Mese: maggio 2015

#nonpossonovotare

segnalato da barbarasiberiana

Opinione strettamente personale…piuttosto votiamo i “Vegani per Hannibal Lecter”, ma non diamogliela vinta.

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Le mani sulle infrastrutture

Segnalato da barbarasiberiana

RENZI OCCUPA PURE ANAS: LE INFRASTRUTTURE SONO TUTTE NELLE SUE MANI

Armani in arrivo da Terna è fidato del ministero dei Trasporti Delrio, il ruolo di Lotti, quello di Carrai, i renziani in Fs a Finmeccanica.

DI Alessandro Da Rold – linkiesta.it, 19/05/2015

Dopo la nomina di Gianni Armani come presidente e amministratore delegato di Anas, prima stazione appaltante in Italia e gestore del sistema autostradale, il disegno di Matteo Renzi di mettere le mani sul sistema infrastrutturale è ormai completo. Nel giro di un anno il premier e segretario del Partito Democratico ha imposto i suoi uomini più stretti e fidati nelle aziende pubbliche statali, da Finmeccanica a Ferrovie dello Stato, rivoluzionando ogni schema legato al passato. Ha un piede nel sistema aeroportuale con il Richelieu Marco Carrai. E negli ultimi mesi ha pure strappato il ministero dei Trasporti alla lobby di Comunione e Liberazione facendo fuori Maurizio Lupi, dopo l’inchiesta su Ercole Incalza e le Grandi Opere.

Il disegno è ormai completo, tenendo presente nel 2014 la nomina del sottosegretario e braccio destro Luca Lotti a segretario del Cipe, una delega pesante. Il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, infatti, ora in mano all’amico d’infanzia o Gianni Letta 2.0 di Renzi sblocca i miliardi destinati alle opere pubbliche. Tra le svariate competenze governa il Programma delle Infrastrutture Strategiche della “legge obiettivo”, «nell’ambito del quale il Comitato approva i singoli progetti e assegna le risorse finanziarie e in più verifica i piani d’investimento e le convenzioni dei principali concessionari pubblici (Rfi, Anas, Enac, Enav) e pure i privati (autostradali, aeroportuali, ferroviari, idrici e portuali)».

Lotti si può definire il punto più alto di una piramide che mese dopo mese, dal 2014, ha aggiunto mattoni su mattoni, diventando la più alta e schiacciando quelle minori. Del resto la nomina di Armani, ex Terna, è in linea con il disegno renziano di demolizione della vecchia classe di dirigenti pubblici italiani. Pietro Ciucci lascia Anas dopo un lungo strascico di polemiche e inchieste, soprattutto dopo una battaglia sia con Graziano Delrio sia con Lotti. Prima Incalza e poi Lupi avevano garantito all’ex dirigente dell’Iri la poltrona. Cambiati gli equilibri non c’è stato più niente da fare. E tra i corridoi di via Mozambano si narra che l’accordo su Armani – uomo vicinissimo e fidatissimo di Delrio – era già stato chiuso da una settimana: sarà lui a guidare Anas verso la privatizzazione e “rivoltare come un calzino” come dicono in ambienti di Palazzo Chigi.

Ad affiancarlo due illustri sconosciuti nel consiglio di amministrazione più snello. L’ingegnere Cristiana Alicata, 39 anni, laureata in Ingegneria Meccanica all’Università di Roma “La Sapienza”, responsabile della sede di Napoli della Fca Center Italia Spa e ha ricoperto vari incarichi nel gruppo Fiat: è una sostenitrice sfegatata del Partito Democratico. Poi l’architetto Francesca Moraci, 59 anni, è professore ordinario di urbanistica presso la Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria, Phd in pianificazione territoriale, componente fra l’altro del Comitato di Esperti preposto all’elaborazione del piano strategico nazionale della portualità e della logistica.

Sono tutti renziani di ferro. Come lo stesso Carrai, presidente degli Aeroporti di Firenze, presente nel giorno di incoronazione di Renzi a palazzo Chigi alla fine di febbraio dell’anno scorso. Il Richelieu renziano si muove molto, tra fusione e ampliamento dello scalo del capoluogo toscano. Ma è uno dei tanti nel panorama di uomini che Renzi ha voluto nel settore infrastrutture. Basta dare un’occhiata al Gruppo Ferrovie dello Stato dove nel consiglio d’amministrazione siedono Gioia Ghezzi, che fu consulente di Renzi per una legge sull’omicidio stradale a Firenze e Federico Lovadina, avvocato, già nel noto studio legale Tombari insieme con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e con il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Lovadina, secondo il curriculum presente sul sito di Fs sarebbe ancora membro del consiglio di amministrazione di Tram Firenze spa.

Altra azienda, altro giro. Questa volta si tratta del colosso dell’aeronautica militare. Finmeccanica, dopo Renzi oltre a vantare un ottimo rapporto con Mauro Moretti, attuale amministratore delegato, ha piazzato nel 2014 all’interno del consiglio di amministrazione Fabrizio Landi, consigliere del premier, già protagonista della Leopolda, la kermesse renziana, finanziatore della Fondazione Big Bang del rottamatore fiorentino. Insomma, dagli aerei agli elecotteri, dalla strade ai treni è tutta «roba» renziana.

Vi dichiaro coniuge e coniuge

Di Barbara G.

Sta finalmente tornando d’attualità il tema dell’introduzione nell’ordinamento italiano del matrimonio fra persone dello stesso sesso. L’intervento del Parlamento è indispensabile per garantire l’applicazione dei principi sanciti, tra gli altri, anche dall’Unione Europea, ad oggi infatti tutti i ricorsi presentati alla Corte Europea si sono risolti in un nulla di fatto in quanto la materia è di competenza legislatore nazionale. Chi ha presentato ricorso in pratica si è sentito rispondere “hai ragione, ma non possiamo farci nulla”. Giusto per essere chiari.

