Mese: giugno 2014

I Suoni Delle Dolomiti

segnalato da barbarasiberiana

I Suoni delle Dolomiti è una manifestazione unica nel suo genere, che raduna musicisti da tutto il mondo sulle montagne più belle dell’arco alpino. L’idea di fondo è semplice e affascinante: unire le grandi passioni per la musica e la montagna, per l’arte e l’ambiente in un ciclo di concerti all’insegna della libertà e della naturalità. La formula prevede un’escursione a piedi dal fondovalle fino a radure e conche nei pressi dei rifugi, teatri naturali in cui la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente circostante. Agli appuntamenti del primo pomeriggio si sono aggiunte nel tempo le suggestioni dell’alba.

Quasi un festival nel festival che propone l’incontro con artisti, attori, uomini di cultura che, nelle atmosfere uniche del sorgere del sole in alta montagna, danno vita a spettacoli, recital, monologhi. Al Festival partecipano artisti di fama internazionale che nel rispetto dell’ambiente si uniscono al pubblico e raggiungono a piedi i luoghi dei concerti, strumento in spalla. In cammino verso l’arte e la natura.

Fra gli altri, quest’anno ci saranno concerti e incontri con Paolo Fresu, Mauro Pagani, Marina Rei e Paola Turci, Youssou N’Dour, Cristiano De André, Paolo Rumiz, Giuseppe Cederna

Il programma completo dell’edizione 2014 lo trovate QUI.

I video delle edizioni precedenti li trovate invece QUI.

Otto pagine o ottocento?

di Roberto C.A.

L’esperimento del CERN in cui lavoro ricomincerà a prendere dati a primavera del 2015, con un’energia dei fasci di protoni raddoppiata dopo un lungo shut-down dedicato soprattutto a miglioramenti tecnici sull’acceleratore. Si prevede poi di continuare, con alcune soste intermedie per manutenzioni e piccoli upgrades, fino a circa il 2022. In questo modo si accumulerà una quantità di dati pari a 20-30 volte quella raccolta finora, permettendo lo studio di processi molto più rari. Ho già cercato di descrivervi in un post precedente perché servano moltissimi dati per gli studi che facciamo:

https://transiberiani.wordpress.com/2014/04/17/higgs/

Ma non è finita qui.  Anche con quella mole di dati, c’è una serie di processi così rari (o potenzialmente così rari, se esistono), che resterebbero invisibili. E quindi si sta pensando a un upgrade dell’acceleratore, che riprenderebbe a lavorare attorno al 2025 con un’intensità dieci volte più alta. Gli esperimenti non sono stati disegnati per intensità così alte, molti dei rivelatori soccomberebbero per l’intensità delle radiazioni, e il sistema di trigger, di cui mi occupo, non avrebbe la capacità di essere sufficientemente selettivo. Stiamo quindi preparando un documento di studi, che valuti le possibilità di un upgrade dell’esperimento tale da renderlo adatto alle nuove condizioni.

Si tratta prima di tutto di individuare gli obiettivi di fisica da raggiungere, i più ambiziosi possibile. E poi di disegnare un rivelatore, non usando tecnologie “off the shelf” ma cercando di individuare progetti di R&D, avanzati senza essere irrealistici. Naturalmente, bisogna valutare i tempi: di ricerca, costruzione, integrazione dell’apparato nello shut-down. E le funzionalità integrate dei vari pezzi: non sempre la soluzione localmente migliore lo è anche globalmente. E non ultimo, bisogna valutare i costi, cercando di mantenere quanto dell’esistente possa ancora funzionare. I costi potrebbero essere attorno ai 200 milioni, spalmati su molti anni, e divisi tra le agenzie finanziatrici dei 40 Paesi che contribuiscono al progetto.

Per fare ciò, il documento che stiamo scrivendo collettivamente sarà di qualche centinaio di pagine, dense di proposte ottenute con vari studi di simulazione (che hanno tenute occupate le decine di migliaia di computer che abbiamo a disposizione). Tutto per un progetto che non è ancora approvato, e che potrebbe non esserlo mai (è sempre possibile che quello che eventualmente scopriremo nei prossimi anni ci spinga in un’altra direzione), ma solo per essere pronti nel caso quella fosse la direzione da prendere. Se otterremo un’approvazione di massima (“buona idea, proseguite gli studi, eccovi un po’ di soldi per farli”), allora dovremo produrre, entro due/tre anni, dei documenti di proposta tecnica ancora più dettagliati, questa volta di qualche centinaio di pagine per ciascun sottosistema.

