Mese: febbraio 2017

Cos’è la valorizzazione?

MI RICONOSCI? Sono un professionista dei beni culturali

Le vicende di questi giorni, tanti commenti sulla nostra pagina, ci hanno indotto a interrogarci su un tema: cosa intendiamo quando parliamo di “valorizzazione”, applicata al patrimonio culturale?

Ovviamente una risposta non esiste, ma pubblichiamo questo articolo per sottoporre alcune riflessioni, e opinioni. E per mettere in chiaro alcuni punti, a nostro avviso, oggettivi.

Anzitutto, potremmo provare a definire la valorizzazione come l’insieme delle pratiche che aumentano il valore che un dato bene può offrire (nel caso di un bene culturale, che può offrire alla comunità), e lo portano, tramite opportuna gestione e promozione, a dare frutto. Va da sé che, nel caso di un bene culturale, la valorizzazione non sarà solo monetaria, ma può e deve essere anche, appunto, culturale: quindi si considererà “valorizzato” non solo un museo che frutta di più, ma anche un museo che, pur non generando profitto economico (a causa di…

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Cancellate la riforma Franceschini

segnalato da transiberiana9

La diaspora del Pd, vi prego, cancelli anche la riforma Franceschini sui beni culturali

di Tomaso Montanari – huffingtonpost.it, 24/02/2017

In queste ore la diaspora del PD sta mettendo sotto accusa, e sta progettando di rovesciare, una buona parte dei provvedimenti chiave del Governo Renzi, che pure aveva votato in Parlamento. Bene, anzi meglio: meglio tardi che mai.

Vorrei però elevare una preghiera: accanto al Jobs Act, alla Buona Scuola, alla soppressione dell’Ici anche per i miliardari, allo Sblocca Italia del cemento non dimenticatevi di ripudiare (e di abrogare, se ne avrete la forza) la cosiddetta riforma Franceschini!

Vi prego di credere non tanto a me o a Salvatore Settis, ma alle centinaia di associazioni e tecnici del patrimonio culturale (molti riuniti nel cartello Emergenza Cultura), o ai cittadini delle zone colpite dal terremoto nell’Italia centrale, che da mesi cercano di bucare il muro del silenzio e della propaganda del potente, eterno Dario Franceschini. Che, se è impegnato nel puntellare il Pd (e nel puntellare soprattutto le sue ambizioni sulla presidenza della Camera, e oltre), è anche impegnatissimo nel far cadere ogni puntello che reggeva il nostro povero patrimonio culturale.

La riforma Franceschini si basa su un principio semplice, anzi brutale: separare la good company dei musei (quelli che rendono qualche soldo), dalla bad company delle odiose soprintendenze, avviate a grandi passi verso l’abolizione. Il resto (archivi, biblioteche, siti minori, patrimonio diffuso) è semplicemente abbandonato a se stesso: avvenga quel che può.

Il progetto sui musei è chiaro: la messa a reddito selvaggia, la trasformazione in un luna park per ricchi. A Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato privati dei milionari; a Brera 50 tavole (tra cui un Piero della Francesca) si crettano mentre tutte le porte sono spalancate ad un clima polare perché si deve allestire una sfilata di Trussardi; la Galleria Borghese presta tredici opere delicatissime ad una grande fiera olandese di antiquariato per ricchi collezionisti; il Palazzo Ducale di Mantova è ridotto ad una fiera del mobile, e la Reggia di Caserta in un outlet di borse griffate. Il Colosseo si trasformerà in una location di eventi (esclusivi, ovviamente) e al Pantheon si impone il biglietto, mercificando un altro pezzo della città di tutti. E tutto questo circo per ricchi gira grazie ad uno schiavismo di massa: perché tutta la baracca è retta da una legione di precari, travestiti da volontari, che vanno avanti con 400 euro al mese, anche se hanno fior di lauree e dottorati di ricerca.

In gioco non c’è la dignità dell’arte, ma la nostra capacità di cambiare il mondo. Il patrimonio culturale è una finestra attraverso la quale possiamo capire che è esistito un passato diverso, e che dunque sarà possibile anche un futuro diverso. Ma se lo trasformiamo nell’ennesimo specchio in cui far riflettere il nostro presente ridotto ad un’unica dimensione, quella economica, abbiamo fatto ammalare la medicina, abbiamo avvelenato l’antidoto. Se il patrimonio non produce conoscenza diffusa, ma lusso per pochi basato sullo schiavismo, davvero non abbiamo più motivi per mantenerlo con le tasse di tutti: non serve più al progetto della Costituzione, che è “il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

Il progetto sulla tutela, invece, è stato chiarito da Maria Elena Boschi. Dialogando amabilmente con Matteo Salvini in diretta televisiva (a Porta a Porta, il 16 novembre scorso), l’allora ministra per le riforme ha candidamente ammesso: “io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. Ecco la verità. Renzi l’aveva scritto, in un suo libro: “soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della democrazia”. Detto fatto: ora chi vuole cementificare, distruggere, esportare clandestinamente, saccheggiare necropoli ha la strada spianata.

Peccato che il terremoto abbia svelato prima del tempo che non c’è più nessuna tutela del patrimonio. Pochi giorni fa un collega storico dell’arte mi ha scritto sconvolto, dopo aver camminato a lungo tra le rovine di Camerino, che il nostro patrimonio è stato abbandonato da “un ministero drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia”. E i cittadini rimasti ad Amatrice hanno scritto a Franceschini una lettera straziante e durissima, ovviamente ignorata dai giornali che alimentano la narrazione della ricostruzione: “Ma Lei, signor Ministro, si rende conto della situazione che stiamo vivendo? Si rende conto che insieme ai monumenti di Amatrice stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, che stiamo perdendo un pezzo dell’Italia, non avendo intrapreso se non in minima parte quelle azioni che ne avrebbero salvato almeno una parte?”.

Tra cento anni i libri di storia dell’arte diranno che furono un ministro (Dario Franceschini) e un governo (quello del Pd di Matteo Renzi) a distruggere ciò che in secoli si era costruito: il patrimonio culturale e il sistema di tutela grazie al quale esso era arrivato fino a noi.

Se ora davvero una parte di quel Pd si è svegliata dal sonno e ha deciso di reagire, ebbene, siamo in tanti a pregarlo: ricordatevi anche del nostro patrimonio culturale, ricordatevi dell’articolo 9 della Costituzione. Come scrisse Raffaello al papa Leone X nel 1519: “non deve essere tra gli ultimi vostri pensieri aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della fama italiana, e che eccita alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato e guasto dalli maligni, dagli ignoranti”.