Di seguito potete trovare gli elementi essenziali del DDL Cirinnà e lo “stato di avanzamento dei lavori” in Parlamento. Per una breve sintesi del quadro giuridico europeo, sulla base del quale saremmo tenuti a legiferare in materia, si rimanda a questo post.

Il DDL Cirinnà

Finalmente in Parlamento sta entrando nel vivo la discussione del testo presentato dalla senatrice Cirinnà, che riguarda unioni civili fra persone dello stesso sesso e regolamentazione delle convivenze per coppie etero e same sex. Il testo è frutto di un duro lavoro condotto nelle commissioni competenti, che ha condotto all’unificazione in un unico documento delle numerose proposte presentate da diversi soggetti politici.

In primis, in questo DDL vengono estese alle unioni civili fra persone dello stesso sesso le disposizioni previste dal Codice Civile per le coppie sposate in merito a:

  • diritti e doveri dei coniugi, doveri verso i figli;
  • indirizzo e residenza familiare;
  • concorso negli oneri, regime patrimoniale e pagamento degli alimenti;
  • responsabilità in caso di interdizione e amministrazione di sostegno;
  • diritti successori;
  • scioglimento del legame.

Insomma, l’unione fra persone dello stesso sesso è sostanzialmente equiparata al matrimonio, anche se porta un nome diverso. L’unica, sostanziale, differenza riguarda le adozioni, precluse in linea di principio alle coppie same sex: l’unica concessione prevista nel DDL riguarda infatti la possibilità di adottare dei figli del compagno/a.

Come detto sopra, questo testo introduce anche la disciplina della convivenza, che prevedrebbe i seguenti diritti e doveri:

  • assistenza: diritto di visita, assistenza e accesso ai dati personali (equiparazione familiari e parenti), possibilità di designare un rappresentante per decisioni in caso di malattia o morte;
  • abitazione: in caso di morte, diritto ad abitare nella casa del defunto per periodo uguale a quello della convivenza, subentro nel contratto di locazione;
  • graduatorie per le abitazioni popolari: la convivenza di fatto vale per la definizione di nucleo familiare;
  • obbligo al mantenimento e al pagamento degli alimenti in proporzione alla durata della convivenza;
  • equiparazione al coniuge per: partecipazione agli utili dell’azienda, possibilità di essere nominato tutore o similari, risarcimento danni da fatto illecito.

Questa parte mi sembra molto interessante, e lo dico in quanto “parte in causa”: convivo col mio compagno da parecchi anni, e quello che chiedevo ad una legge di disciplina delle convivenze in questo DDL l’ho trovato.

Complessivamente lo trovo un buon testo, anche se trovo paradossale dover introdurre lunghi giri di parole per non dover utilizzare esplicitamente la parola “matrimonio”. La parte sulle adozioni per me è un po’ troppo timida, ma siamo in Italia e tanta grazia che hanno inserito almeno l’adozione per i figli del compagno. Aspettiamoci duri scontri in aula, e speriamo che non venga stravolto il testo a furia di emendamenti; una volta approvata (si spera) la legge, col tempo la si potrà integrare e migliorare… anche i più scettici potranno rendersi conto che non c’è “sottrazione” ai propri diritti se li si estende anche agli altri.

Work in progress

Il testo unificato del DDL 14 denominato “Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili” è stato depositato il 17/03/2015.

Dopo l’approvazione del testo base in Commissione Giustizia al Senato avvenuta a fine marzo (contrari FI, NCD e Lega) è arrivato il via libera in Commissione Affari Costituzionali al Senato (con il voto contrario di NCD e Lega Nord).

Come ampiamente prevedibile, in aula ci sarà battaglia: il 7 maggio è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al DDL: ne sono stati presentati oltre 4mila. Oltre ai più di 3mila di Ap (dei quali 282 solo da Carlo Giovanardi), sono state 829 le richieste di modifica di Fi, 332 di Gal, 36 di M5S, 21 del gruppo Misto, 20 della Lega Nord e 15 del Pd. Sette, infine gli emendamenti presentati dal gruppo Autonomie per un totale di 4320 proposte di modifica.

Si ipotizza di poter iniziare la discussione al Senato entro la seconda metà di luglio. L’iter di discussione del DDL lo potete seguire qui.

Nota a margine #1 sugli emendamenti

Il buon Mario Adinolfi, pur senza sedere in parlamento, da giorni dice di essere lui il responsabile ultimo del blocco della legge. Dice di aver scelto lui l’ostruzionismo, di aver scritto lui gli emendamenti. Ha sostenuto anche che si sia di fronte ad «una legge di cui i proponenti stessi si vergognano» dato che a suo dire è scritta con termini dove «non capisce di che si parla». Leggete il suo post, perché ci sarebbe da sganasciarsi, se non fosse che poi qualcuno ci crede, a quello che lui scrive…

Nota a margine #2 sugli emendamenti

Io mi chiedevo come si potessero scrivere più di 4000 emendamenti su un testo tutto sommato piuttosto breve. Beata ingenuità…

Ne sono stati presentati 662 solo sul primo articolo. Le unioni civili sono diventate “unioni renziane”, magari da registrare dal commercialista, dai vigili urbani, dal Sindaco di Roma. La cosa preoccupante: qualche esponente di Pd ha messo in dubbio la stepchild adoption.

Leggete qui per gli altri.

Stop TTIP – No ISDS

segnalato da barbarasiberiana

Cari amici

Circostanze speciali richiedono azioni speciali. Questo è uno di quei momenti. Il Parlamento Europeo si appresta a votare una risoluzione critica (un parere) sul TTIP. Vi chiediamo quindi di agire ora per garantire una presa di posizione forte del Parlamento contro i tribunali privati delle multinazionali previsti dal TTIP. Dì #no2ISDS ora!