Ora, nei giorni scorsi si è scritto che in passato i partiti (o il Partito) producevano lunghe elaborazioni di 800 pagine, mentre ora ci si accontenta di qualche tweet. E si diceva che già un documento di 8 pagine è sufficientemente indicativo della direzione da prendere. Il bilancio italiano è di circa mille miliardi di euro all’anno, altro che 200 milioni in molti anni. E non si tratta solo di affrontare problemi di spesa, ma problemi molto complessi di gestione sociale, culturale, che necessitano (necessiterebbero) di una solida prospettiva. Certo, non si possono consegnare 800 pagine all’elettore, le 8 pagine servono (anche noi, in alcune presentazioni, riassumiamo tutto in una ventina di slides). E serve anche il singolo slogan accattivante. Ma io vorrei sapere che le 8 pagine sono un riassunto, che dietro c’è del lavoro, che se voglio approfondire trovo le 800 che mi dicono che quanto si propone ha un fondamento, non è semplice wishful thinking, nel caso migliore, nel peggiore semplice propaganda a basso costo.

PS. Posso dirlo? Antonio proprio mi manca.

La grande guerra

UN CINICO CENTENARIO EUROPEO A SARAJEVO

segnalato da crvenazvezda76 

da Il Manifesto – di  Andrea Oskari Rossini (Sarajevo, 28.6.2014)

Lo scrittore Zlatko Dizdarevic attacca le celebrazioni in programma oggi nella capitale bosniaca, a un secolo dall’attentato a Francesco Ferdinando: «Il paese è distrutto e i politici europei verranno qui sorridenti, a ricordare l’amore dell’Europa per Sarajevo, i princìpi europei. Ma se c’è un luogo dove i princìpi europei vengono abbandonati è questo».

Sulle iniziative previste oggi, 28 giugno, per com­me­mo­rare il cen­te­na­rio dell’attentato a Fran­ce­sco Fer­di­nando, e sulla attuale situa­zione in Bosnia Erze­go­vina, abbiamo intervi­stato Zla­tko Diz­da­re­vic, gior­na­li­sta e scrit­tore sara­je­vese, che è stato anche ambascia­tore della Bosnia Erze­go­vina in Croazia e Medio Oriente.

Oggi l’Europa ricorda i 100 anni dall’inizio della Prima guerra mon­diale con un fitto pro­gramma di ini­zia­tive qui a Sara­jevo. Cosa pensa di que­ste celebrazioni?

Si tratta di un’espressione di cini­smo. Sono ini­zia­tive che cer­ta­mente non vanno a van­tag­gio di Sara­jevo, né dei sara­je­vesi, e hanno ria­perto una batta­glia tra di noi, su Gavrilo Prin­cip. Adesso per una metà dei bosniaci Prin­cip è un ter­ro­ri­sta, per l’altra metà è un eroe. Che biso­gno ave­vamo ora di discu­tere di que­ste cose? Abbiamo un paese, la Bosnia Erze­go­vina, comple­ta­mente distrutto. Non fun­ziona, non esi­ste. E i poli­tici euro­pei verranno qui per una set­ti­mana sor­ri­denti, con i pal­lon­cini colo­rati, grandi dichia­ra­zioni, “Mai più”, a ricor­dare l’amore dell’Europa per Sara­jevo, i prin­cìpi euro­pei. Si tratta di un incre­di­bile cini­smo. Se c’è un luogo dove i prin­cìpi euro­pei ven­gono abbando­nati, que­sto è Sarajevo.

 Allora per­ché que­ste celebrazioni?

È un’occasione mera­vi­gliosa per lavarsi la coscienza, per orga­niz­zare qualcosa di posi­tivo, una grande festa, in un momento in cui la situa­zione euro­pea e mon­diale è dram­ma­tica, con la guerra sem­pre più pre­sente, l’estrema destra sem­pre più forte, il pro­gressivo abban­dono degli ideali di libertà e cosmopolitismo.