Non è una #buonascuola per disabili

segnalato da Barbara G.

«Ritirate le deleghe della Buona scuola, vanno contro i diritti dei più deboli». L’allarme di familiari e docenti

di Donatella Coccoli – left.it, 23/02/2017

«Quella delega rischia di gettare a mare tutta l’istruzione per i disabili. E anche le altre non facilitano la loro vita, vanno ritirate tutte». Per lanciare questo allarme ai parlamentari oggi davanti a Montecitorio a partire dalle ore 15 fino alle 19 è in corso un presidio di centinaia di associazioni, la Rete dei 65 movimenti, provenienti da tutta Italia, che rappresentano oltre centomila cittadini, tra insegnanti, genitori di ragazzi disabili. Alla protesta hanno aderito anche tutti i sindacati, sia confederali che di base, oltre alle associazioni degli studenti e a partiti come Sinistra italiana.

La protesta non si ferma qui. Domani venerdì 24, al liceo Tasso di Roma si terrà un seminario di formazione per docenti sull’inclusione, parteciperanno tra gli altri il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo e il giudice onorario della Cassazione Ferdinando Imposimato, sempre molto critico contro le violazioni dei principi costituzionali.

Ma perché questa ribellione collettiva? Non è bastata la legge 107, che ha causato non pochi problemi non solo nei contenuti, ma anche nell’organizzazione scolastica. Adesso arrivano 8 decreti attuativi relativi ad altrettanti temi cruciali per l’istruzione e che il 17 marzo diventeranno legge. Vanno a completare, per così dire, la Buona scuola. Allora, nel 2015, si disse che le deleghe erano troppe, che si lasciava carta bianca al Governo su troppi temi sensibili. Poi il tempo è passato, il Governo senza ascoltare nessuno è andato avanti ed ecco qua le 8 deleghe, targate Renzi-Giannini, con il via libera della ministra Fedeli, arrivata con il governo Gentiloni. La delega contestata è la 378 “Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità”. In Commissione Istruzione e cultura di Camera e Senato si stanno tenendo le audizioni di associazioni, esperti, comitati, ma c’è poco tempo perché i parlamentari entrino dentro argomenti così complessi come quello dell’inclusione scolastica per i disabili oppure la formazione iniziale dei docenti o ancora la valutazione. È una delle critiche che fanno i sindacati: troppo poco tempo per cambiare qualcosa dei decreti attuativi.

Chi ha promosso la mobilitazione, ha individuato precisi punti che non vanno. Li elenca la professoressa Daniela Costabile, portavoce della Rete dei 65 movimenti che ha organizzato la protesta e che fa parte anche dei Partigiani della scuola, uno dei movimenti nati contro la Buona Scuola.

«Noi come rete siamo nati proprio per la delega disabilità, ma poiché i danni per i disabili vengono anche da tutte le altre deleghe, noi chiediamo il ritiro di tutti i decreti attuativi. Per questo motivo ha aderito alla nostra rete tutto il mondo della scuola. Questa è l’unica manifestazione contro i decreti», spiega.

La critica più forte è quella per cui le famiglie, con la delega sono tagliate fuori dal sistema dell’istruzione che nei casi di studenti disabili costituisce una rete complessa. Mentre prima della delega, grazie alla legge 104 del 1992 c’erano 41mila gruppi Glh, cioè gruppi di lavoro e studio che ogni dirigente creava nella propria scuola, formati da docenti di sostegno e curricolari, operatori sociali e familiari, adesso, tutto questo sistema viene spazzato via. La stessa legge 104 viene depotenziata e molti degli articoli della norma di 25 anni fa vengono cambiati. «Abbiamo scoperto dalla relazione tecnica – dice Costabile – che il Governo elimina tutti i gruppi che c’erano per ogni scuola, e al loro posto ha inserito dei Git, gruppi per l’inclusione territoriale, in cui ci sono 4 presidi e due docenti, i quali devono decidere le ore di sostegno da dare i ragazzi. Se prima con la legge 104 scattava automaticamente il docente di sostegno adesso non è più così. La 104 è stata depotenziata da questa delega». Trecento Git, uno per ogni ambito territoriale, la nuova geografia scolastica, ecco la novità della delega 378 che non va giù ai familiari.

«Dovranno decidere, senza conoscere i ragazzi, cercheranno di razionalizzare, ma c’è una sentenza, la n.80 del 2010 che dice che quando si tratta di ragazzi con disabilità, il pareggio di bilancio non c’entra nulla, bisogna dargli tutto quello che serve», continua la professoressa. Ma non è solo questo il punto contestato. Un altro riguarda la possibilità di aumentare il numero di alunni nelle classi in cui è presente uno studente disabile. Da 20 si passa a 22. Ma in quell’articolo 3 “Prestazioni e competenze”, c’è un passaggio che desta preoccupazioni. Laddove si parla della formazioni delle classi, si legge: «consentire, di norma, la presenza di non più di 22 alunni ove siano presenti studenti con disabilità certificata». «Questa norma è contestata da tutti – dice Daniela Costabile – anche da parte dell’osservatorio Miur per la disabilità, perché così sale il numero di alunni per classe». Inoltre, con la legge 104 bastavano 6 giorni per la certificazione del bambino all’inizio del suo percorso scolastico, adesso gli avvocati delle associazioni hanno calcolato che di giorni ne occorrono 60. «Quindi niente snellimento burocratico», sottolinea la portavoce della rete dei 65 movimenti. «La commissione medica è stata integrata da figure che non c’entrano nulla – continua – un terapista della riabilitazione, chissà, forse per vedere se un ragazzino è autonomo e può stare solo senza il sostegno… E poi c’è anche un medico dell’Inps, un ispettore che non risponde al ministero della salute, non vorrei che i ragazzini verranno trattati come falsi invalidi».

Altro articolo della delega che ha fatto sollevare tutti, familiari e insegnanti, è l’articolo 16 “continuità didatica”: «Per valorizzare le competenze professionali e garantire la piena attuazione del piano annuale di inclusione, il Dirigente scolastico propone ai docenti dell’organico dell’autonomia di svolgere anche attività di sostegno didattico, purché in possesso della specifica specializzazione».

Tradotto, significa che anche i docenti curricolari, se hanno una specifica specializzazione, sono chiamati a fare il docente di sostegno. «La prospettiva è che il preside faccia lavorare il docente sia sulla classe che sul ragazzino, quindi questo perde il docente di sostegno. È un tranello», sottolinea con amarezza Daniela Costabile.