Al momento attuale i dibattiti sulla risoluzione sono ancora in corso con il voto in assemblea plenaria previsto per il 10 di giugno. Tra le varie commissioni del Parlamento Europeo che stanno contribuendo alla risoluzione, 5 di esse hanno già rifiutato l’ISDS (il meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie tra stati e investitori, ovvero corti private dove gli investitori possono agire in giudizio contro gli stati nel caso in cui le azioni di uno stato vadano a ridurre i loro profitti). Questa è un ottima notizia ma il voto nella commissione competente (INTA o comitato del commercio) è previsto per questa settimana, il 28 di Maggio e al momento sembra che si stia andando verso un atteggiamento favorevole alle imprese e quindi ad una presa di posizione più debole nei confronti dell’ ISDS. Dite ai membri della commissione commercio di dire NO all’ ISDS!

145.000 cittadini hanno detto #no2ISDS nella consultazione fatta dalla Commissione lo scorso anno; e quasi 2 milioni di persone hanno firmato l’Iniziativa dei Cittadini Europei per fermare il TTIP. Ricordiamo ai Membri del Parlamento (MEP’s) che dovranno intraprendere questo importante voto che i cittadini europei si preoccupano del TTIP e non vogliono assolutamente l’ISDS.

Puoi farglielo sapere in meno di un minuto utilizzando questo semplice strumento online. Disponibile in otto lingue differenti, permette ai cittadini di tutta Europa di contattare i loro rappresentanti al Parlamento Europeo (MEP’s) e chiedere il loro impegno per dire NO ai diritti speciali per gli investitori stranieri. Per favore inoltra questa email anche ai tuoi amici e chiedigli di dire #no2ISDS!

Aspettando la prossima occasione Michael, Cornelia and Stephanie

Firma QUI per dire no al’ISDS

Firma QUI contro il TTIP

In & out

Di Barbara G.

Mentre nella cattolicissima Irlanda vince il SI al referendum sull’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso e in Lussemburgo il premier di centrodestra Xavier Bettel si appresta a sposare il suo compagno, in Italia siamo ancora al palo con il DDL Cirinnà, che si prefigge l’introduzione delle unioni civili nell’ordinamento italiano.

Mentre la chiesa scozzese ammette ufficialmente la possibilità di avere sacerdoti gay e uniti civilmente con il partner, in Italia il card. Bagnasco vieta nella sua diocesi la veglia in ricordo delle vittime di omofobia (organizzata da alcune associazioni cristiane in occasione della giornata contro l’omofobia).

A Cremona invece, mentre in piazza del duomo si stava allestendo il presidio delle sentinelle in piedi (con gran dispiegamento di mezzi e poliziotti), poco lontano si teneva l’incontro sui diritti civili di cui abbiamo parlato l’altro giorno, che ha visto la partecipazione di Elly Schlein (eurodeputata PSE), Luigi Lipara (consigliere comunale), Gabriele Piazzoni (arcigay), con la moderazione di Eleonora Sessa e un contributo video di Daniele Viotti (europarlamentare PSE).

Il quadro che è emerso non è dei più confortanti: per quanto riguarda i diritti di LGBT in sostanza l’Italia è più vicina ai paesi dell’ex blocco sovietico rispetto a quelli dell’Europa occidentale. I cittadini italiani dagli ultimi sondaggi pubblicati sembrerebbero sostanzialmente pronti all’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso (il 55% degli intervistati si dichiara favorevole), i politici italiani invece sembrano ancorati ad una visione molto più limitata, forse più attenti a difendere il loro fortino elettorale che a lavorare per i cittadini. Soprattutto, è il linguaggio che in genere utilizza la classe politica italiana a destare preoccupazione, come evidenziato da un sondaggio compiuto all’interno della comunità LGBT europea lo scorso anno: il 91% degli intervistati, infatti, ritiene che i politici di casa nostra usino parole discriminatorie e omofobe abitualmente nel proprio linguaggio, contro il 44% della media europea (ne avevamo parlato QUI).

Per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti civili di LGBT, i trattati europei parlano chiaro. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (la cosiddetta “Carta di Nizza”, del 2000), e in particolare nell’articolo 9, si legge che «il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». La possibilità di contrarre un vincolo matrimoniale e il diritto di formare una famiglia non vengono collegati alla eterosessualità dei soggetti coinvolti, aprendo così le porte a matrimoni o a forme di regolamentazione delle convivenze fra persone dello stesso sesso, purché ciò sia previsto dagli ordinamenti nazionali, tanto più che l’art. 21 della medesima Carta prevede la non discriminazione in base, oltre che al sesso, anche alle tendenze sessuali.

Sono state inoltre emanate alcune direttive che sembrerebbero garantire l’uguaglianza del trattamento dei due coniugi e delle relative famiglie, indipendentemente dal sesso dei due contraenti:

  • 2003/86/CE, relativa al diritto al ricongiungimento familiare per i cittadini di paesi terzi legittimamente residenti nell’Unione;
  • 2004/38/CE, riguardante il diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente all’interno degli stati membri.

Purtroppo tutto ciò non è stato sufficiente per venir riconosciuti i diritti delle coppie di persone dello stesso sesso che si sono di volta in volta rivolte alla Corte Europea: i ricorsi sono sempre stati respinti, in quanto solo al singolo stato compete la promulgazione di leggi a tal proposito.

Un passo ulteriore è stato fatto a Strasburgo il 12 marzo 2015: nella Relazione Annuale sui Diritti Umani e la Democrazia nel Mondo 2013 (conosciuta come “Rapporto Panzeri”), matrimonio e unioni civili ricevono lo status di diritti umani e civili di tutte le persone, e tutti gli stati membri dovranno adoperarsi (dove non è già stato fatto) affinché questi vengano riconosciuti e garantiti.