Eppure la morte di Fran­ce­sco Fer­di­nando ha segnato la fine di un’epoca, e l’inizio della grande guerra civile euro­pea. Non è impor­tante riflet­tere su que­gli eventi?

Anzi­tutto io non penso che quella guerra sia ini­ziata a Sara­jevo, le grandi potenze erano già preparate per la guerra. Sara­jevo non è respon­sa­bile per la guerra.

L’attentato è stato solo un pretesto?

Sara­jevo è stata una vit­tima delle rela­zioni inter­na­zio­nali esi­stenti. Anche nell’ultima guerra il suo destino è stato que­sto. La colpa non era di Sarajevo. Nel 1992, quando la guerra è ini­ziata, nes­suno di noi pen­sava che fosse pos­si­bile. L’atmosfera, le rela­zioni tra le per­sone, non con­sen­ti­vano di pensarlo. Dopo il primo san­gue, natu­ral­mente, la situa­zione è cambiata.

Dun­que non era neces­sa­rio ria­prire il dibat­tito su que­sti temi?

Non penso fosse neces­sa­rio adesso, né tanto meno a Sara­jevo. Il nazionalismo, la sto­ria degli ultimi 20 anni, tutti i pro­blemi ancora irrisolti… Sara­jevo non è il posto dove fare que­ste cele­bra­zioni. Nelle nostre scuole ele­men­tari abbiamo manuali di sto­ria che pre­sen­tano tre versioni diverse dello stesso epi­so­dio, come pos­siamo discu­tere di que­ste cose? Per­ché que­ste cele­bra­zioni non le hanno fatte a Parigi, a Lon­dra, a New York? Io non sarei con­tra­rio a una pic­cola mani­fe­sta­zione, a una com­me­mo­ra­zione, una mostra, è ovvio, non si pos­sono chiu­dere gli occhi di fronte a que­sto anniver­sa­rio. Ma quanto sta acca­dendo è sem­pli­ce­mente isterico.

 Cioè?

Tutte le espres­sioni della vita cul­tu­rale, dal cinema al tea­tro, alla letteratura, alle mani­fe­stazioni spor­tive, avver­ranno nel qua­dro del centena­rio della Prima guerra mon­diale. L’Ambasciata fran­cese ha proposto che il Tour de France inizi a Sara­jevo, nel nome del cen­te­na­rio. Tutto que­sto è cinico. Viene fatto per dimen­ti­care quella che è la realtà della Bosnia Erzego­vina oggi, una realtà che nessuno vuole affron­tare. C’è una grande reto­rica, e fal­sità, in que­ste cele­bra­zioni. Alla gente di Sara­jevo non interessano, que­sta non è la nostra festa.

Il tema del 28 giu­gno ha quindi già pro­dotto divisioni?

In realtà i cit­ta­dini sono sem­pli­ce­mente stan­chi di que­sti dibat­titi, pen­sano a come tro­vare qual­cosa da man­giare, un posto di lavoro. Sara­jevo è stanca di que­ste pro­messe euro­pee, che qui ven­gono rego­lar­mente disat­tese. Venti anni fa ho scritto un libro con l’amico Gigi Riva dal titolo “L’Onu è morta a Sara­jevo”. Oggi, venti anni dopo, penso che sia l’Europa ad essere morta a Sarajevo.

Per­ché le isti­tu­zioni cul­tu­rali e poli­ti­che locali non hanno impedito que­sta ope­ra­zione, se gli effetti sono così negativi?

Per­ché sono sot­to­po­sti alle pres­sioni delle diverse isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e dei diversi uffici europei, delle orga­niz­za­zioni non gover­na­tive… Sono tutti esal­tati per que­sto evento, sono in estasi. La realtà però è che anche oggi l’Europa è divisa, in Est e Ovest, nell’Europa slava e quella degli austro ungarici.

Quindi la situa­zione non è molto diversa da quella di 100 anni fa.

Asso­lu­ta­mente no. Guar­date all’Ucraina, alla Siria. Sono il risul­tato di sogni impe­riali, di ambi­zioni neocoloniali.

 E la Bosnia Erzegovina?