In sintesi, il senso che emerge da questa delega è quello della razionalizzazione, del “fare cassa”. Ma  sostenere le ragioni del bilancio sulla pelle di chi è più debole non è possibile. D’altra parte anche la Corte Costituzionale, poche settimane fa ha sancito che il pareggio in bilancio non ha ragion d’essere rispetto ai diritti di chi ha una disabilità. Vedremo se il Parlamento recepirà l’allarme di migliaia di cittadini che partono da una situazione di svantaggio e che quindi devo essere tutelati ancora di più.

L’accordo illegale

25segnalato da Barbara G.

Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti potrebbe essere illegale

Migranti soccorsi al largo delle coste libiche, il 27 gennaio 2017. (Emilio Morenatti, Ap/Ansa)

di Annalisa Camilli – internazionale.it, 20/02/2017

Il memorandum d’intesa sui migranti firmato il 2 febbraio dall’Italia e dalla Libia potrebbe essere illegale. A sostenerlo è un gruppo di giuristi, ex politici e intellettuali libici che il 14 febbraio ha presentato un ricorso di 23 pagine alla corte d’appello di Tripoli. I sei libici, tra cui diversi ex ministri, sostengono che il memorandum sia incostituzionale. Innanzitutto perché, prima di essere firmato dal primo ministro Fayez al Sarraj a Roma, non è stato approvato dal parlamento libico e dal governo all’unanimità. Al Sarraj non ha ottenuto la fiducia dei parlamentari libici che si sono ritirati a Tobruk nel 2014. Inoltre l’accordo implicherebbe impegni onerosi da parte di Tripoli, che non erano contenuti nel trattato di amicizia tra Italia e Libia stipulato nel 2008, a cui il memorandum s’ispira.

L’avvocata Azza Maghur, tra i firmatari del ricorso, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che l’accordo tra l’Italia e la Libia viola i regolamenti europei sull’asilo, perché permette il respingimento dei profughi in un paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e che non può essere considerato sicuro.

Inoltre, secondo Maghur, l’accordo prevede finanziamenti da parte dell’Italia che non sono stati quantificati, in cambio di un impegno da parte della Libia che è altrettanto vago. “C’è il rischio altissimo di creare un clima di razzismo, con migliaia di detenuti in uno stato che non ha polizia né esercito”, ha dichiarato Maghur al Corriere della Sera.

Il ruolo del parlamento italiano
Dubbi sulla legittimità dell’accordo sono stati sollevati anche in Italia. Secondo il professore di diritto costituzionale Paolo Bonetti, il memorandum non rispetta l’articolo 80 della costituzione italiana, che prescrive la ratifica da parte del parlamento dei trattati internazionali che sono di natura politica e che implicano oneri finanziari da parte dello stato.

“Il controllo parlamentare della politica estera è una delle caratteristiche essenziali della forma di stato democratica. La costituzione italiana anche in questo si distingue dallo Statuto albertino (articolo 5) grazie al quale l’Italia è stata trascinata nelle avventure più catastrofiche della sua storia: due guerre mondiali, tre avventure coloniali, tre alleanze militari sono state stipulate segretamente senza l’approvazione delle camere”, afferma Bonetti.

Secondo Bonetti l’accordo con la Libia è di natura politica: “È evidente che non si tratti di un accordo eminentemente tecnico, è un accordo di natura politica. C’è dietro tutta la critica al diritto d’asilo e alla cooperazione internazionale dell’Unione europea ed è così di natura politica che ha provocato il dissenso radicale di tutta una parte della Libia (il territorio controllato dal generale Khalifa Haftar)”, spiega Bonetti. E su questo la costituzione è chiarissima: non può avere alcun valore senza l’autorizzazione del parlamento.

“In secondo luogo”, spiega Bonetti, “il memorandum dice che non ci saranno nuove spese da parte dello stato, tuttavia non è chiarito quale sarà l’impegno economico italiano. Questi sono oneri alle finanze che devono essere precisati e che di nuovo implicano una legge di autorizzazione alla ratifica, che deve essere approvata dal parlamento”. Infine, secondo il costituzionalista, l’accordo viola la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che è inderogabile per gli stati membri dell’Unione.

“Gli stati nazionali non possono derogare a trattati internazionali con altri trattati internazionali. La Convenzione prevale su tutto il resto. L’Italia non può eliminare gli obblighi che comportano il divieto di trattamenti disumani e degradanti, e il divieto d’inviare i migranti in stati dove subirebbero trattamenti inumani e degradanti (articolo 3 della convenzione)”, conclude Bonetti.

La professoressa di diritto europeo Chiara Favilli, esperta di politiche europee di immigrazione e asilo, solleva un’altra questione che riguarda la sostenibilità economica del memorandum e l’origine dei finanziamenti destinati a questa intesa: “Nel memorandum Italia-Libia si precisa che non ci saranno stanziamenti aggiuntivi oltre a quelli già previsti, ma non si capisce bene a quale previsione ci si riferisce”, spiega Favilli. Come si finanzierà il memorandum? Questa materia è tutt’altro che chiara, secondo la docente di diritto europeo.”Si rinvia anche all’articolo 19 del Trattato di amicizia del 2008 che prevedeva un onere a carico del bilancio italiano per il 50 per cento e il restante a carico dell’Unione europea. Dalla legge di esecuzione del trattato si evinceva poi che quel 50 per cento a carico dell’Italia era di fatto pagato attraverso una tassa versata dalle aziende italiane impegnate in Libia come l’Eni. C’è da chiarire se questo articolo è ancora in vigore e altrimenti con quali fondi l’Italia provvederà a finanziare queste attività”.

Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa

segnalato da Barbara G.

Petizione diretta a Argiris Panagopoulos

La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi. Il Fmi e la Commissione Europea pretendono nuove misure di austerità per dopo il 2018, peraltro in contraddizione tra di loro, che non sono previste né dai Trattati europei né nella costituzione di nessun paese al mondo, e per questo assolutamente ingiuste, dannose ed inaccettabili. Non solo la Grecia, ma anche altri Paesi, subiscono le conseguenze nefaste delle politiche di austerità,  nuove richieste di sacrifici e contro riforme. Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale. L’Europa deve riprendere il processo di integrazione, all’insegna di unità e solidarietà. Ciò significa archiviare la stagione dell’austerità con le sue ricadute negative, oltre che mettere in discussione la cultura del Patto di stabilità e del Fiscal Compact.

L’austerità ha scatenato la frammentazione dell’Europa, ha sfregiato le costituzioni democratiche con l’assurdo Patto di stabilità, ha creato disoccupazione di massa in tanti paesi, impoverimento e marginalizzazione.

