E’ tutto un attimo…

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286 comments

    1. hanno fatto nascere distretti ? per distretto non intendo terzisti, intendo realtà autonome e interdipendenti
      ponsacco per i mobili, montecatini per calzatura, empoli vetrerie e confezioni, santa croce concerie e macchine conciarie, quarrata divani, prato filati, pistoia vivaistica (a pistoia c’è la Breda, ma non distretto costruttori autobus o treni), arezzo orafi etc etc

      1. Per l’amor del Cielo non è che una cosa spieghi il tutto e soprattutto parti più micro, c’è anche la storia, le predisposizioni sociali che derivano dalla stessa, distretti che nascono appunto da una predisposizione storica e di artigianato, certo che sì, ma da micro a macro il passo è enorme… poi la Toscana è atipica è mai fino in fondo industriale è sempre stata a mezzo guado…

        1. Diciamo che ti sei risposto da solo, una cosa non giustifica il tutto.
          È quello che dicevo io circa la tua “demonizzazione” della piccola impresa

              1. Mi parli di demonizzazione… di chi di me stesso?
                Se non si esce un po’ dal personale è difficile avere una discussione equilibrata… mi pare che dopo il Pd anche qui ci sia più ‘personale’ che senso generale…
                Mi sbaglierò e non sarà la prima volta…

                1. hai più volte detto che le pmi sono state incentivate perchè strumento per destabilizzare il sindacato. Quasi nate in laboratorio per questo scopo
                  tesi che non condiviso e ti spiegavo perchè.
                  se poi, ho capito male e non dicevi questo, abbiamo parlato del nulla

  1. Riprendo a monte
    Il problema era è sarà il costo del lavoro e ‘bonus’ annessi e non sono in alcun modo estraibili dal contesto generale…
    Fatevene una ragione o meglio una riflessione

  2. Prendo spunto dalla discussione sotto per dire una cosa sui diritti del lavoro. Quale che sia la struttura economica del paese, i diritti dei lavoratori dovrebbero uscire dalla conflittualità padrone/lavoratore ed almeno come nucleo di base essere stabiliti e garantiti dallo stato, un po’ come le unioni civili per gli omosessuali che, in genere, quasi nessuno mette più in discussione, così come la parità delle donne etc. Oggetto di contrattazione collettiva o individuale sarebbe l’andare oltre il nucleo di base che non va inteso come salario minimo, ma come un’insieme di condizioni che rguardano gli orari di lavoro, le ferie, numero di festività in cui è permesso lavorare, retribuzione per lavoro notturno e festivo etc. È una questione di civiltà che l’intera Europa dovrebbe far sua così da poterla, diciamo così poi esportare in quei paesi dove il lavoro è più sfruttato che da noi, fungere da pietra di paragone.

  3. Mentre noi continuiamo la guerra ( parolone, scaramucce) tra poveri…

    Formiche n. 137, giugno 2018

    di Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti

    La legge marxiana di tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani trova inedite conferme in recenti analisi empiriche (Brancaccio, Giammetti, Lo Preite, Puliga, in Structural Change and Economic Dynamics vol. 45, june 2018). Lo studio di questa tendenza offre pure elementi per analizzare l’attuale fase politica mondiale, caratterizzata da un inasprimento delle lotte tra capitali transnazionali e capitali nazionali. Lotte tutte interne alla classe egemone, che però un tempo sarebbero anche state considerate occasioni di svolta e di riscatto per una classe subalterna organizzata. Il guaio è che la scienza del capitale e delle sue contraddizioni risulta pressoché misconosciuta agli utopisti di poche pretese che si atteggiano a tribuni degli oppressi del nostro tempo. Warren Buffett, noto magnate della finanza, una volta ha dichiarato: “la lotta di classe esiste eccome, e la stiamo vincendo noi”. Oggi forse aggiungerebbe: “Marx è prezioso, e lo stiamo leggendo solo noi”. A duecento anni dalla nascita celebriamo, suo malgrado, un Marx per soli ricchi.