Se non ven­gono pre­sen­tati segnali asso­lu­ta­mente chiari sul futuro euro­peo della Bosnia, lo spa­zio vuoto verrà occu­pato da altri, dalla Tur­chia, dalla Rus­sia o dai paesi arabi del Golfo.

Addio a Sel (2)

da il manifesto del 25 giugno 

La let­tera inviata da Fabio Lava­gno, Naz­za­reno Pilozzi e Ales­san­dro Zan a Nichi Ven­dola per comu­ni­care la deci­sione di lasciare il Gruppo par­la­men­tare e il partito

Caro Nichi,

ti comu­ni­chiamo, non senza tri­stezza, la deci­sione di lasciare Sini­stra Eco­lo­gia Libertà e il suo gruppo alla Camera dei Depu­tati, per riap­pro­priarci della libertà del dub­bio, della valu­ta­zione cri­tica, fuori dalla con­for­tante sicu­rezza dei no a pre­scin­dere in cui siamo caduti.

La nostra scelta avviene den­tro a un qua­dro com­ples­sivo che trae le sue ori­gini dalle molte inver­sioni di rotta, troppe, rispetto al pro­getto ori­gi­na­rio in cui abbiamo cre­duto.
Abbiamo pro­fuso tutti gli sforzi neces­sari per­ché Sel potesse tra­sfor­marsi in un par­tito di sini­stra moderno, demo­cra­tico, utile alle esi­genze sociali più stringenti.

Negli ultimi mesi Sini­stra Eco­lo­gia Libertà ha abbrac­ciato posi­zioni in cui non rico­no­sciamo più la nostra cul­tura poli­tica, la stessa con cui anni fa abbiamo con­tri­buito alla co-fondazione del par­tito e che poneva un obiet­tivo che a tutt’oggi con­si­de­riamo essen­ziale: quello di essere sini­stra di governo. Cre­diamo che, abdi­cando a que­sto ruolo, si rischi, pro­gres­si­va­mente, di appro­dare a un atteg­gia­mento poli­tico mino­ri­ta­rio quando, invece, le esi­genze del Paese sono altre.

Siamo ancora con­vinti che la strada giu­sta da per­corre sia quella che accetta la tran­si­to­rietà del nostro pro­getto, per intra­pren­dere un cam­mino verso la rico­stru­zione di un campo largo del cen­tro sini­stra.
Non abbiamo con­di­viso le acce­le­ra­zioni verso un pro­getto, come la Lista Tsi­pras, che ha can­cel­lato cin­que anni d’impegno per rico­struire una sini­stra che sce­gliesse il par­tito socia­li­sta euro­peo come ter­reno di confronto.

Rite­niamo neces­sa­rio un approc­cio laico nel rap­porto con il Governo, fon­dato sulla valu­ta­zione nel merito dei sin­goli prov­ve­di­menti, con­ti­nuando a mani­fe­stare, quando neces­sa­rie, le cri­ti­che ma evi­tando un’opposizione pre­giu­di­ziale. Vogliamo met­tere al primo posto le per­sone con i loro biso­gni e con le loro ambi­zioni. Vogliamo con­tri­buire a costruire una strada comune con que­sti uomini e donne che ci chie­dono di stare al loro fianco prima ancora che di restare all’opposizione parlamentare.

Il voto favo­re­vole della mag­gio­ranza dei par­la­men­tari sul decreto Irpef è stata una scelta che segnala la nostra cul­tura poli­tica, quella che sfida l’Esecutivo ad assu­mersi la respon­sa­bi­lità di andare avanti sul con­tra­sto delle disu­gua­glianze. Quanto avve­nuto nel Gruppo par­la­men­tare e nel par­tito intorno a quel decreto non è che la scin­tilla che ha ampli­fi­cato in maniera espo­nen­ziale le diver­genze interne e, ine­vi­ta­bil­mente, ha spinto ognuno di noi a rifles­sioni e deci­sioni sof­ferte, dif­fi­cili ma ormai neces­sa­rie e improcastinabili.