L’Europa non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici, i fili spinati, la divisione dei suoi popoli e dei suoi lavoratori, la xenofobia e il razzismo.

L’Europa deve e può uscire dalla crisi unita e solidale cambiando politica e riscrivendo i Trattati ingiusti, creando un grande programma di investimenti pubblici e privati per far ripartire le sue economie e creare posti di lavoro veri per la prosperità di tutti i suoi cittadini. È necessario che l’Europa avvii una politica di contrasto al dumping salariale e sociale e faccia di questo il fondamento del Pilastro europeo dei diritti sociali attualmente in discussione, rilanciando un’idea di welfare inclusivo e di protezione sociale su scala continentale. Si tratta di scelte urgenti soprattutto per restituire speranza e fiducia nel futuro si giovani europei.

Facciamo un appello a tutte le forze democratiche a prendere posizione e a mobilitarsi e al governo italiano di sostenere la Grecia nella riunione dell’Eurogruppo del 20 di febbraio e chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici.

L’Europa, il suo e il nostro futuro, sono nelle nostre mani!

Susanna Camusso, segretario generale CGIL
Francesca Chiavacci, presidente ARCI
Andrea Camilleri, scrittore, sceneggiatore e regista
Stefano Rodotà, giurista, politico ed accademico
Renato Accorinti, sindaco di Messina
Lorenza Carlassare, costituzionalista
Vezio De Lucia, urbanista
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Monica Di Sisto, giornalista, campagna contro il TTIP
Anna Falcone, avvocato, costituzionalista
Paolo Favilli, storico
Carlo Freccero, c.d.a RAI
Tomaso Montanari, storico dell’arte, vicepresidente di Libertà e Giustizia
Olga Nassis, presidente delle comunità greche in Italia
Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante
Marco Revelli, storico, sociologo e politologo

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Fake news

segnalato da Barbara G.

Fake news: il disegno di legge è pericoloso, inattuabile e inutile

di Guido Scorza – ilfattoquotidiano.it, 21/02/2017

Obbligo di registrazione e di rettifica entro 48 ore per tutti i blog e siti di informazione, obbligo di sorveglianza generale – o poco ci manca – per i gestori dei social network e delle piattaforme di condivisione di contenuti prodotti dagli utenti, pene pecuniarie e detentive per chi pone in essere una serie di condotte descritte in modo tanto vago ed evanescente da abbracciare al tempo stesso qualsiasi forma di reato di opinione così come ogni forma di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero.

Può essere riassunto così – parola più parola meno – il contenuto del disegno di legge (Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica) attraverso il quale i senatori Gambaro (Ala), Mazzoni (Ala), Divina (Ln-Aut) e Giro (FI-Pdl) sembrano intendere dichiarare guerra al fenomeno planetario delle cosiddette “fake news”, le notizie false che rimbalzano sul web [e per la verità non solo sul web], influenzando le vicende della politica, dell’economia e della società e distorcendo la percezione della realtà da parte dell’opinione pubblica.

Dell’iniziativa legislativa tripartisan si è già detto e scritto molto e non sono mancate né critiche, né perplessità sollevate da più parti e per ragioni diverse.

E’ buona regola – lo suggeriva già Schopenhauer nel suo “Il mestiere dello scrittore” – scrivere solo quando si ha, per davvero, qualcosa da aggiungere a quanto già scritto da altri e, quindi, a un dibattito in corso. Spero di non tradire questa buona regola aggiungendo una manciata di considerazioni a quelle già fatte, da tanti, sin qui. Tuttavia la questione è centrale per il futuro dell’ecosistema internet e, forse – senza voler abusare del termine – per il futuro della nostra democrazia e, probabilmente, merita qualche parola in più.

E’ ovvio, innanzitutto, che si può scegliere di leggere il testo del disegno di legge in questione e poi lasciarlo scivolare distrattamente sulla scrivania – o addirittura nel cestino – semplicemente scuotendo le spalle e pensando che tanto non esiste nessuna concreta possibilità che, in una stagione politica come quella attuale, questa legislatura darà mai alla luce una legge sul web. Non c’è tempo e, soprattutto, deputati e senatori sono, ormai, in tutt’altre faccende affaccendati.

Ma un disegno di legge è qualcosa di più che una manciata di parole pronunciate da questo o quel parlamentare in un dibattito pubblico e, quindi, sembra opportuno mettere nero su bianco – anche solo a futura memoria – perché quello proposto in Senato nei giorni scorsi è una cura peggiore del male, che nasce vecchia, non risolverebbe alcun problema e, anzi, ne creerebbe a dozzine di nuovi e più perniciosi.

Prima di avventurarsi in questo ragionamento val la pena – per fugare ogni dubbio – chiarire che il problema delle notizie false che rimbalzano online come offline nei cosiddetti “nuovi media” così come in quelli vecchi e meno nuovi è un problema reale, globale, importante anche se né nuovo, né sconosciuto a chi si occupa di media giacché di notizie false – persino di guerre inventate e documentate in studi cinematografici – è piena zeppa la storia.

Le ricette proposte dai quattro senatori firmatari del disegno di legge sono però anacronistiche, inattuabili, inefficaci e, soprattutto ad alto rischio di deriva liberticida.

Un giudizio netto e severo che merita qualche spiegazione.

Cominciamo dal principio.

Il disegno di legge propone – e la circostanza ha di per sé dell’incredibile – che tutti i gestori di blog e siti internet debbano notificare via Pec (posta elettronica certificata) al Tribunale una sorta di dichiarazione di inizio di attività che non è esattamente una registrazione come quella richiesta ai periodici di carta ma poco ci manca.

Vale forse la pena di ricordare ai firmatari della nuova iniziativa legislativa che la prima volta che in Italia qualcuno propose una simile follia giuridica era il 2007, presidente del Consiglio era Romano Prodi e ministro delle Comunicazioni, l’attuale premier Paolo Gentiloni.

E toccò proprio a quest’ultimo, con un gesto di raro coraggio e altrettanta rara trasparenza, riconoscere che la proposta di obbligare i gestori dei siti internet a registrarsi in Tribunale era stata un errore da correggere in fretta.

Che dieci anni dopo qualcuno rispolveri dalla soffitta una soluzione già bollata come pericolosa, inattuabile e inutile dieci anni prima è circostanza sulla quale ogni parola in più risulterebbe poco rispettosa dei lettori.