    1. carina…

      più difficile è partire da questo per migliorare la situazione.

      allora, dico la mia (che poi è la solita):
      – nei paesi del terzo/quarto mondo e in quelli emergenti si tratta di sindacalizzare il più possibile, di alzare i livelli di protezione e welfare
      – nei paesi del primo mondo si tratta di non perdere quel welfare che ancora abbiamo (il modello nordico resiste ancora. scambiarlo con il modello usa o quello russo non aiuterà granché..). magari occorrerebbe anche migliorarlo, ma mi pare che siamo sulla ultradifensiva, da qui il mio pessimismo, e l’obiettivo ‘limitato’

      1. per fare tutto ciò occorre innanzitutto essere coscienti di cosa c’è in gioco.
        è necessario creare strutture sovranazionali (l’europa per me è già un imprescindibile punto di partenza, anche perché almeno un’idea di welfare ce l’abbiamo) che siano in grado di operare necessarie pressioni internazionali per mettere necessari paletti e operare per un miglioramento del welfare su più livelli possibili

        da qui, poi….
        (continua; nel frattempo ci mangiamo le lenticchie)

        1. se questa struttura sovranazionale ( e sono d’accordo) fa pressioni per limitare la libertà di movimento dei capitali si potrebbe avere qualche effetto ( ma è una lotta durissima e con scarse attitudine alla battaglia che abbiamo la vedo dura)…

          Ps ne avevo già parlato…
          < l’attuale fase politica mondiale, caratterizzata da un inasprimento delle lotte tra capitali transnazionali e capitali nazionali…
          ora ci siamo anche noi…

          1. rispondendo anche a Sun, l’importante di avere “economisti seri” è aprirci gli occhi sul funzionamento del sistema, cosa sta succedendo nel sistema e cosa abbracciare quello o altra “politica” ci può portare…solo questo non si tratta di “ideologizzare”, anche perché quando si legge la parola Marx si fanno collegamenti errati, rifarsi a Marx “studioso” può aiutare e non poco a comprendere… tutto qui

            1. rifaccio l’esempio della nascita della piccola e media impresa, a cui io non avevo attribuito nessun tipo di collegamento particolare, ma leggendo Antonio su come questa nascita rompe un fronte sindacale comprendi che niente è legato al caso, ai cambiamenti antropologici etc etc etc

              1. la piccola impresa l’ho vissuta, e comprendo (a posteriori), come abbia aiutato a rompere il patto sindacale (a parziale discolpa vorrei farvi incontrare i sindacalisti che ho incontrato nei miei anni di dipendente in piccola impresa).
                Che questa frammentazione sia stata decisa a tavolino e non dipenda anche da una “natura” italiana, non so.
                I distretti sono sempre stati una forza italiana, la grande industria è sempre stata semistatale, per quel che ricordo.
                sbaglio ?
                e comunque la “coscienza” di classe (se vogliamo mantenere il discorso nel filone ideologico) fino agli anni ottanta era sempre parecchio viva. E’ stata la politica a voltargli le spalle, prima ancora di berlusconi.

                1. le cose si complicano ed è bene così.

                  la piccola avvertenza è di non partire con posizioni preconcette.
                  ma dato per scontato quanto sopra, dico la mia:
                  1) anch’io non credo che ci sia una longa manus dietro la desindacalizzazione italiana. sicuramente la pmi ha avuto un ruolo ma nulla di architettato a tavolino
                  2) la pmi è gioia e dolore dell’italia. la gioia si capisce, i distretti hanno appunto rappresentato la via italiana al mercato internazionale. e questo non è né bene né male. è andata così. anzi, visto l’arricchimento repentino di alcune zone (e quindi delle famiglie) è senz’altro stato un bene.

                  a mio ipermodestissimo avviso di ignorante patentato: paghiamo adesso alcuni difetti intrinseci di questa economia che è stata un tempo fortunata. il problema di una manifattura a volte più di quantità che di qualità, e che fondava i suoi bassi prezzi anche su una certa irregolarità (nero in primis, ma non solo).
                  e la grande industria… appunto, semistatale, senza grandi visioni, con alcune scelte fortunate di alcuni imprenditori illuminati, ma poi…

                  1. diciamo che i distretti pagano a seconda del mercato che servivano. Dove l’innovazione ha consentito di rimanere “eccellenze” (l’aggettivo negli ultimi anni mi provoca orticaria) o comunque avanguardia per il mercato di riferimento, il distretto vive e vive bene. Se il mercato era semplicemente manifatturiero, con un valore aggiunto scarso od assente, soffre la concorrenza di chi, a parità di prodotto, costa meno.

                    Anzi, nei distretti tecnologici o comunque innovativi nel loro settore, penso proprio che la struttura di distretto abbia aiutato a sviluppare tecnologie e metodi produttivi molto più di quanto avrebbe potuto la grande industria (più lenta a recepire nuovi approcci produttivi)

                    1. aggiungo due cose sulla coscienza di classe.
                      è andata, ma amen. penso che le ragioni siano strutturali, e che non ci sia affatto un colpevole, né la politica né belusconi.

                      sarei contento oggi se tale coscienza di classe emergesse soprattutto nei cosiddetti paesi emergenti. cina, india e affini.

                      ma il progresso, anche nel nostro primo mondo, può avvenire lo stesso attraverso patti sociali più complessi.