La nostra volontà è quella di tenere fede all’obiettivo che ci ha spinto a tro­vare, anni or sono, in Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà la nostra casa. Una casa alla quale dob­biamo molto, che tut­ta­via oggi non sen­tiamo più come nostra. Sen­tiamo il timore di affron­tare il con­fronto e la sfida dell’egemonia poli­tica e cul­tu­rale e spesso, troppo spesso, siamo stati alla fine­stra a guar­dare senza poter, in modo con­creto e pro­po­si­tivo, con­tri­buire al cam­bia­mento che i cit­ta­dini ci chie­dono a gran voce.

Per que­ste ragioni e per­ché rite­niamo neces­sa­rio rimet­terci in cam­mino con­di­vi­diamo la scelta di alcuni nostri depu­tati di abban­do­nare SEL. Ci uniamo a loro in que­sto per­corso sicu­ra­mente dif­fi­cile ma siamo sicuri così di svol­gere al meglio il nostro com­pito di rap­pre­sen­tanti del popolo.

Ti salu­tiamo con affetto e rico­no­scenza per aver con­di­viso un per­corso tanto impor­tante in Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà.

Fabio Lava­gno
Naz­za­reno Pilozzi
Ales­san­dro Zan

 

Addio a SEL (1)

segnalato da crvenazvezda76 

Daniela Preziosi, da “Il Manifesto” del 24.6.2014

La notizia, del resto ampiamente annunciata, è arrivata giusto alla fine della sfortunata partita Italia-Uruguay. La presidenza di turno di Montecitorio annuncia il passaggio al gruppo misto di altri tre deputati di Sel. Si tratta del veneto Alessandro Zan, del laziale Nazareno Pilozzi e del piemontese Fabio Lavagno. Con loro salgono a nove gli abbandoni: Migliore, che per un disguido burocratico ieri risultava ancora iscritto a Sel, Fava, Di Salvo e Piazzoni (il loro passaggio viene stato annunciato in aula all’apertura dei lavori); Aiello e Ragosta, che però già siedono nel Pd. Più gli ultimi tre.

Ieri pomeriggio riunione dei fuoriusciti. Un gruppo autonomo con i socialisti non è ancora a portata di numeri. Un altro scaglione partirà dopo la direzione di oggi (tecnicamente si chiama presidenza), dove andrà in scena il confronto fra i fuori-linea rimasti e il coordinamento, che rimetterà il mandato nella convinzione di essere ’rifiduciato’. Vendola in testa, che ha annunciato al Manifesto di voler «separare la discussione fra presidenza e organismi. Nessuno pensi che mi copro con il gruppo dirigente».

Tentata dall’addio è la toscana Nardi e il calabrese Lacquaniti. Resteranno invece il giovane nuorese Michele Piras, l’abruzzese Giuseppe Melilla e il ligure Stefano Quaranta. Decisive le assemblee territoriali di questi giorni. «Resto, in attesa che l’“anguilla” si fermi», spiega al Manifesto Piras, citando l’ultima metafora coniata da Vendola per il suo partito. «In Sardegna la scommessa su Sel è stata forte e non ci vogliamo rassegnare al fatto che si sia già bruciato tutto. Ma non ci sto: il chiarimento sulla linea politica va fatto subito. Bisogna ridarsi l’obiettivo del centrosinistra, ricreare le condizioni che hanno portato in tutta Italia l’alleanza a governare le città. Se anche Landini ha fatto un’apertura di credito a Renzi, perché noi non dovremmo provarci?». Promesse di battaglia ne circolano tante. Dai liguri oggi potrebbe arrivare la richiesta di un congresso straordinario. Altri lavorano all’idea di un referendum.

La maggioranza intanto pensa a una mossa per rimotivare gli iscritti, non moltissimi fin qui — ma il tesseramento è in corso e solo a fine anno si potrà fare un bilancio — e per ricompattare il vietnam parlamentare. Ma la linea resta quella: all’opposizione ma sfidando «positivamente Renzi», «una terza via che non è deriva minoritaria ma pungolo da sinistra al governo». Lo ha ripetuto ieri sera Vendola alla riunione di senatori e deputati: ha rilanciato il dialogo con le sinistre Pd — di ieri un nuovo colloquio alla camera con Cuperlo — e con i giovani della lista Tsipras. E ha invitato gli indecisi a restare nella «terra di mezzo». Duro solo sulle responsabilità di Gennaro Migliore.

