del voto romano la Raggi dichiarò all’Espresso che si sarebbe dimessa se fosse arrivata la richiesta di Grillo. Eppure, dopo tre anni di presenza in Parlamento, anche M5S sconta la rivincita della decrepita, imperfetta ma pur sempre senza alternative (per ora) democrazia rappresentativa. Blindata, nella proposta di legge elettorale del Movimento, dal ritorno della proporzionale e delle preferenze. Che nella Prima Repubblica significavano il massimo della delega degli elettori. E il minimo della responsabilità degli eletti.

Purezza-contaminazione

«In M5S c’è un prima e un dopo. Ci sono quelli arrivati prima del 2012, cioè la vittoria di Parma: io, Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberto Fico. E quelli che sono arrivati dopo. Quell’anno è stato un po’ spartiacque. Chi è arrivato dopo spesso ha fatto prevalere la comunicazione alla sostanza». Così parlò Roberta Lombardi, la deputata romana che si propone in queste settimane come la custode della purezza della stirpe, della «limpieza de sangre», come gli inquisitori spagnoli del XV secolo.

Ossessione comune ai rivoluzionari di professione e ai fondatori di religioni. Gli apostoli Pietro e Paolo si scontrarono nella Chiesa delle origini: battezzare solo gli ebrei o anche i gentili? Più mondano il dilemma del Pci all’alba della Repubblica – restare il partito uscito dalla clandestinità o allargare la base – sciolto da Togliatti con un tratto di penna verde: l’amnistia per i fascisti significava sdoganare il partito legato all’Urss e garantirsi solide radici nella nascente democrazia italiana. Negli ultimi mesi il più voglioso di ripercorrere inconsapevolmente la strategia di Togliatti, quella del discorso ai ceti medi di Reggio Emilia (1946), è sembrato il candidato premier in pectore Luigi Di Maio: a pranzo con gli esperti internazionali dell’Ispi, accanto al presidente della Trilateral italiana, su un barcone sul Tevere per la festa dei trent’anni, in posa su una Mini d’epoca per “Vanity Fair”, accanto alla nota famiglia dei venditori ambulanti Tredicine. Tra lobby e star-system. Dalla Trilateral a Tredicine: strategie di accreditamento, legittimazione. Contaminazione. Contagio. Gli elettori li hanno preceduti: difficile restare duri e puri con milioni di voti.

Movimento liquido-partito leninista

«La massa aperta esiste fintanto che cresce: la disgregazione subentra non appena cessa di crescere. La massa chiusa invece rinuncia alla crescita e si preoccupa soprattutto della durata», scriveva Elias Canetti in “Massa e potere”. L’organizzazione di M5S in apparenza supera questa distinzione tipica del ‘900 della politica ideologica totalizzante, in realtà ne segue la stessa traiettoria. Il Movimento delle origini è come un fiume che accoglie tutti: non si pone il problema del blocco sociale di riferimento, come fa la sinistra in crisi, dà risposte e senso di appartenenza ai lavoratori liquidi della Gig economy, precari e sottopagati, ma anche al ceto medio impoverito e incazzato, in rivolta verso le forme di rappresentanza tradizionale, partiti, sindacati, associazioni, contro cui Grillo lancia i suoi strali nel 2012-2013. Con la crescita elettorale M5S ha il problema opposto: selezionare gli ingressi per permettere all’organizzazione di restare nel tempo, durare. Le espulsioni, le radiazioni, gli addii. Il Movimento che era liquido si consolida, si solidifica, fino a pietrificarsi. E ad assumere le sembianze di una nuova nomenklatura, di tipo leninista. Con i suoi apparatcik sul palco.