L’attività delle commissioni europee che si occupano di parità di diritti è molto intensa, e i rappresentanti dell’unione si sono espressi anche con parole molto forti nei confronti degli stati membri che, in un modo o nell’altro, si sono resi responsabili di gravi atti lesivi dei diritti delle persone. L’ultimo esempio è relativo al caso del ragazzo italiano minacciato di morte in Ungheria per essere un attivista della comunità LGBT. Il rispetto dei diritti umani è requisito fondamentale per ottenere l’ingresso nella UE, paradossalmente i governi dei Paesi che stanno avviando la procedura per l’ingresso nell’Unione si dimostrano più sensibili a queste tematiche rispetto ad alcuni Stati membri.

Il problema però non è solo il “semplice riconoscimento” di un diritto che esiste già, di un’unione perfettamente valida in un altro stato: sono molte le problematiche che una differente legislazione a livello europeo si porta dietro, dalla difficoltà nel ricongiungimento familiare a situazioni potenzialmente paradossali, quali quella ironicamente presentata in questo video, realizzato dall’europarlamentare Daniele Viotti e dall’attore Carlo Gabardini e recentemente presentato a Bruxelles.

La situazione descritta sembra senza senso, ma il fatto è che affermazioni come “se consentiamo i matrimoni gay finiremo con l’ammettere la poligamia”, insieme all’ancora più assurdo “se riconosco un legame affettivo e io dico che ho un legame affettivo con il mio cane, allora di questo passo mi posso sposare il cane” sono fra gli argomenti che chi si occupa del tema si ritrova, spesso e (mal)volentieri, a dover controbattere, anche in sedi istituzionali quali le commissioni comunali.

Un altro rischio, qualora ci si limitasse a riconoscere le coppie registrate all’estero senza rendere possibile il matrimonio egualitario, potrebbe essere l’introduzione di una “discriminazione al contrario”, introducendo di fatto una legislazione più favorevole ai cittadini europei rispetto a quelli italiani.

Ora tocca al legislatore italiano muoversi. Prossimamente dovrebbe iniziare in Senato la discussione del DDL Cirinnà (ne parleremo prossimamente), ma sappiamo bene che i tempi saranno piuttosto lunghi. Ed è per questo che l’azione di pressione della cittadinanza, delle associazioni e delle amministrazioni è molto importante. Le battaglie che alcune amministrazioni stanno conducendo per l’istituzione dei registri delle coppie di fatto ovviamente a livello nazionale non cambiano nulla, ma possono permettere, a livello locale, l’accesso ad alcuni servizi, costituiscono un’opera di sensibilizzazione sul tema ed esercitano una pressione nei confronti del legislatore. Ed è inoltre molto importante attivare percorsi per la lotta alle discriminazioni, di qualsiasi natura esse siano, anche se talvolta questi argomenti diventano argomento di scontro ideologico fra maggioranza ed opposizione, inoltre i continui tagli ai bilanci dei Comuni non agevolano certo queste attività. Alcune amministrazioni si sono riunite nella rete RE.A.DY, che si propone di favorire politiche locali di parità rispetto all’orientamento sessuale e all’identità di genere e diffondere buone prassi sul territorio nazionale (QUI per ulteriori informazioni).

Un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’inclusione e l’educazione al rispetto delle differenze spetta ovviamente alle istituzioni scolastiche, che hanno il compito di formare i cittadini di domani. Il lavoro di contrasto agli episodi di bullismo di stampo omofobo non può essere portato avanti senza il supporto delle associazioni che si occupano di queste tematiche, a dispetto dei tentativi di interferenza sulla linea educativa apportati da aderenti ad associazioni contrarie all’estensione dei diritti civili alla comunità LGBT. Sono sempre più frequenti i casi di volantinaggi fuori dalle scuole, oltre all’intromissione nell’attività formativa da parte di genitori appartenenti a queste associazioni, con pressioni su insegnanti e dirigenti scolastici affinché le tematiche connesse all’omosessualità (e talvolta anche quelle finalizzate all’abbattimento degli stereotipi di genere) non vengano trattate, citando la fantomatica “teoria del gender”.

L’unica strada realmente efficace da percorrere è quella del pieno riconoscimento dei diritti civili, passo veramente concreto per l’abbattimento degli stereotipi di genere, per eliminare ogni tipo di discriminazione, per garantire uguaglianza di trattamento e libertà di movimento sul territorio di tutti i cittadini, qualunque sia il loro orientamento sessuale, per portare un po’ di Europa nei nostri confini.