Al suo posto, a Montecitorio, si fa strada l’ipotesi di affidare la presidenza del gruppo — attribuita pro tempore a Fratoianni — a Arturo Scotto, campano ’dialogante’. «Ma non cacciamoci nelle solite mediazioni che tengono tutto e non chiariscono niente. Serve un nome che incarni una linea chiara, con la quale misurarsi», chiede Piras. Proprio Scotto ieri in aula ha dichiarato il no di Sel alla mozione di appoggio al discorso di Renzi sul semestre europeo: «Per Sel sono stati giorni difficili. Abbiamo subito una separazione dolorosa ma siamo in campo e non ci rassegniamo all’idea di una sinistra divisa, rissosa e marginale».

A Vendola il programma europeo del premier proprio non è piaciuto: «Abbiamo ascoltato con il massimo rispetto le parole di Renzi, ma il suo discorso ha avuto come di consueto un andamento prevalentemente propagandistico», «un carosello di parole». «Renzi dice che vuole sfondare il muro delle politiche di austerity, ma dalla Germania il ministro delle Finanze e il capo della Bundesbank dicono che non c’è nessuna possibilità. Nel discorso di Renzi non c’è stato terreno di vera lotta politica ma piuttosto un rinvio».

194: applicazione per decreto

ABORTO, NIENTE OBIEZIONE NEI CONSULTORI – LA RIVOLUZIONE DELLA REGIONE LAZIO

Un decreto dell’ente guidato da Nicola Zingaretti segna un passo importante a tutela della legge 194. Il ginecologo obiettore non potrà più sottrarsi al dovere di garantire a chi ne ha bisogno tutti i certificati necessari per abortire. E dovrà prescrivere i farmaci per la contraccezione, inclusa la pillola dei cinque giorni dopo.

da l’Espresso (24 Giugno 2014) – di Francesca Sironi

 

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Il medico ha il dovere di informare. Di garantire alla paziente che richiede un aborto tutti i certificati necessari, di dare i consigli adeguati. Non solo: è tenuto alla prescrizione dei contraccettivi, pure “post-coitali”. Insomma: se per legge può rifiutarsi secondo coscienza di operare un’interruzione volontaria di gravidanza, non può sottrarsi al suo compito di cura all’interno dei consultori familiari. Lo ha messo nero su bianco, per la prima volta, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, in un decreto da lui firmato sulla riorganizzazione dei servizi medici per la salute della donna.

Sembra una banalità, ma non lo è affatto per una regione come il Lazio dove gli obiettori di coscienza sono il 90 per cento dei medici . In un paese come l’Italia in cui al posto delle informazioni sulla contraccezione si possono trovare, nei consultori, i volantini-shock del movimento per la vita . In un sistema in cui i ginecologi arrivano a negare anche solo un’indicazione sul percorso e le strutture disponibili, come ha raccontato “l’Espresso” nello speciale ” Aborti impossibili “.

Per questo, le frasi contenute nell’allegato “uno” del decreto sui consultori familiari voluto dal governatore Zingaretti sono un segnale importante a difesa della legge 194, che dal 1978 dovrebbe garantire alle donne la possibilità di abortire in sicurezza ma che in realtà oggi è difesa e sostenuta solo grazie ai volontari . «In merito all’esercizio dell’obiezione di coscienza tra i ginecologi», si legge nel decreto: «si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Al riguardo, si sottolinea che il personale operante nel consultorio familiare non è coinvolto direttamente nell’effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare Ivg».

Il dovere di garantire le cure nei consultori riguarda anche la contraccezione. «Per analogo motivo», continua infatti il decreto: «il personale operante è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici», come la spirale. Scontato? Non tanto, come raccontava un’inchiesta de “l’Espresso” pochi mesi fa.

La mia opinione

Cari commentatori,

sono giorni che intervengo poco o nulla a causa di problemi personali. La sera della sconfitta dell’Italia sono stata molto male, mi sono ripresa solo ora (a momenti rischiavo di finire come Mia Martini- per la serie: “Sina non parlare più”).

Ora ho aperto il blog e ho letto i vostri commenti.

Dunque, dirò la mia.