                    2. “la coscienza di classe è andata”, cosí, come un fantasma nella notte? Innanzitutto, bisognerebbe chiedersi sc c’è mai stata veramente, o meglio, chi ha riguardato questa consapevolezza. A suo tempo, Lenin buon’anima aveva ben presente che quelli con la coscienza di classe erano gli operai, mentre le grandi masse di contadini erano amorfe e diciamo così da rieducare. Dai miei ricordi di bambina l’impressione è forte che la consapevolezza fosse un po men salda al sud rispetto al nord.

                  2. Scusate, ma i distretti nascono dalla grande industria e dalle famose tuttora esternilazzazioni…
                    Dove sarebbe la nascita spontanea?

                    1. nascita spontanea … non l’ha detto nessuno.
                      nel caso che ho conosciuto personalmente, senz’altro il distretto nacque sulla base di una (!) grande azienda. e da prime esternalizzazioni. ma soprattutto negli anni ’60 e 70 ci fu lo sviluppo del ‘distretto’ fatto di tante pmi e di un tessuto più articolato (con tanto di lavori… casalinghi diffusi… ultimo gradino del distretto).

            2. piccola nota a margine al nome “Marx”
              si dovrebbe anche far capire che, appunto, si trattava di uno studioso e togliergli l’aura da santo laico con “Il capitale” come bibbia, a cui affidarsi ad occhi chiusi così come si è fatto.
              Le idee si condividono spiegandole e facendole comprendere, se diventano fede prestano il fianco a critiche che niente hanno a che fare con le idee espresse.

    2. allora, pur approvando la posizione di brancaccio (per il poco che ne capisco), sti economisti, che criticano questo e quello, non dovrebbero prima far chiarezza su cosa sono gli economisti ?
      perche, come per i politici, abbiamo tipi che dicono tutto ed il contrario di tutto e tutti sono professori, dottori, occupano cattedre, posizioni di rilievo e prestigio e poi questo poi quello….

      quindi, o si conviene che si parla di cose empiriche, studiate su modelli passati con probailità x (e difficile quantificare %) di avverarsi, ma comunque non certe, poichè i modelli, le società, le persone su cui gli studi sono stati fatti non corrispondono ai modelli, alle società, alle persone esistenti oggi e che non sappiamo come queste reagirebbero agli stessi “stimoli”.

      penso, forse sbagliando, che l’economia, forse ancora più della politica, si rifaccia a società ideologiche e cerchi, attraverso l’economia stessa, di plasmare dette società alla forma più vicina possibile alla propia ideologia

      e quindi, in maniera ancora maggiore dei politici, gli economisti, prima di presentarci le lore proposte, dovrebbero chiarirci a quale tipo di società si ispirano.

      scusate lo sfogo e la confusione, ma, sul fronte “dichiarazioni degli economisti” siamo al delirio

      1. ma la tua richiesta mi pare il minimo. e vale sempre. per economisti e politici.

        quindi la richiesta può benissimo essere fatta. magari se una volta vai a un incontro con brancaccio…

        ps: il mio modello dovrebbe essere chiaro.

    3. Per forza se è passata l’idea che l’gnoranza è un valore (sarebbe carino andare a vedere il come, perchè e da chi è partita questa bella pensata, qualche ideuzza ce l’avrei)

      1. ecco, questa, più che la frammentazione della piccola impresa, mi sembra un piano studiato a tavolino. Distruggere la cultura, in tutte le suo forme a partire dalla scuola.

  4. Io comunque appoggio la mozione di Antonella e d’ora in poi mi comporterò di conseguenza. al nulla si risponde con il nulla.

  5. Qualcuno la mette solo sul personale e poi quando gli si risponde per le rime, sgnegna.
    Nel corso degli anni ci siamo visti più volte, di persona, a Milano, inviti pubblici, però è meglio trollare anonimi e fare la vittima.

    1. Di chi stai parlando?
      Mettiamola cosi’, in linea di massima siete tutti civili ma io che su alcune questioni non la penso come voi, trovo l’atteggiamento di sun di gran lunga il piu’ aggressivo nei confronti di chi non la pensa come lui … cara la mia leghista 🙂 (scherzo).

      1. Ormen, tutto vero ed inconfutabile. Ma se qualcuno ha ragione ed io torto lo riconosco, ma presuppone una discussione aperta da parte di entrambe le parti.

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