Playlist-ideologia

Il programma del M5S è un pdf in modalità playlist: pragmaticamente lontano cioè da ogni sistematizzazione organica, volutamente agli antipodi rispetto ai tomi dei vecchi partiti che includevano tutto e non portavano a niente. Tra i temi selezionati, alcuni sono più approfonditi (es: energia, informazione), altri sono affrontati in modo più generico (es: economia), altri ancora ignorati (es: diritti civili, immigrazione). Del resto il M5S nasce su battaglie verticali – ambientali, legalitarie o anticasta – e non da un’ideologia con pretese onnicomprensive. Perfettamente coerente con la contemporaneità liquida e post-sistematica, si direbbe. Ma proprio perché liquida, poi la realtà si infiltra dappertutto e propone questioni che non rientrano nel programma e che dividono la base così come i parlamentari (dallo ius soli alle unioni civili – e infinite altre). Come uscirne? La risposta, per il M5S, sta nella piattaforma Rousseau, con le sue proposte di legge su centinaia di temi, tutte da sottoporre al voto degli iscritti. «Una rivoluzione mondiale», secondo il responsabile della funzione Lex Iscritti Danilo Toninelli, deputato del movimento. Meno enfaticamente, un grande contenitore con l’ambizione di rappresentare (democraticamente) la sintesi tra solido e liquido, tra ideologia e playlist, tra strutturato e destrutturato.

Regole-arbitrio

Sono in corso e dureranno fino al 26 ottobre le votazioni on line con cui gli iscritti al Movimento decideranno se e quali modifiche apportare al “Non Statuto” e al “Regolamento” del M5S. Lo scopo è provare a superare, almeno un po’, un’antinomia storica del Movimento: quella tra la mistica della legalità (come obiettivo etico-politico) e una liquidità normativa interna che porta con sé ampi margini di ambiguità e imposizioni arbitrarie dall’alto, con in più la variabile della spersonalizzazione-deresponsabilizzazione costituita dal cosiddetto “staff” (anonimo) che si autoattribuisce il diritto di chiedere documentazione e di «avviare istruttorie» ( caso Pizzarotti ). All’origine di questa contraddizione tra obiettivo politico e pratiche interne c’è l’origine del M5S come rete molecolare di meetup che rigetta ogni burocrazia organigrammatica (vista come rendita di posizione e di potere tipica dei partiti).

L’incontro con la complessità della politica porta ora a moderare questo rifiuto: ad esempio a «indicare in modo più dettagliato i comportamenti sanzionabili (degli iscritti) attribuendo la decisione ad un organo terzo composto da portavoce e lasciando a Beppe Grillo le sole facoltà di annullare le sanzioni e di sottoporre la decisione ad una votazione on line degli iscritti». Per ulteriore paradosso, a richiedere una definizione meno arbitraria delle regole sulle espulsioni era proprio Pizzarotti, prima di lasciare il M5S.

Uno vale uno-Capi

L’antinomia precedente è intrecciata con quella (altrettanto congenita e storica) tra l’obiettivo della democrazia assoluta e l’esigenza-esistenza di gerarchie, di capi. Una questione persistente nel tempo e altalenante nei tentativi di soluzione: “nessun capo, decidono tutto gli iscritti”, Grillo capo politico, Grillo e Casaleggio insieme “garanti”, Direttorio nazionale, Direttorio locale, staff, Grillo di nuovo capo politico, ruoli di peso più o meno formalizzati o informali ma evidenti (come Roberta Lombardi, che in teoria è un semplice deputato ma conta più di altri). Di nuovo: è la complessità del reale che fa emergere catene di comando sul campo, che il “capo politico” Grillo talvolta alimenta, talvolta tollera, talvolta ignora (e talvolta cancella con una frase sul blog o in un comizio). Come nella voce sopra, all’origine c’è il rifiuto drastico dei vecchi e rigidi organigrammi di partito: comitato centrale, direzione nazionale, segreteria etc. Ma se su questa pars detruens nessuno ha dubbi, manca ancora la formula che impedisca all’utopia “uno vale uno” di rovesciarsi in una distopia di poteri di fatto, in equilibrio o squilibrio tra loro secondo capricciosi e impermanenti rapporti di forza.