Quando Ciwati ci buttò fuori dal suo spazio, noi tutte abbiamo avvertito l’esigenza di non perdervi. Noi abbiamo un nostro blog, vi svelo questo segretissimo segreto, da quasi un anno. Prima serviva per cazzeggiare un po’, ora per discutere dei post che poi vengono pubblicati qua. Quindi, bene o male, noi eravamo in contatto, anche senza Ciwati.

Però mancavate voi. Quindi, io e Laura (ovviamente con l’approvazione delle altre), abbiamo pensato di aprire questo spazio di discussione per non rinunciare al piacere di leggervi.

Questo blog non ha mai avuto la pretesa di scalare la classifica dei più letti di WordPress, anzi…

Se non vi piace, e rispettiamo la vostra opinione, potete andarvene.

Mi scoccia leggere le vostre lamentele continue, ve lo dico. Ma cosa vi aspettavate? Il blog di Mineo? Lerner? Noi facciamo altro nella vita. Postiamo qualche articolo di giornale, i vostri contributi e ogni tanto una delle mie minchiate.

Ripeto che Transiberiani è dedicato a noi e a voi. Non ad altri. A me non importa un fico secco che non venga seguito da mezzo web.

A me interessa non perdervi. Della qualità del dibattito politico, perdonatemi, me ne sbatto.

Se ad alcuni non sta bene, la porta sapete dov’è.

E’ tutto.

Giulia.

L’ultimo dei congressi

 di Adamo

 

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Lo scorso gennaio, concluso il congresso nazionale del PD, sono stati indetti i congressi regionali, e in Emilia-Romagna l’unica candidatura presentata è stata quella di Antonio Mumolo. Mentre nelle altre regioni i congressi si sono svolti regolarmente a febbraio, nello stesso periodo in cui si tenevano anche le primarie per la scelta dei candidati per le elezioni amministrative, in Emilia-Romagna la direzione regionale ha ritenuto (dopo la presentazione della suddetta candidatura) di non dover sovrapporre i due eventi, “per non stressare troppo i volontari ai gazebo”. Il congresso della regione che vanta i due quinti degli iscritti è stato quindi rinviato a giugno, senza che però, nel frattempo, si siano fatti avanti altri aspiranti segretari.

Antonio Mumolo non è un componente della direzione regionale, tuttavia, invitato a partecipare alla sessione in cui è stata formalizzata la decisione, ha chiesto esplicitamente rassicurazioni sul fatto che non ci sarebbero stati ulteriori rinvii, e pare che gli abbiano risposto di “stare sereno” al riguardo.

A giugno il congresso non si è tenuto, e non è stata avanzata alcuna altra candidatura. Mumolo si è detto disponibile a essere eletto come candidato unitario, e ha lanciato l’hashtag #misentosolo. Nel frattempo si è arrivati, finalmente, alla data del 5 ottobre, che consentirà di by-passare un dibattito serio sulle mozioni all’interno dei circoli, in quanto per tutta l’estate, e fino a settembre, i militanti sono soliti prestare un quotidiano servizio di volontariato presso le varie Feste dell’Unità.

Ci sono cose che si sanno, ma non si dicono. Di cosa si tratta? Si tratta delle classiche metodologie dell’Apparato, secondo le quali sono i vertici a nominare la base, e non viceversa. La maggioranza dei componenti della direzione, espressione dell’attuale gruppo di potere in regione, vorrebbe infatti scegliere innanzitutto il candidato a succedere a Vasco Errani alla guida della regione nel 2015. È la poltrona che fa più gola, assieme a quella di alcuni assessorati, e, visti i nuovi equilibri interni suggellati dal congresso nazionale, spetterebbe a un renziano. Dopo aver sistemato queste caselle, si vorrebbe procedere a trovare un segretario che, in continuità con gli ultimi anni, svolga il suo lavoro in totale asservimento del potere amministrativo centrale. Sembra, però, che il lavoro di mediazione per trovare un profilo adatto a ricoprire questo ruolo sia ancora in alto mare: di qui i continui rinvii.