Noi non Podemos

di Lame

Una delle caratteristiche importanti del recente voto amministrativo in Spagna (mai visto un voto amministrativo così “politico”, peraltro) è la collaborazione tra Podemos e i movimenti sociali di base. I numeri infatti dicono questo: nelle elezioni per le regioni Podemos si presenta da solo e raccoglie un 10/12 per cento. Un successone, considerato che il partito è nato da pochissimo tempo e si presentava dappertutto per la prima volta. Ma se questo si trasla su base nazionale è quasi un coitus interruptus: tanta bella energia che può ancora essere silenziata dalla forza – bastonata ma non vinta – del sistema politico spagnolo tradizionale.
Nelle municipalità invece Podemos si presenta alleato a movimenti di base, a partiti locali di spinta indipendentista (altro che la Lega: la Spagna è percorsa da tremori indipendentisti da molto tempo e con sempre più forza), a formazioni municipali che hanno un fortissimo radicamento territoriale e popolare. E così vince. Rovescia completamente gli equilibri di potere andando a governare i due cuori pulsanti della Spagna.
Il confronto con la situazione italiana è inevitabile. E fa emergere sempre più quello che, a mio modesto parere, è da sempre il vero piede d’argilla del Movimento cinque stelle.
Non sto qui a fare i paragoni tra M5S e Podemos. Sappiamo che sono diversi, ma anche uguali. Uguali soprattutto nella spinta dal basso che li crea. (Evitiamo per favore il dibattito su Grillo o non Grillo perché è vero che senza Grillo non ci sarebbe stato il movimento, ma senza un vero moto di base Grillo se ne stava a Bibbona ad abbronzarsi. Punto.)
Dove sono profondamente diversi è invece il livello territoriale che, non a caso, negli ultimi mesi Grillo cita spesso come dimensione in cui il movimento deve lavorare.
Non si tratta soltanto di una questione di alleanze, che il movimento fa molta fatica a costruire anche a livello locale (per non parlare di quello nazionale). Si tratta piuttosto del fatto che da sempre – e qui sì per volontà/responsabilità/colpa del magico duo – lo spazio consentito al livello territoriale è molto ristretto. Grillo non si fida, evidentemente, della base sul territorio, come si usava dire una volta. Non ha mai concesso che questa base si strutturasse in rete, ha sempre usato il maglio contro qualunque tentativo di collegamento tra meet-up che vengono confinati nel loro ristrettissimo spazio di esistenza.
Posso perfino capire le ragione per cui, da sempre, Grillo ha espulso chiunque tentasse di collegare quelli che, ancora oggi, sono solo i tanti pezzi sparsi del movimento sul territorio. Monadi scollegate che viaggiano nell’iperspazio senza parlarsi tra loro, senza poter creare fili che costruiscano una vera rete di base. Il timore della nascita di piccoli potentati, di correnti e posizioni personali di potere è sensato nel contesto antropologico italiano.
Ma è come tagliarsi l’uccello per far un dispetto alla moglie. Questa camicia di forza imposta alle energie sul territorio castra la forza del movimento a livello locale (e si vede pesantemente nel voto) e impedisce anche la crescita politica, compresa la capacità di sperimentare cosa voglia dire concretamente costruire e gestire alleanze per ottenere risultati. Una scuola politica che sarebbe fondamentale per il movimento che ha bisogno di far crescere una propria classe dirigente (parolaccia, eh?) che sperimenti nella realtà amministrativa invece che pensare di poter costruire la suddetta classe dirigente in laboratorio (leggi uffici della Casaleggio associati). Cosa che produce solo un gruppo di abili comunicatori e niente di più (più renziano del Renzi, da questo punto di vista).
Sono molto curiosa di capire cosa intenda Grillo per “lavorare sul territorio” a questo punto. Perché il movimento ne ha bisogno. E, per quanto questo possa irritare un sacco di gente, ne ha bisogno anche l’Italia.

È possibile… che funzioni?

Quella di Civati non sarà una “Cosa rossa”, per questo funzionerà

di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante – huffingtonpost.it, 26 maggio 2015

C’è spazio nell’Europa di oggi, lacerata tra la persistenza di politiche dell’austerità fine a se stessa e l’avanzata di populismi e neo-nazionalismi; c’è spazio in questa Europa incerta, spaventata, spesso rassegnata, per un’alternativa di progresso che rilanci, ma su basi contemporanee, il progetto solidale e federalista da cui è nata l’Unione? E c’è spazio per un’alternativa così in Italia, per quella nuova “cosa politica” preannunciata in questi giorni, in queste ore, da Civati?

Per noi lo spazio c’è, ma non è quello di una piccola o grande “cosa rossa”, della sinistra tradizionale e novecentesca che conosciamo. Del resto basta leggere con un po’ di attenzione i risultati di molte delle ultime tornate elettorali in giro per l’Unione europea. Dalla Spagna con “Podemos” all’Europa del nord con i Verdi, ad affermare nelle urne la possibilità di una “terza via” tra larghe intese conservatrici e derive populiste non è la vecchia sinistra, ma è l’idea di un cambiamento tanto radicale nella visione quanto estraneo alle gabbie ideologiche della sinistra d’antan.

È l’idea di un nuovo patto sociale incardinato su te grandi pilastri: statuto di cittadinanza, che significa lavoro ma anche molto di più dai diritti civili al reddito minimo per giovani e disoccupati; e poi “green new deal” per uno sviluppo economicamente solido ed ecologicamente sostenibile, e lotta senza quartiere alla selva di privilegi e rendite di posizione, troppo spesso contrabbandati per diritti acquisiti, che paralizzano sia l’ascensore sociale sia quello generazionale.

Di un’alternativa così c’è tanto più bisogno in Italia, dove la società è più ingessata e ingiusta che altrove e dove la politica, pure rinnovatissima nell’anagrafe dei suoi leader massimi Renzi e Salvini, si mostra incapace di ogni vero, sostanziale ritorno al futuro. Per capirci, ecco un unico esempio, più illuminante di mille Jobs act: mentre in Europa e nel mondo si lavora per accelerare la transizione energetica verso un sistema fondato su efficienza e fonti rinnovabili, mentre anche in Italia la parte più dinamica del sistema produttivo scommette sull’innovazione green, invece il governo Renzi insegue da mesi un incredibile programma di perforazioni petrolifere in mare e a terra, che anche lasciando da parte le controindicazioni ambientali è nel tempo presente un totale, irrevocabile non-senso, e ora addirittura con un suo decreto si prepara a colpire al cuore migliaia di imprese impegnate nella generazione distribuita di energia pulita.

Ecco, per noi la “cosa” di Civati potrà essere vincente se saprà nutrire questa ambizione: accompagnare la politica italiana negli anni 2000, lontano da improbabili pozzi di petrolio è vicino alle sfide – sociali, economiche, ambientali – che stanno disegnando il futuro del mondo e anche il nostro di europei e di italiani.