Trasparenza-retroscena

Il primo incontro, chi può dimenticarlo?, all’hotel Saint John a San Giovanni a Roma. Neo-parlamentari che con l’iPad fotografavano i giornalisti, sublime rovesciamento dei ruoli, cronisti infiltrati che si fingevano deputati (i neo-eletti non si conoscevano tra loro), la promessa di mettere tutto in streaming per uccidere gli odiati retroscena dei giornali. Missione riuscita, con Pier Luigi Bersani, Enrico Letta e anche Matteo Renzi: epico lo scontro nel 2014 tra il premier incaricato e Grillo piombato a Roma per insultarlo on line, per tracciare una linea di confine, di qua o di là. «La trasparenza diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto», teorizzava Casaleggio. Tre anni dopo, si è vista la prima cittadina di Roma seduta sul tetto del Campidoglio per sfuggire a occhi e orecchie indiscrete. E i retroscenisti del Palazzo – disoccupati quando devono occuparsi di Pd o di Forza Italia, che noia – hanno ritrovato linfa vitale tra le correnti del M5S.

Riecco gli squali e i tonni, così il decano dei giornalisti parlamentari Guido Quaranta catalogava i colleghi del Transatlantico, in branco sulle prede. Solo che ieri erano i potenti boss dc, oggi gli spauriti aspiranti capicorrente grillini. Risorge il minzolinismo (da Augusto Minzolini: ieri giornalista-squalo, oggi nell’acquario come senatore berlusconiano) con i suoi stili narrativi: l’ira del capo sui seguaci, la rissosità tra i gerarchi, le veline, i virgolettati anonimi. La sindaca Raggi e il suo portavoce si fanno intercettare da un reporter a tavola, come accadde ai colonnelli di An che tramavano contro Gianfranco Fini. Solo che i protagonisti non sembrano in grado di tenere la scena, e neppure il retroscena. E così, tra il tripudio di facce, faccette, chi-sta-con-chi incorniciate nelle infografiche dei quotidiani e gli scoop sull’ultimo nominato in Campidoglio, manco fosse il Watergate, viene il dubbio che, alla fine, Grillo stia riuscendo nel suo intento. Uccidere quel che resta del racconto della politica con una dose sempre più massiccia di sconfortanti banalità.

Cambiamento-conservazione

«Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno!», disse Grillo nel 2013. «Una rivoluzione democratica, non violenta, che sradica i poteri, che rovescia le piramidi». Scardinare le liturgie della vecchia politica: il programma di un cambiamento radicale, l’indicazione della terra promessa. Già qualche mese dopo l’ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama, però, il proposito si era capovolto. Colpa della rottamazione di Renzi, un brand direttamente concorrenziale con M5S negli scaffali del supermarket politico, che pesca nello stesso mare dell’indignazione dei cittadini verso la casta del Palazzo. Renzi occupa il ruolo del riformatore costituzionale, il premier che vuole cancellare il Senato e il Cnel. E i 5 Stelle, di conseguenza, salgono sui tetti per difendere la Costituzione, si tramutano nelle sentinelle della Carta del 1947, dalla parte di Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Salvatore Settis, nonostante siano rappresentanti di un elettorato giovane e giovanissimo. Dall’attacco alla difesa, anche nelle città. Un solo messaggio per dipendenti comunali, vigili, autisti dell’autobus, l’esercito degli assunti nelle municipalizzate: nessuno sarà tagliato. Rassicurante e moderato. L’eterno gattopardismo o il suo contrario: non cambiare nulla per avere la forza di cambiare tutto?

Militanza-competenza

Al debutto, al comune di Parma, il sindaco neo-eletto Pizzarotti chiese ai cittadini di inviare i loro curriculum per partecipare alla giunta da assessori. E impiegò due mesi per mettere a posto la squadra. Quattro anni più tardi Virginia Raggi non ha fatto pubblica richiesta di competenze, in compenso la ricerca di un nome all’altezza del delicato assessorato al Bilancio è durata ancora di più. Il mix delicato tra gli incarichi ai militanti della prima ora e quelli distribuiti ai tecnici svela un’altra metamorfosi del Movimento. Quando M5S ancora non esisteva e Grillo girava l’Italia con i meetup era naturale per lui far salire sul palco gli studiosi di nanoparticelle Stefano Montanari e Antonietta Gatti, il teorico della decrescita felice Maurizio Pallante, il consulente economico Beppe Scienza, la sindaca di Montebelluna Laura Puppato del Pd… Nel corso degli anni il Movimento ha incontrato altri esterni, l’economista no-euro Alberto Bagnai, il filosofo Paolo Becchi.