La candidatura di Antonio Mumolo si propone di rovesciare questo modo di procedere. Vuole partire dai militanti e scrivere un programma con il loro contributo, partendo da solide linee guida date dalla sua esperienza politica e professionale, e traendo spunto dalla mozione Civati per alcune proposte replicabili su scala regionale, come il reddito minimo e lo stop al consumo di suolo. Prima di scegliere il candidato governatore di regione, occorre innanzitutto stabilire quale programma dovrà portare avanti, e il lavoro del segretario dovrà consistere proprio in questo: ascolto della base, anche tramite referendum, discussione, e proposta agli organismi amministrativi eletti.

Antonio Mumolo vive e lavora a Bologna, dove esercita la professione di avvocato, ed è legale di riferimento di Cgil e Federconsumatori. Da sempre si occupa di lotta all’emarginazione, e la sua esperienza più importante, in questo senso, è il progetto ‘Avvocato di Strada’, il primo intervento strutturato in Italia per la tutela legale gratuita delle persone senza dimora.

http://www.antoniomumolo.it/

La prima volta

segnalato da crvenazvezda76 – da “Il Manifesto” del 22/06/2014

PRIMA VOLTA PAPALE: A SORPRESA, BERGOGLIO SCOMUNICA I MAFIOSI

Papa Francesco scomunica pubblicamente ‘ndranghetisti e mafiosi. Le parole sono state pronunciate ieri pomeriggio da Bergoglio – in visita pastorale in Calabria, a Cassano allo Jonio, la piccola diocesi guidata dal neosegretario della Cei, mons. Galantino – durante la messa all’aperto celebrata nella piana di Sibari. «La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune», è un male che «va combattuto e allontanato», ha detto il pontefice, secondo il quale anche la Chiesa «deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere». Quindi la scomunica: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
È la prima volta che un Papa pronuncia la parola «scomunica» rivolgendosi ai mafiosi. Non lo avevano fatto né Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento né Ratzinger. Si è trattato di un “fuori programma”, poiché nei testi ufficiali «sotto embargo» distribuiti poco prima della celebrazione quel passaggio non c’era. È stato aggiunto successivamente dallo stesso Bergoglio.
Le parole non bastano e non risolvono la lunga storia di silenzi, omissioni e relazioni ambigue fra Chiesa e mafie. Per restare in Calabria, per esempio, nell’ottobre del 2009, Caterina Condello e Daniele Ionetti, figli di due ritenuti fra i più importanti esponenti dei clan reggini, hanno celebrato il loro matrimonio nella cattedrale di Reggio Calabria con tanto di benedizione papale su pergamena firmata da papa Ratzinger. Oppure i legami stretti, e di antica data, della ‘ndrangheta con il santuario
della Madonna di Polsi a San Luca in Aspromonte, spesso luogo di riunione dei capi-mafia.
E nello scorso aprile la storica processione dell’Affruntata di Sant’Onofrio è stata annullata dal vescovo dopo che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva deciso che le statue sarebbero state portate da volontari della Protezione civile per evitare infiltrazioni mafiose (ma va ricordato anche l’impegno antimafia di alcuni vescovi e soprattutto di molti parroci spesso oggetto di minacce e intimidazioni).
Tuttavia le parole hanno un valore simbolico importante, soprattutto in un contesto sociale e culturale in cui i padrini guidano le processioni e ricevono talvolta benedizioni ecclesiastiche. E quindi, messe in fila, la beatificazione di don Puglisi “martire di mafia” lo scorso anno, la partecipazione di Bergoglio alla veglia per le vittime delle mafie promossa a marzo da Libera di don Ciotti e ora la «scomunica» degli ‘ndranghetisti offrono strumenti per marcare le distanze. Anche se silenzi, omissioni e collusioni non cesseranno per miracolo.
Durante la visita, Bergoglio ha incontrato i detenuti del carcere di Castrovillari, fra cui il padre di Cocò Campolongo, il bambino di tre anni ucciso in un regolamento di conti tra clan a Cassano allo Jonio insieme al nonno ed alla sua compagna. Ed è tornato a parlare dei problemi dei penitenziari: il «rispetto dei diritti fondamentali» dei detenuti e la necessità di «un impegno concreto delle istituzioni per un effettivo reinserimento nella società». «Quando questa finalità viene trascurata – ha detto il papa –, la pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, dannoso per l’individuo e per la società».