In galera!!!!!

di Jill Treanor – The Guardian – 23 maggio 2015

Il procuratore generale degli Stati Uniti, Loretta Lynch, ha dichiarato la settimana scorsa che cinque grandi banche hanno tenuto “comportamenti sfacciatamente illegali” manipolando il mercato dei cambi praticamente su base quotidiana. Ma aveva appena fatto in tempo a multare le cinque banche per la somma record di 3 miliardi e 657 milioni di euro e ad ottenere ammissioni di colpevolezza da quattro di loro – incluse la Royal Bank of Scotland e la Barclays – che doveva già affrontare le domande sul perché non erano state sollevate accuse di tipo individuale.

Questo è un ritornello familiare fin da quando la crisi bancaria del 2008 portò a salvataggi multimiliardari. Alcuni banchieri sono finiti dietro le sbarre: l’Islanda ha, al momento, quattro ex banchieri in carcere, mentre negli Stati Uniti alcuni banchieri di secondo piano sono stati riconosciuti colpevoli. L’Irlanda ha condannato due ex manager dell’Anglo Irish Bank, ma non li ha incarcerati.

A molti questa lista sembra corta, se comparata con i 213 miliardi di euro di multe che, secondo un calcolo della Reuters, sono state comminate a 20 principali banche mondiali negli scorsi sette anni per manipolazione del mercato, riciclaggio di denaro sporco e vendita di obbligazioni ipotecarie mentre stava arrivando la crisi del 2008.

Robert Jenkins, un ex dirigente della Banca d’Inghilterra, enumera una lunga lista di ragioni per la mancanza di azione. Jenkins riconosce che una delle ragioni per cui i regolatori si sono tenuti alla larga dal procedere contro gli individui è la paura. E dice che questa risale al 2002, quando la Arthur Andersen, la grande società di revisione contabile, fu condannata per aver distrutto documenti relativi ai controlli effettuati su Enron. La sentenza fu capovolta nel 2005, troppo tardi per salvare quella che era una delle maggiori società contabili del mondo dal collasso. Ci fu, dice Jenkins, “paura da parte delle autorità statunitensi di una versione bancaria della vicenda Andersen, in un momento di fragilità finanziaria”.

Ma Jenkins elenca altri problemi, dalle difficoltà di provare l’intento criminoso alle pressioni dei banchieri fino all’ingenuità dei regolatori, che realmente pensavano di aver a che fare con “poche mele marce”. Jenkins afferma che un ruolo lo giocò anche la paura che una repressione dura avrebbe portato le banche a chiudere i rubinetti del credito all’economia.

Gli errori sono cominciati fin dal principio della crisi, afferma l’esperto. “Sia i banchieri che i legislatori, fin dall’inizio, non sono stati all’altezza di quel che si doveva fare, di quel che si sarebbe potuto fare e di quello che la pubblica opinione capisce che si sarebbe dovuto fare”.

In Islanda è stato nominato un accusatore pubblico ad hoc, Ólafur Hauksson, per passare in rassegna il disastro della banca Kaupthing, della Landbanki e della Glitnir bank. Ha messo sotto accusa 60 individui in 22 rinvii a giudizio e gli viene spesso chiesto perché altri paesi non hanno fatto la stessa cosa. Lui dice che l’Islanda ha cominciato subito: “Ci siamo focalizzati di più su quei casi all’inizio e questo significa che abbiamo dovuto specializzarci in casi relativi a entità finanziarie”.

Perfino adesso, dopo sette anni, ci sono ancora processi in corso. Uno, relativo al collasso della banca Kaupthing con nove imputati, è finito solo due giorni fa.

Decidere l’accusa corretta è un altro problema. Hauksson ha sollevato accuse per manipolazione del mercato, frode, appropriazione indebita e mutui fraudolenti. Una nuova legge nel Regno Unito dovrebbe rendere più facile procedere contro il settore bancario: è stata introdotta una pena di sette anni di carcere per comportamenti spericolati e dannosi, ma l’accusa dovrà provare che i banchieri sapevano che le loro decisioni avrebbero provocato il collasso della banca. Nuove figure di reato relative alla manipolazione degli standard di mercato sono entrate in vigore quest’anno, ma non sono retroattive e quindi non possono essere usate contro gli operatori di mercato le cui azioni hanno portato alle recenti mega multe.

La settimana scorsa la Lynch, che è in carica da appena un mese, ha detto di “non essere in grado di confermare se solleveremo o meno altre accuse contro gli individui” perché l’inchiesta sulla manipolazione dei corsi valutari sta continuando. Ha puntualizzato che gli Stati Uniti hanno messo sotto accusa 12 persone per i reati di manipolazione del Libor. Nel Regno Unito l’Ufficio delle Gravi Frodi ha accusato 13 persone, ma si tratta di personaggi di secondo piano: nessun boss bancario ha dovuto finora affrontare delle accuse.

Jimmy Gurulé, docente di diritto nell’università americana di Notre Dame nonché ex assistente del procuratore generale, spera che la Lynch prenderà una posizione più dura. Lei stessa ha detto, nell’udienza di conferma della sua nomina, che “nessun individuo è troppo grosso per essere messo in carcere”.

Infine Jenkins aggiunge che le banche dovrebbero anche subire la minaccia di essere spezzettate: “Per quel che riguarda le malefatte sistematiche compiute sotto il loro controllo, o i manager sapevano, o non sapevano o non ci si poteva aspettare che sapessero. Se sapevano erano complici. Se non sapevano erano incompetenti. E se le banche sono così grandi e complesse che non ci si poteva aspettare che sapessero, allora loro stessi sono la ragione per cui le banche andrebbero spezzettate”.
Originale: http://www.theguardian.com/business/2015/may/23/putting-bankers-in-jail-nigh-on-impossible

traduzione di Lame

PODEMOS conquista Barcellona e Madrid

Elezioni Spagna, Podemos vince a Barcellona, a Madrid allenza con il Psoe. Rajoy primo, ma è crisi di voti

Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri, che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento.