Più cresceva la nuova nomenclatura informale del Movimento, più le presenze degli esperti venivano meno. Nelle giunte del 2016, a Roma e a Torino, l’esperimento è sembrato tornare di moda, con Paolo Berdini all’urbanistica a Roma o Francesca Leon alla cultura a Torino. Compagni di strada, intellettuali, professori cui non viene chiesto di giurare fedeltà a Grillo e Casaleggio, ma accettano di fare una parte del cammino, come gli indipendenti di sinistra con il Pci. Fino a scivolare, sotto il Campidoglio, nell’esterna Paola Muraro, assessore all’Ambiente sotto inchiesta. O nel capo di gabinetto Carla Raineri, dimissionaria dopo la polemica sul suo compenso («le competenze si pagano», la difese la sindaca), insieme all’assessore al Bilancio Marcello Minenna, sostituito dopo lungo travaglio da Andrea Mazzillo. Il militante: che però era stato del Pd.

Cittadini-gente

Per Grillo M5S è «il cittadino che si fa Stato ed entra in Parlamento». Lo disse nel comizio finale di piazza San Giovanni il 22 febbraio 2013, alla vigilia del trionfo elettorale, forse il suo intervento più pensato e programmatico. «Pensava ml

Media vi odio-Media vi amo

Nessuna forza politica, nemmeno Forza Italia, ha mai avuto l’interesse verso la comunicazione e i media del M5S. Un movimento che nasce in un nuovo medium (Internet), da un fondatore che proviene da un altro medium (la tivù) al quale deve la sua notorietà pregressa ma anche il suo primo scontro politico (1986, l’anatema di Craxi e l’espulsione dalla Rai). E sono in tivù i primi “comizi” su temi civili (i monologhi di fine anno su Tele+, anni Novanta), è su un settimanale che Grillo scrive i suoi editoriali (“l’Internazionale”, dal 2008 al 2014). Ne deriva, per il M5S, un’attenzione per i media al limite dell’ossessione: gli attacchi continui ai giornali, il rapporto conflittuale e altalenante con i talk show, fino alla rilevanza decisionale all’interno dello stesso M5s dei “responsabili della comunicazione”, il cui ruolo sconfina spesso nella regia politica (ultimo caso, Rocco Casalino). «I giornali sono morti», ripete Grillo, poi però scrive al “Corriere della Sera” per spiegare il caso Roma (10 settembre scorso), così come già aveva fatto Casaleggio per spiegare il suo ruolo nel M5S, nella sua prima uscita pubblica (maggio 2012); e anche l’erede Davide affida al “Corriere” la sua prima intervista (giugno 2016). Quanta alla tivù, «è una merda» (Grillo dixit) però i parlamentari vengono sottoposti a training per bucare lo schermo. Incoerenze? Forse. O magari il segno di un rapporto intenso e quindi ricco di ambivalenze. Nemmeno così strano, per un partito nato in un’era in cui politica e comunicazione sono la stessa cosa.

Virus-antivirus

«Abbiamo piazzato trenta virus in una trentina di comuni», scrive Grillo all’indomani dei suoi primi eletti negli enti locali (2009). E poi: «Il virus della conoscenza non si può fermare, Ognuno è un trasmettitore e un ricevitore» (2010); ancora: «Il M5S è un virus, non una poltrona (2012), «Siamo un virus inarrestabile» (dopo la vittoria a Livorno, 2014) «Chi si risveglia è un virus, questo virus non si ferma» (2015). La metafora è chiara: una contaminazione positiva, per uccidere il corpaccione della casta e del palazzo.

Con il tempo però il virus diventa anche altro: quello degli “infiltrati” nel M5s (i parlamentari fuoriusciti e/o espulsi) e quindi contamina il M5S stesso (Roberta Lombardi: «Raffaele Marra è il virus che ha infettato il Movimento»). Il partito di Grillo da soggetto virale a potenziale oggetto di virus, insomma, in contemporanea con il passaggio dalla pura protesta alle responsabilità istituzionali. Un’evoluzione che però non può essere risolta in modo troppo semplificatorio o fatalista: perché alla fine quello che conta è la risposta dell’organismo all’agente esterno. E finora gli agenti patogeni sembrano aver più rinforzato che indebolito il M5S.