Vale solo la pena appuntare che chiedere alle centinaia di migliaia di gestori di siti web (italiani?) di inviare una Pec in Tribunale è, nell’ordine: (a) inattuabile perché nessuno o quasi nessuno dei destinatari dell’obbligo in questione dispone di una Pec che è appannaggio pressoché esclusivo di professionisti ed imprese, (b) inutile perché non c’è autorità che sarebbe poi in grado di controllare il rispetto di un obbligo tanto massivo e, soprattutto, perché il web è liquido e senza confini geografici con l’ovvia conseguenza che una volta fatti registrare tutti i siti web “italiani” – qualsiasi cosa si decidesse di intendere con questa espressione – le temute fake news rimbalzerebbero in Italia, almeno sulla carta, da Oltralpe o Oltreoceano e (c) pericoloso perché, per fortuna, ad oggi scrivere, anche online, ciò che si pensa senza firmarsi (che non significa restando anonimi in senso assoluto, ndr) è lecito e, anzi, talvolta necessario e indispensabile.

E vale la pena ricordare ricordare agli onorevoli firmatari dell’iniziativa legislativa che, proprio come l’obbligo di registrazione di blog e siti internet, anche l’idea di imporre in capo a questi ultimi l’obbligo di rettifica entro 48 ore così come già previsto per gli editori professionisti è idea vecchia e arci-vecchia, valsa alle decine di disegni di legge che negli ultimi dieci anni l’hanno ospitata l’appellativo di norma “ammazza-web”.

Davvero nel 2017 si vuole dichiarare guerra al fenomeno delle fake-news con una ricetta che è già valsa all’Italia, negli ultimi anni, dozzine di punti (persi) nelle classifiche mondiali sulla libertà dei media?

E veniamo al terzo pilastro – anche se l’espressione suggerisce una stabilità difficilmente compatibile con l’estrema fragilità dell’impianto sul quale appare costruito il disegno di legge – dell’iniziativa anti-fake news.

Imporre ai gestori dei social network e dei siti di condivisione di contenuti per conto terzi un autentico obbligo di monitorare i miliardi di contenuti pubblicati, su base planetaria, sulle proprie pagine e intervenire tempestivamente a rimuovere quelle che appaiano – perché solo un giudice può dire per davvero che una notizia è falsa o, addirittura “esagerata”, come si propone nel disegno di legge – fake news.

Difficile, sotto questo profilo, astenersi dal ricordare ai firmatari del disegno di legge che era il 2000 quando l’Unione europea stabilì un principio che è caposaldo di civiltà, libertà e democrazia online diametralmente opposto a quello che loro vorrebbero veder introdotto nel nostro ordinamento: il divieto, per tutti i Paesi membri dell’Unione europea di imporre ai cosiddetti “intermediari della comunicazione” qualsivoglia obbligo generale di sorveglianza sui contenuti pubblicati dai propri utenti.

Un divieto che ha una spiegazione semplice e di straordinaria importanza: se lo Stato chiede a un soggetto privato di verificare ciò che i propri utenti pubblicano attraverso i propri servizi, questo soggetto, a tutela del proprio portafoglio, inizierà a limitare e restringere la libertà dei propri utenti di dire ciò che pensano online, sacrificando così l’idea che Internet possa rappresentare quella grande agorà democratica – che non significa né Far West, né zona franca senza regole – della quale tutti avvertiamo un gran bisogno.

Ed è, forse, proprio questa – tra le tante – la previsione della nuova iniziativa legislativa tripartisan più liberticida o, almeno, suscettibile di più immediate e pericolose derive liberticida.

Non è così, insomma, che si dichiara guerra alle fake news e questo sempre ammesso che sia per davvero necessario immaginare leggi da corte marziale contro un fenomeno che, forse, è figlio solo dei tempi e rispetto al quale l’opinione pubblica svilupperà in fretta naturali anticorpi.

La buona informazione, a tutti i livelli – professionali e non – è, probabilmente, la miglior cura contro la cattiva informazione e quindi, non è detto che servano leggi speciali, obblighi e sanzioni per difendere cittadini e utenti della rete dalle bufale online.

Un razzista alla Casa Bianca

Stephen Bannon, un razzista alla Casa Bianca

Il 28 gennaio 2017 Donald Trump ha invitato Stephen Bannon, già consulente strategico del presidente, a far parte del Consiglio nazionale per la sicurezza, un posto normalmente riservato a esperti militari.

internazionale.it, 04/02/2017 – da Die Zeit, Traduzione di Nicola Vincenzoni

Le elezioni presidenziali statunitensi sono passate da pochi giorni e la normalizzazione di Donald Trump è già cominciata. I mezzi d’informazione riferiscono con sollievo che forse Trump non vuole costruire un muro lungo tutto il confine con il Messico, ma una combinazione di muro e recinzioni. O che risparmierà un paio di capitoli della riforma sanitaria voluta dal suo predecessore Barack Obama. Da alcuni giorni si parla anche della nuova vita della futura famiglia presidenziale: si è scritto che Trump continuerà a trascorrere i fine settimana a New York, e che suo figlio è sembrato molto assonnato quando, alle tre di notte, il padre ha tenuto il discorso di accettazione della presidenza.

Anche i nomi di chi occuperà i ruoli chiave della prossima amministrazione sono annunciati come se fossero una cosa normale. Come capo del suo staff Trump ha scelto il repubblicano Reince Priebus, 44 anni, che avrà compiti amministrativi e coordinerà gli uffici del presidente. Come consulente strategico invece il presidente eletto ha voluto accanto a sé Stephen Bannon, esponente di punta della alt-right(alternative right, l’estrema destra) e già responsabile della sua campagna elettorale.
Ma la nomina di Bannon non è affatto una cosa normale. Con lui entra nei ristretti circoli del potere un uomo che non ha mai fatto mistero di voler distruggere il governo di Washington e rimpiazzarlo con un movimento nazionalista. Il fondato timore è che Trump continuerà ad ascoltare i consigli di Bannon anche ora che è diventato presidente.

L’influenza di Bannon traspare già dal comunicato stampa rilasciato dalla squadra di Trump, in cui il consulente strategico viene citato come figura istituzionale di spicco prima ancora di Priebus. Trump, infatti, ha bisogno di Bannon. È riuscito a battere la rivale democratica Hillary Clinton, ma ora ha inizio una nuova fase per la quale non ha ancora un piano. A questo penserà Bannon. Già durante la campagna elettorale è stato il principale ideologo dell’avanzata di Trump, che ha un debole per quest’uomo disciplinato, intelligente ed estraneo all’ambiente di Washington proprio come lui.

Priebus, che finora è stato presidente del comitato nazionale repubblicano, una sorta di segretario del partito, ha buone relazioni nel congresso e con il presidente della camera Paul Ryan, che Trump e Bannon disprezzano perché in campagna elettorale ha preso le distanze dal candidato repubblicano. A Priebus, che in teoria dovrebbe essere il secondo uomo più potente della Casa Bianca, rimarrà solo il ruolo dell’amministratore che manda avanti la detestata macchina politica.