di Silvia Ragusa – ilfattoquotidiano.it, 25 maggio 2015

Volavano gli elicotteri, ieri, sulla notte madrilena. Ma non per controllare dall’alto calle Génova, via della storica sede del Partito popolare: per la prima volta qui il tradizionale balcone della vittoria è rimasto vuoto, nonostante la candidata sindaco Esperanza Aguirre abbia guadagnato un seggio in più. La polizia sorvolava la Cuesta de Moyano, dove migliaia di cittadini ascoltavano la diretta avversaria Manuela Carmena, giudice impegnata nella tutela dei diritti umani: “Ha vinto ilcambiamento. Ha vinto la cittadinanza. Avete vinto voi”. I simpatizzanti di Ahora Madrid, lista di Podemos, si erano dati appuntamento vicino al museo Reina Sofía fin dal primo pomeriggio. Poi, in serata, al suono della banda ufficiale e del noto slogan “Sì, se puede” con l’arrivo del leader Pablo Iglesias, cominciava la festa. Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri (gli spagnoli sono andati alle urne per rinnovare 8.122 municipalità oltre che per assegnare i seggi nei parlamenti di 13 delle 17 regioni del Paese), che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento: 4 anni fa i popolari aveva ottenuto la maggioranza assoluta in 8 regioni, oggi devono scendere a patti con altre forze politiche.

Madrid vince il Pp, ma Podemos verso alleanza con il Psoe. Esperanza Aguirre ha vinto ma sa già che non potrà governare facilmente: sommando i 21 seggi agli ipotetici 7 di Ciudadanos non riuscirebbe comunque ad ottenere la maggioranza assoluta. La candidata di Ahora Madrid invece, con 20 seggi, insieme al Psoe di Antonio Miguel Carmona, potrebbe ottenere 29 scranni e le chiavi del palazzo della capitale spagnola. Per Iglesias è l’inizio della fine del bipartitismo: “Pp e Psoe hanno registrato uno dei peggiori risultati della loro storia” e “il cambiamento ora è irreversibile”, ha detto chiaro e tondo. Popolari e socialisti sono in realtà ancora i primi due partiti, ma insieme sommano il 53% e per governare dovranno scendere a patti.

Cresce anche Ciudadanos: è il terzo partito. Il Partito popolare resta in generale infatti il più votato (27%), ma perde l’egemonia degli ultimi vent’anni e quasi tre milioni di preferenze: da oggi la possibilità che gli azzurri tornino a sedersi sulle stesse poltrone non dipenderà più da loro, ma dalla capacità di alleanza delle forze opposte. Il Pp perde quasi tutte le maggioranze assolute nelle regioni come nella principali città del Paese e, probabilmente, il potere in Cantabria, in Castilla-La Mancha e nelle comunità autonome di Valencia e Madrid. Inoltre, una coalizione di sinistra avrebbe la possibilità di sottrarre al partito gli esecutivi di Aragón, Extremadura e Baleari. Dietro al Psoe, che si ferma al secondo posto con il 25% delle preferenze e la conquista della città di Siviglia, sorprende l’ascesa inarrestabile di Ciudadanos, che da oggi diventa terza forza politica, anche se Podemos – che non ha lista propria – non entra a far parte dei dati pubblicati dal ministero degli Interni. È lo stesso leader Albert Rivera a commentare a caldo che il suo partito ha triplicato l’appoggio ottenuto alle elezioni europee del 2014, gettando le basi per vincere le prossime politiche. “Siamo qui e stiamo facendo la Storia”.

A Barcellona vince Ada Colau, paladina degli sfrattati. Ma è da Barcellona che arriva il primo vero cambiamento: una “okkupa” si aggiudica la poltrona di sindaco. Ada Colau, 41 anni, attivista e fondatrice della Pah, la piattaforma per le vittime degli sfratti, ottiene il 25,20% e 11 consiglieri con la formazione civica Barcelona en Comú, appoggiata da Podemos. Segue la formazione indipendentista di Convergencia i Unió dell’attuale presidente della Generalitat Artur Mas con 10 seggi, Ciudadanos con 5 e i socialisti con 4. “È la vittoria di Davide contro Golia” ha detto commossa davanti alla platea e ha ricordato, anche senza aver ottenuto la maggioranza assoluta, che si tratta di un successo “collettivo” dei cittadini contro “il voto della rassegnazione”. A Valencia invece migliaia di cittadini si sono riuniti nella centrale Plaza del Ayuntamento per celebrare la sconfitta della popolare Rita Barberá, dopo 24 anni di governo. Il Pp perde la maggioranza assoluta e cede il passo al Psoe che ottiene il 20,4% e 23 scranni, seguito dalla lista civica di Compromís, con 20 seggi.

Tutto da rivedere insomma: adesso si apre la stagione di alleanze, di governi privi di maggioranza assoluta e di opinioni da tenere in conto. L’unica cosa certa è che le due nuove formazioni di Podemos e Ciudadanos da oggi non sono più solo uno stato d’animo, ma entrano a pieno titolo nelle istituzioni locali. E il sistema del bipartitismo, che ha governato la Spagna dalla fine del franchismo, sembra cedere il posto ad un quadro molto più frammentato.

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Il candidato di Podemos a Madrid: «Alleanze su casa, educazione e sanità»

Elezioni a Madrid. José Manuel Lopez 49 anni di Podemos. Candidato nella capitale

di Giuseppe Grosso – ilmanifesto.info, 24 maggio 2015

José Manuel Lopez è un uomo della pri­mis­sima ora. 49 anni, inge­gnere agra­rio con espe­rienza nel campo della coope­ra­zione e dello svi­luppo delle poli­ti­che sociali, era in piazza con gli indi­gna­dos il 15M e ha assi­stito in prima linea al con­ce­pi­mento e alla cre­scita del pro­getto Pode­mos. Fino alla can­di­da­tura alla Comu­ni­dad di Madrid, una delle regioni chiave per la con­sa­cra­zione del par­tito viola. L’inedita fram­men­ta­zione dello sce­na­rio poli­tico pre­lude alla neces­sità di accordi post-voto.