Ridere-arrabbiarsi

Henri Bergson insegna che il riso rinsalda le relazioni sociali tra coloro che ridono, definendo così la propria differenza rispetto agli oggetti del riso. Il comico Grillo è sempre stato consapevole di questa dinamica e gli inizi del Movimento stanno in una sorta di inedito “blocco sociale”: coloro che ridono con lui – Grillo – contro gli avversari verso cui è indirizzata la risata (Berlusconi-Psiconano, Bersani-Gargamella, Morfeo-Napolitano etc). Con la sua comicità Grillo declina e trasfigura la rabbia: e, nelle intenzioni, ne impedisce le derive brutali, la fertilizza politicamente. Il meccanismo tuttavia è instabile e sempre a rischio: il “vaffanculo” del resto è per sua natura in bilico tra gioco satirico e aggressione violenta, tra la leggerezza della comicità e la cupezza della collera. Ed è questa che spesso prevale, soprattutto sui social network, dove ogni critica al Movimento è seguita da aggressioni verbali poco ludiche e molto lugubri. Il cui effetto è ovviamente quello di un boomerang. Lo capì anche Casaleggio senior, all’indomani della sconfitta elettorale del 2014: quando raccomandò «più sorrisi e meno livore» e costruì un video ironico con Beppe Grillo che prendeva un Maalox.

Rete-Alveare

Per il M5S Internet è il tempio della democrazia dal basso, dove si propongono le leggi, si discutono e alla fine si votano (piattaforma Rousseau). È la democrazia più alta: non solo diretta, ma anche continua e in grado di autocorreggersi, come teorizzato dai “classici” della Rete e mostrato dal modello Wikipedia. Inoltre è il luogo della critica che stimola e aggrega la protesta-proposta dei cittadini. Il Web tuttavia è un Giano bifronte e, accanto all’agorà digitale, porta in pancia conseguenze negative secondo la stessa cultura del Movimento: la globalizzazione dei mercati che uccide il piccolo produttore locale, la concentrazione di ricchezze nelle mani di pochissimi “over the top”, l’esternalizzazione del potere da parte di dinamiche e algoritmi non trasparenti e non controllabili dai cittadini.

In più, con l’avvento dei social, la Rete scatena quelle dinamiche sociopsicologiche che lo scrittore Vincenzo Latronico ha definito “mentalità dell’alveare”: sospetti, accuse, minacce, congiure, allusioni, processi, bufale, insulti. Tutti rovesci della medaglia che lo stesso Casaleggio ha raccolto in un suo libro (“Insultatemi”, 2013) dove racconta di aver «scoperto di essere un pericoloso massone, frequentatore del Bilderberg ed espressione dei “poteri forti”: identità multiple, a me del tutto sconosciute». Insomma Internet è un’arma meravigliosa, ma a doppio taglio. Così il tecnoentusiasmo dei primordi viene affiancato da una riflessione più sfumata. O perfino dalla tecnopaura: come nel video postumo di Gianroberto Casaleggio, in cui la minaccia più seria per il futuro dell’umanità viene identificata in «un superorganismo che mescola Internet, intelligenza artificiale, Big Data». Si ama sempre Lawrence Lessig, certo: ma si inizia a temere che abbia ragione Evgenij Morozov.

Referendum. Il treno renziano dell’antipolitica.

Dimensione Mendez

trenoSe vittoria sarà (molto probabile), l’affermazione del SI’ al referendum costituzionale è destinata a segnare un risultato: riuscire ad ottenere un voto popolare di fiducia alla politica attraverso l’antipolitica.

L’intuizione immediata di Renzi, ancor prima di personalizzare la battaglia, era quella più lucida: “Molta gente di centrodestra, del M5s e della Lega voterà sì”. Parole che ha ribadito nuovamente in questa campagna di ottobre, attraversata col turbo.