Per quanto tempo? Almeno fino a quando Bannon non avrà raggiunto il suo obiettivo: trasformare il Partito repubblicano in un partito etno-nazionalista e distruggere l’“agenda globale” repubblicana basata sul libero commercio e su politiche migratorie moderate. Fino a che non avrà fatto piazza pulita delle élite. Gli strumenti per la sua crociata li ha magistralmente messi a punto negli ultimi anni: razzismo, antisemitismo, odio per l’establishment.

Un nemico per tutti
La postazione da cui finora ha tessuto la sua trama è il sito di informazione di destra Breitbart News. Bannon lo dirige da quattro anni e lo ha trasformato in una piattaforma per tutti gli statunitensi bianchi che si sentono, o hanno cominciato a sentirsi, stranieri nel proprio paese. Non ha temuto di mostrarsi vicino ai neonazisti o al giovane movimento alt-right nato nelle chat su internet e ossessionato dalla virilità e dai “privilegi dei bianchi”.

Sul suo sito Bannon è riuscito a far convergere la rabbia dell’estrema destra, finora completamente disorganizzata, verso l’islam, gli omosessuali, gli ebrei e la società liberale. Su Breitbart il femminismo è paragonato al cancro e Obama è accusato di aver “importato” negli Stati Uniti sempre più musulmani “colmi d’odio”. Le notizie hanno titoli come: “Clandestino già rimpatriato in passato viene filmato mentre distrugge un manifesto elettorale di Trump”; “La polizia mette in guardia contro un’escalation di stupri a Malmö dovuti alla presenza di immigrati”; “Immigrato siriano accusato di pluriomicidio con fucile d’assalto”.

Con Breitbart, Bannon ha creato una piattaforma che unisce tutti contro un unico nemico: la classe politica di Washington. E in Donald Trump ha visto lo strumento con cui rovesciare l’establishment repubblicano.

A ottobre Breitbart ha avuto 37 milioni di visitatori. Eppure l’influenza esercitata dal sito continua a essere sottovalutata dai mezzi d’informazione tradizionali. Per la società di analisi Newswhip, Breitbart è la principale fonte dei contenuti politici pubblicati sui social network in tutto il mondo. Gli articoli di Breitbart sono più letti di quelli di New York Times, Washington Post e Wall Street Journal messi insieme. Tra maggio e giugno più di nove milioni di persone hanno letto o condiviso articoli di Breitbart su Facebook e Twitter. Il Washington Post arriva a 3,3 milioni di utenti, il Wall Street Journal a 2,9. Il New York Times non è nemmeno tra i primi venti.

Di fronte a questi numeri non sorprende che la maggioranza degli elettori di Trump pensi ancora che Barack Obama sia musulmano. Durante la campagna elettorale, Breitbart è stato per Trump quello che la National Review era stato per Ronald Reagan o Fox News per George W. Bush. Ora diventerà la voce ufficiale dell’amministrazione Trump? Una macchina propagandistica del futuro che con campagne diffamatorie, bugie, mezze verità e tirate contro il senso comune detterà la rotta ai mezzi d’informazione tradizionali?

E l’Europa sarà più preparata ad affrontare il fenomeno? Breitbart progetta di espandersi a Parigi e a Berlino. Dal 2014 il sito ha un ufficio a Londra, che ha contribuito alla vittoria del leave al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il direttore della redazione londinese è stato uno stretto collaboratore di Nigel Farage, il leader del partito euroscettico di destra Ukip.

Bannon non vuole cambiare solo gli Stati Uniti. Vuole creare un movimento mondiale mettendo insieme i partiti e i gruppi nazionalisti accomunati dall’odio per le élite globali. Le elezioni che si terranno nel 2017 in Francia, Germania e Paesi Bassi rappresentano i prossimi fronti di questa battaglia. In una delle sue rare interviste, Bannon ha dichiarato: “La politica statunitense è cambiata in modo fondamentale. In tutto il mondo le persone vogliono più controllo sulla loro terra, sono orgogliose della loro patria. Vogliono i confini. Vogliono la sovranità. Il nostro movimento è solo l’inizio”.

Il fuoco della patria
Nell’ultimo anno Bannon ha dimostrato di padroneggiare abilmente tutti i mezzi della propaganda. Il New York Times e il Washington Post hanno pubblicato in prima pagina lunghi articoli sulla fondazione di Hillary Clinton e sulle sue discutibili pratiche finanziarie. Alla base delle inchieste c’era il libro Clinton cash, commissionato dal milionario Bannon. A scriverlo è stato uno storico del Governement accountability institute, l’istituto di ricerca fondato e finanziato dallo stesso Bannon. Il suo calcolo è stato che gli attacchi di quotidiani autorevoli avrebbero conferito maggiore credibilità a quelli di Trump e Breitbart. Il New York Times e il Washington Post hanno contribuito a seminare il dubbio, e Trump e Breitbart hanno raccolto i frutti. Perfino l’Fbi ha usato il libro per le indagini sulla Clinton foundation. Le accuse non sono mai state provate, ma sono state più che sufficienti per danneggiare l’avversaria di Trump.

Incontrando Stephen Bannon di persona si resta sorpresi prima di tutto dai suoi modi sommessi e riservati, che contrastano con la sua statura e la sua figura massiccia. Con il ciuffo biondo cenere spettinato e la barba di tre giorni, sembra sempre un po’ trasandato. Bannon ha servito nella marina statunitense, ha lavorato al Pentagono e ha studiato a Harvard. Ha fatto molti soldi, con Goldman Sachs prima e a Hollywood poi. Ha lavorato con Sean Penn ed è tra i produttori di Seinfeld, la serie tv di successo per la quale ancora oggi incassa ricche percentuali.

Un bel giorno finanziare i film degli altri non gli è bastato più, così Bannon ha cominciato a produrre i propri, che riflettono la sua visione politica. Come soggetti ha scelto Ronald Reagan, il movimento Tea party e l’idolo della destra Sarah Palin. Nel documentario Fire from the heartland celebra Palin come un’eroina, una conservatrice che ama la sua terra e i suoi figli, è sposata e non appartiene “all’orda delle lesbiche”.