Con chi sare­ste dispo­sti ad arri­vare a un patto?

Il patto è solo uno stru­mento, non è un obiet­tivo in sé. Noi pro­po­niamo un pro­getto di cam­bio, e sulla base di que­sto siamo dispo­sti a discu­tere con chiunque.

Eppure l’Andalusia è in stallo da due mesi pro­prio per­ché non si rie­sce a tro­vare un accordo con il Psoe…

Siamo pronti a creare geo­me­trie poli­ti­che a soste­gno di un rin­no­va­mento reale. In Anda­lu­sia, noi cer­chiamo un accordo su casa, edu­ca­zione, sanità, cor­ru­zione e il Psoe mette sul tavolo la spartizione degli uffici, dei soldi ai gruppi par­la­men­tari e delle auto blu. Un patto che ci porti al governo pre­ser­vando lo sta­tus quo, non ci inte­ressa; né in Anda­lu­sia né altrove.

Però, soprat­tutto in chiave anti Pp, che a Madrid ha una delle sue roc­ca­forti più solide, non converrebbe con­si­de­rare la pos­si­bi­lità di un tri­par­tito Izquierda Unida, Psoe, Podemos?

Insi­sto: la gente ci chiede un cam­bio e noi non pos­siamo rispon­dere con le solite mano­vre di palazzo. Madrid ha un pro­blema serio di clien­te­li­smo e cor­ru­zione, instau­rati dal Pp sotto lo sguardo indif­fe­rente del Psoe e di Iu. Con queste pre­messe è dif­fi­cile par­lare a priori di un patto. Pode­mos punta alla rot­tura rispetto al vec­chio sistema: trasparenza, cam­bio del qua­dro eco­no­mico e recu­pero dei ser­vizi sociali, sono i punti chiave del nostro pro­gramma. Se gli altri par­titi vogliono remare nella stessa dire­zione, pos­sono senz’altro salire sulla nostra barca; per spar­tirsi le poltrone, si rivol­gano a qual­cun altro.

Anche Ciu­da­da­nos può salire sulla vostra barca?

Può salirci chiun­que sia dispo­sto ad appog­giare il nostro pro­gramma, e non sono sicuro che Ciudada­nos sia dispo­sto a farlo. Sul discorso della rige­ne­ra­zione demo­cra­tica pos­sono esserci alcuni punti di con­tatto, però per quanto riguarda le pro­po­ste sociali e la lotta alla dise­gua­glianza vedo una dif­fe­renza incol­ma­bile. Nel pro­gramma di Podemos le due cose sono inscin­di­bili: non c’è rigenerazione demo­cra­tica senza un miglio­ra­mento delle con­di­zioni sociali.

A pro­po­sito di disu­gua­glianza: la regione di Madrid è una di quelle con il più ampio diva­rio sociale. Che misure intende adot­tare per con­tra­stare que­sta deriva?

Biso­gna cam­biare il modello pro­dut­tivo, attual­mente basato sul mat­tone. Un modello vorace che bene­fi­cia un’élite vicina al governo regio­nale e che ha por­tato a costruire oltre le reali neces­sità. Madrid è una ragione ricca: basterebbe smet­tere di inve­stire in pro­getti inu­tili (strut­ture e strade costate milioni e oggi inu­ti­liz­zate) e uti­liz­zare i fondi per ser­vizi sociali e assun­zioni nel set­tore edu­ca­tivo e sanitario.

Casa, edu­ca­zione e sanità: quale la misura più urgente da adot­tare in cia­scuno di que­sti settori.

Casa: cree­remo un’agenzia pub­blica per l’affitto. Ci saranno incen­tivi per chi mette in affitto (ci sono circa 250.000 case vuote a Madrid) e, paral­le­la­mente, dispor­remo di un numero di case che pos­sano essere asse­gnate a per­sone sfrat­tate o in dif­fi­coltà eco­no­mi­che. Sanità: raf­for­ze­remo il sistema pub­blico e revo­che­remo le pri­va­tiz­za­zioni. Scuola: scom­met­te­remo, anche in que­sto caso, sul pub­blico e bloc­che­remo le nuove con­ces­sioni ai cole­gios concertados (scuole pri­vate che ricevono finan­zia­menti pub­blici, ndr).

Come spiega la fles­sione di Pode­mos negli ultimi mesi?

Credo che fac­cia parte del pro­cesso di matu­ra­zione dell’organizzazione. Siamo nella terza fase di Pode­mos: la prima fu l’occupazione delle piazze con il 15M; la seconda, suc­ces­siva alla costi­tu­zione del par­tito, la ste­sura della dia­gnosi dei pro­blemi della poli­tica spa­gnola: in que­sta fase abbiamo toc­cato il mas­simo dei con­sensi per­ché la nostra ana­lisi ha colto nel segno; la terza fase con­si­ste nel tes­sere una pars con­truens che passi dalla dia­gnosi ad una pro­po­sta concreta di paese, ed è la parte più dif­fi­cile. Però biso­gna con­si­de­rare che solo un anno fa Pode­mos nem­meno esi­steva: in così poco tempo abbiamo rag­giunto grandi risul­tati e un lieve ral­len­ta­mento non ci pre­oc­cupa, anche per­ché i numeri indi­cano una ripresa.

Per­ché oggi i madri­leni dovreb­bero votare Podemos?

Per­ché siamo l’alternativa alla poli­tica tra­di­zio­nale che ci ha por­tato in que­sta situa­zione. Per­ché noi siamo cit­ta­dini nor­mali che si sono orga­niz­zati e si sono stan­cati di aspet­tare che le cose cam­bino da sé. Per­ché non siamo un par­tito ma un pro­getto politico.