La semplicità disarmante dei messaggi propagandistici a favore del SI’ (Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici?) annichilisce ogni tentativo di ragionamento. Lo spauracchio dispotico, paventato dal fronte del NO, è inutile acqua fresca di fronte alla prospettiva di un treno del cambiamento che passerà il 4 dicembre e poi non tornerà più, per almeno altri 30 anni. Di fatto, Renzi è pronto a raccogliere i frutti di una lunga stagione di antipolitica che dura da almeno 30 anni, prima con la…

View original post 276 altre parole

Libertà e partecipazione

di Barbara G.

Nel dibattito relativo, o correlato, al referendum un tema molto importante sta passando in secondo piano, lo si sfiora senza affrontarlo in modo adeguato, quasi fosse un parente antipatico e noioso, da non invitare alle feste comandate: il ruolo dei cittadini nella società, la loro partecipazione (diretta o indiretta) alla vita politica.

La nostra Costituzione, quella che spesso definiamo “la più bella del mondo”, dice, all’art3 c2:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Già, qualcuno dirà: “cosa c’entra, la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, quella dei diritti fondamentali”. Ne siamo così sicuri?

Come possiamo dire che non viene intaccato il nostro diritto alla partecipazione se veniamo privati del diritto di eleggere i nostri rappresentanti al senato, che continuerà ad esistere con compiti parzialmente diversi da quelli attuali, definiti in modo confuso, ma che continuerà ad esaminare parte delle leggi approvate dalla camera? Come possiamo sentirci adeguatamente rappresentati?

Se i rappresentanti che noi eleggiamo per rappresentarci in consiglio regionale, o peggio il sindaco che abbiamo eletto per amministrare la nostra città, vengono mandati a fare i senatori part time (e quindi male), distogliendoli dalla funzione per la quale sono stati eletti, viene rispettato il nostro diritto ad essere rappresentati?

Che senso ha svilire un Senato pur caricandolo di compiti che, peraltro, non hanno niente a che fare con quelle di una Camera delle Autonomie, spesso citata a sproposito per giustificare un’elezione di secondo livello dei suoi componenti?

Ma l’elezione di secondo livello è ammissibile sulla base dei principi fondamentali della nostra Costituzione? C’è chi dice no: All’art1 c2 si afferma:

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

“La parola chiave è “esercita”. Nei principi fondamentali non compaiono deleghe all’esercizio della sovranità, come invece succede in quella francese, che all’art.3 c3 recita

Il suffragio può essere diretto o indiretto nei modi previsti dalla Costituzione. Esso è sempre universale, uguale e segreto.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo.

In seguito al confronto TV fra Renzi e Zagrebelsky in un editoriale su Repubblica Scalfari afferma che l’oligarchia è sempre stata in realtà la forma di governo in Italia, quella praticata dalla Democrazia Cristiana e dallo stesso Partito Comunista: l’oligarchia è quindi auspicabile, perché è, in sostanza, la stessa cosa della democrazia. A mio parere è un’affermazione pericolosissima, perché fa confusione fra il concetto di classe dirigente e le modalità con cui questa arriva al potere. Una classe dirigente è legittimata dai cittadini, mediante le elezioni, l’oligarchia comporta una selezione operata all’interno di un gruppo ristretto da parte dei componenti dello stesso. E c’è una bella differenza, direi…

L’opinione di Scalfari non è isolata, visto che anche un esponente PD come Fiano gli dà ragione. A questo punto mi chiedo: è un caso che all’interno del PD non ci si facciano particolari problemi ad espropriare la cittadinanza di un diritto fondamentale come quello di scegliere i suoi rappresentanti? Forse è per quello che hanno difeso così strenuamente l’Italicum?

E tutto questo avviene mentre i votanti sono in calo. Dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi si è passati da un’affluenza sempre superiore al 90% a poco più del 70%, ma ciò non sembra turbare più di tanto la nostra classe dirigente. Evidentemente importa che vadano a votare quelli giusti, e degli altri chissenefrega…

E quindi… chissenefrega se viene creato un senato che è un casino, se si toglie il diritto di voto, se si alzano le firme per presentare leggi di iniziativa popolare. Tutto si deciderà nelle segrete stanze.

E’ l’oligarchia, bellezza.