Bannon sentiva che gli Stati Uniti non avevano più eroi né valori chiari in cui credere. Gli attacchi dell’11 settembre e gli effetti sovversivi della cultura liberale avevano ferito a morte il paese. Nel 2012 si è trasferito a Washington e ha cominciato a lavorare alla sua idea del paese alternativa, di destra e nazionalista. Ha sostenuto chiunque condividesse il suo obiettivo di distruggere il sistema di Washington: prima il Tea party, poi Sarah Palin e ora Trump. Oggi alcuni di loro saranno ricompensati: al momento Palin è candidata alla carica di segretaria dell’interno.

All’origine del suo odio per la classe dirigente progressista, ha raccontato una volta Bannon, c’è la crisi finanziaria. Dopo il crac del 2008 suo padre, un umile impiegato della Virginia, ha venduto tutte le sue azioni per paura della bancarotta e ha perso la pensione. Le banche invece sono state salvate da Washington.

Ma c’è un’altra storia che descrive bene lo spirito di Bannon: stando a quanto dichiarato nel 2007 dalla ex moglie e riportato negli atti giudiziari di una disputa sugli alimenti, non voleva che le sue figlie frequentassero una scuola in cui c’erano anche allievi ebrei. Il motivo, ha detto all’epoca, è che non ama gli ebrei perché educano i figli come rammolliti

Insulti e minacce
Il giornalista della National Review David French ha sperimentato di recente fino a che punto può spingersi l’odio degli attivisti del movimento alt-right, a cui il sito di Bannon ha offerto uno spazio pubblico. In un articolo French aveva criticato la scrittrice e opinionista Anne Coulter, una celebre sostenitrice di Trump, per aver adottato il linguaggio razzista dell’estrema destra. In risposta gli esponenti della alt-right hanno pubblicato sull’account Twitter di French un’immagine in cui si vede la figlia adottiva, una bambina etiope di 7 anni, in una camera a gas. Poi se la sono presa con la moglie, insultandola per essere andata a letto con un nero.

Quello di French non è un caso isolato. Secondo la Lega antidiffamazione, che ha protestato contro la nomina di Bannon come consulente strategico, il numero dei commenti antisemiti in rete, soprattutto indirizzati ai giornalisti, è decisamente aumentato. E spesso provengono dai sostenitori di Trump. Ma naturalmente il futuro presidente non può essere accusato di nulla. È questo il bello del metodo Bannon.

Pochi giorni dopo la nomina di Bannon, il suo entourage è tornato ad attaccare la stampa: Breitbart ha annunciato di voler querelare una pubblicazione anonima in cui il sito è etichettato come “nazionalista bianco”. Bannon è ancora il direttore esecutivo di Breitbart News.

Tutto ciò non sfugge ai repubblicani a Washington, che però sono rimasti sorprendentemente muti davanti alla nomina di Bannon. Si concentrano sulla figura di Priebus, come se potessero ignorare il fatto che l’uomo chiamato a occupare la seconda carica del paese è intenzionato a distruggere il loro partito.

Bannon non si ferma nemmeno davanti all’Europa. Mentre Breitbart cerca una sede a Berlino e a Parigi, lui stringe contatti politici. Su Twitter la nipote della presidente del Front national Marine Le Pen ha già accettato un invito a collaborare. Nigel Farage è stato ricevuto dal presidente eletto degli Stati Uniti nella Trump tower a New York. La normalizzazione è cominciata. Se riuscirà, nulla sarà più come prima.

Assemblea senz’anima

segnalato da Barbara G.

Un’assemblea senza anima avvicina la scissione del Pd

Nella riunione di sette ore parlano tutti i leader, renziani e di minoranza, Ma le parole più importanti arrivano alla fine, a telecamere spente, con Emiliano, Speranza e Rossi che accusano Renzi di “aver scelto la strada della scissione”. Da oggi il M5S è il primo partito del Paese. I democratici sono ormai bruciati.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 19/02/2017

La svolta arriva alla fine, quando l’assemblea del Pd è ormai terminata da più di un’ora. Via i delegati, i curiosi, i contestatori, le telecamere, le guardie rosse, ecco la nota dei tre tenori, Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza alle sette di sera, in tempo per i tg, con la parola esorcizzata, invocata, temuta, carezzata per tutta la giornata: «Renzi ha scelto la strada della scissione», scrivono i tre. E questa volta, a quanto pare, è davvero finita. Tra accuse reciproche: decisione già presa, avanspettacolo.

L’annuncio dell’addio arriva dopo un’assemblea di sette ore, all’hotel Parco dei Principi immerso nei Parioli, tra stucchi dorati, lampadari, finti busti neo-classici. Di fronte ai recinti del bioparco si alterna al microfono il bestiario del partito che governa il Paese: i falchi, le colombe, le volpi, i leoni, le faine, i serpenti, le iene e le belle gioie. Il dolore, più volte tirato in ballo, i sentimenti e i risentimenti, le trappole, i trabocchetti.

La sottosegretaria Maria Elena Boschi, silente e a lungo inquadrata dalla regia. Le convergenze parallele: attribuite da sempre al pugliese Aldo Moro per il centro-sinistra (ma lui, in realtà, non pronunciò mai questa frase), sembrano rivivere in formato per così dire minore alle cinque del pomeriggio, quando al microfono a sorpresa chiede di intervenire il presidente della Puglia Michele Emiliano. Al raduno del teatro Vittoria nel quartiere Testaccio era stato il più duro del trio contro Renzi: «Vi chiedo scusa di averlo votato». Per tutto il giorno c’è il mistero sulle sue reali intenzioni, gli spin renziani fanno sapere che è pronto a tradire Rossi, Speranza e Bersani (e Massimo D’Alema). E il governatore sembra confermare i sospetti. Si traveste da agnello. Sventola il ramoscello della pace. Afferma che se Renzi farà un passo indietro, lui ne farà altrettanti, «per fare cento passi in avanti». Fino alla mozione di fiducia: «Io dico: mi fido del segretario, di Renzi, ho fiducia nella sua capacità di guidare questa gente meravigliosa. Siamo a un passo dalla soluzione per portare dentro il partito una sfida dignitosa». Con un’avvertenza finale: «Se non troviamo un accordo tra di noi sarà poi difficile convincere gli italiani che siamo la forza da votare».

Convergenze parallele, perché Renzi e Emiliano sembrano fino a quel momento avere un interesse in comune. Fare il congresso e le primarie. Senza uno sfidante vero e agguerrito, per l’ex premier rischiano di essere un flop: gazebo deserti, in una calda giornata che già invita al mare, la prova che come dice Bersani il popolo ha voltato le spalle al Pd. E per Emiliano le primarie contro Renzi sarebbero un formidabile palcoscenico mediatico per rafforzare la sua leadership nazionale, oggi ancora legata alla Puglia e al Sud. Nella tagliola sembrano finire gli scissionisti: Rossi, Speranza e i leader. Bersani, presente per l’ultima volta, D’Alema ormai uscito in mare aperto. «Io ho deciso, vi aspetto fuori, fatemi sapere», ha salutato i compagni prima di lasciare il teatro Vittoria.

Sull’ex leader Massimo e sui bersaniani piovono per tutto il giorno appelli, richiami agli affetti, minacce. Nella sua relazione Renzi non concede neppure un millimetro a chi vuole andare via: «Don Milani diceva che chi perde il tempo bestemmia. Noi negli ultimi due mesi abbiamo bestemmiato il tempo. Adesso basta discutere, fuori di qui ci prendono per matti». Accusa gli avversari interni di volere la sua fine politica: «Più brutta della parola scissione c’è la parola ricatto. Non potete pensare che per evitare la scissione io possa togliermi di mezzo. Avete il diritto di sconfiggermi con un vostro candidato, non di eliminarmi!». Fa sfilare i fantasmi del 1998 e del 2009, ovvero la caduta di Romano Prodi a Palazzo Chigi e quella di Walter Veltroni dalla segreteria del Pd, entrambe con la regia di D’Alema. Il vero nemico Innominato. E per la prima volta il rottamatore, il ragazzo dell’anno zero, del momento presente, chiama in suo soccorso il passato nobile del centrosinistra: Arturo Parisi e l’Ulivo, il Lingotto di Veltroni (da cui partì nel 2007 l’avventura del Pd), i valori della sinistra, l’identità, le primarie, «il potere che appartiene ai cittadini», il Pd che è l’unico «modello alternativo all’azienda-partito (M5S di Casaleggio) e al partito-azienda (Forza Italia di Arcore)». E ammette: «Il Pd è più forte dei destini personali dei leader».

In carne e ossa, in sala, ci sono molti protagonisti di questa storia. Parlano tutti, contro la scissione, nel silenzio surreale dei contendenti: i bersaniani spediscono Guglielmo Epifani sul podio a parlare per tutti, i renziani ancora una volta dimostrano incapacità di intervenire fuori dalla propaganda, quando il gioco si fa duro. Al loro posto, la vecchia guardia: Piero Fassino, Dario Franceschini, Franco Marini, ex segretari di Ds, Pd, Ppi. Parla, rompendo un silenzio che durava da anni, Walter Veltroni. E nella sala finalmente si fa attenzione. Scuola di prim’ordine, l’ex segretario rompe l’indifferenza reciproca. La sua è una lezione di discorso politico, prendano nota e lo studino nei loro corsi i giovani del Pd renziano i cui concetti non durano un tweet. Ed è una lunga lettera ai compagni di sempre che oggi potrebbero andarsene. Non si interrompe un’emozione, una storia. E Walter si toglie qualche antico sassolino nei confronti del rivale di sempre, D’Alema: «Vogliamo dirci che se il governo Prodi fosse proseguito la nostra storia sarebbe stata diversa? E che senza le nostre divisioni Prodi sarebbe diventato presidente della Repubblica nel 2013?». Ma Veltroni ha qualcosa da dire, e molto, anche sulla conduzione degli ultimi anni: «Il Pd non può essere un monocolore culturale o un partito personale. Se la prospettiva è la proporzionale, i partitini e le preferenze, il ritorno a un partito che sembra la Margherita e uno che sembra i Ds, non chiamatelo futuro, la parola più giusta è passato». Standing ovation. E per un istante qualcuno sogna che possa essere lui, Veltroni, il reggente del Pd nella fase congressuale.

Chi rompe e chi costruisce. Gianni Cuperlo paragona Renzi e i suoi antagonisti a James Dean in “Gioventù bruciata”, due auto in corsa verso il burrone, ed è l’immagine più cruenta e vera della giornata: «Non siamo mai stati un gruppo dirigente». Franceschini squarcia un velo sul nuovo che avanza: «Nella prossima legislatura le alleanze saranno larghe, politicamente improbabili, ma i numeri hanno una loro forza, solo la nostra unità ci consentirà di tenere in mano il timone di queste coalizioni». Traduzione: se in futuro dovremo allearci anche con Forza Italia meglio restare uniti e grandi, piuttosto che piccoli e deboli. Siamo alle ovvietà. Ma intanto nei corridoi i colonnelli bersaniani attaccano Renzi, si aspetta la mossa di Emiliano che alla fine arriva. Fuori tempo massimo, però. La soluzione è a un passo. La fine del Pd anche.

«La recita si è fatta scadente, abbassiamo il sipario», disse il capogruppo dc Mino Martinazzoli chiudendo alla Camera nel 1987 la legislatura del governo Craxi. Nessuno lo ha ripetuto, eppure sarebbe stato necessario. Non lo ha fatto la minoranza, persa nell’ansia di non finire sotto il bastone renziano. E non lo ha fatto Renzi, che ha dimenticato l’insegnamento dell’Uomo Ragno: da grande potere grandi responsabilità. In un’assemblea di sette ore in cui in pochissimi hanno saputo parlare fuori dall’acquario o dal bioparco per rivolgersi al paese, all’altezza della «crisi democratica», come ha detto Veltroni, che attraversa e strema le istituzioni in Occidente, riscrive la storia e la geografia, da Washington all’Europa.

Il passato bussa alla porta, senza i partiti e i protagonisti del passato. Sarà una scissione, se tale sarà, senza anima e pathos. Nulla di paragonabile ai drammi novecenteschi, e neppure alla nascita della Quercia, quando – garantì Michele Serra in una poesia – «ho visto piangere Massimo D’Alema/ là, dentro il grembo della tribuna rossa». Piansero tutti anche nel 2007, a Firenze, quando Fabio Mussi lasciò i Ds che entravano nel Pd. Non ha pianto nessuno, in morte del Pd così come lo abbiamo conosciuto. Una gelida separazione, di chi non ha più nulla da dirsi, di chi non sopporta più la presenza reciproca, neppure il tono di voce. Ma molto ci sarà da soffrire nelle prossime settimane: elezioni amministrative, Rai, Parlamento, il vento della divisione fuori dall’assemblea del Pd rischia di travolgere molte imprese, compreso il governo Gentiloni.

Fino ad arrivare alle prossime elezioni, quando saranno. Perché da stasera M5S è virtualmente il primo partito italiano. E se la destra si sveglia, sarà un disastro politico annunciato per il centrosinistra e, chissà, forse, per il Paese. Il Pd è un partito bruciato. Un bel risultato, in ogni caso, per chi si era candidato a guidare l’Italia per decenni.