Storia di K

segnalato da Barbara G.

Storia di K., sposa bambina e baby schiava

Vendute da giovanissime ai loro mariti in Albania, anche quando emigrano nel nostro paese restano di proprietà dei loro uomini. Ma una di loro si è ribellata e ci ha raccontato la sua storia terribile

di Martina di Pirro e Christian Elia – espresso.repubblica.it, 27/07/2018

Lei, che chiameremo K., non sapeva si trattasse di violenza. Aveva paura fosse solo la propria immaginazione e che, in fondo, era tutto normale. D’altronde in Albania era stata venduta ad uno sconosciuto a quattordici anni come tante altre bambine, senza alcuna ritrosia da parte della famiglia. «Ero una promessa sposa minorenne », racconta K. «In Albania esiste ancora un sistema patriarcale, per cui spesso è il padre a scegliere il marito. Mio padre scelse un uomo di dodici anni più grande di me. Dal momento in cui sono stata promessa, sono diventata una proprietà di quell’uomo».

Appena lasciata l’Albania per il nostro Paese, K. sperava che le cose sarebbero cambiate. Era convinta che i maltrattamenti subiti fin lì sarebbero stati sostituiti dalla calma di una casa accogliente in Italia, dalla possibilità di studiare, di avere dei documenti, lontana da quel mondo che l’aveva tradita.«Arrivai in un paese vicino a Roma con un visto di ricongiungimento, ma poi mi sono ritrovata a essere una clandestina. Mio marito aveva messo a carico del suo permesso di soggiorno i nostri figli, io invece ero quotidianamente sottoposta al ricatto dei documenti. Non potevo parlare, non potevo ribellarmi. I soldi dei miei lavori andavano a lui, altrimenti mi picchiava. Questo ricatto del permesso di soggiorno non mi faceva muovere. Mi minacciava di morte, ma io non avevo paura della morte, avevo paura mi portassero via i miei bambini».

«Ero solo un oggetto»

È praticamente impossibile stabilire il numero di casi come quelli di K. in Italia. Mancano dati, mancano troppo spesso gli strumenti per denunciare. Quel che è certo, però, è che quello delle spose bambine è un fenomeno mondiale. Secondo l’Onu, sono milioni. E l’Albania è un paese dove questo fenomeno è ancora troppo diffuso.

In Albania, da tempo, le istituzioni e la società civile si battono per eradicare i casi di spose bambine e, con la consulenza dell’Unicef e dell’Unfpa, è stato fissato come “obiettivo nazionale” la fine del fenomeno entro il 2030. Per ora, però, soprattutto in alcune sperdute zone dell’Albania settentrionale, il matrimonio deciso dai parenti per ragazze giovanissime è ancora una realtà.

Ogni giorno K. sapeva che a tavola non doveva mancare il vino, che la casa doveva essere pulita e i bambini silenziosi. Sapeva che anche una minima cosa fuori posto avrebbe potuto far scattare non solo le violenze fisiche, ma anche quelle psicologiche.

«Non ero una persona, ero un oggetto. Non sono mai stata definita una madre, mi diceva che ero solo una fabbrica».

Eppure le era ancora difficile credere che fosse vittima di un sistema di violenza e ricatto. Arrivata dall’Albania senza alcuna formazione ed informazione, non conosceva nessuno dei suoi diritti e delle possibilità di fuggire dall’incubo in cui viveva.

«Un diritto è tale solo se uno sa di averlo», spiega l’avvocata Ilaria Boiano dell’associazione Differenza Donna di Roma. «Nella maggior parte dei casi, le donne migranti non ne sono consapevoli. Capita di frequente che le donne straniere prive di permesso di soggiorno arrivino a denunciare ma l’unico procedimento che viene attivato è quello di portarle al pronto soccorso e poi procedere con l’espulsione, e quindi con la detenzione nei Cie. Le donne migranti passano da uno stato di regolarità ad uno di irregolarità in un battito di mani. La loro posizione è, infatti, fortemente dipendente da alcuni fattori. Innanzi tutto dal lavoro, e quindi tutto quello che è molestia e sfruttamento non emerge perché hanno paura di perdere il permesso di soggiorno o di non ottenerlo. In secondo luogo, se il permesso di soggiorno è per ricongiungimento, si verifica molto spesso che i mariti non lo chiedano ma ne chiedano invece il nulla osta: non facendo poi mai i documenti o mai consegnandoli alle compagne, esercitando, di fatto, così, un ricatto. Dal 2013 è stato istituito il permesso di soggiorno per le vittime di violenza domestica».

L’art. 4 della legge 119/2013 prevede che il questore – con il parere favorevole dell’autorità giudiziaria o su proposta di questa – rilasci il permesso per consentire alla vittima straniera, priva di permesso di soggiorno, di sottrarsi alla violenza quando siano accertate situazioni di violenza o abuso e emerga un concreto e attuale pericolo per la sua incolumità.

«C’è una forte disomogeneità di applicazione dell’istituto», continua l’avvocata Boiano . «È un permesso di soggiorno non ancora molto usato e conosciuto, non se ne rilasciano più di trenta l’anno. Inoltre, si è diffuso il pregiudizio che la richiesta di permesso di soggiorno per le vittime di violenza sia utilizzata dalle donne per ottenere un regolare permesso di soggiorno».

Pur non essendo ancora consapevole, K. non riusciva più a sopportare quella situazione.

«Un giorno arrivò a minacciare mio figlio perché si era messo in mezzo a una lite per difendermi», continua K. «Da lì mi è scattato tutto. Ho chiesto informazioni a delle mie amiche e ho fatto la denuncia. L’ho sporta piangendo, sprovvista di ogni documento, terrorizzata che gli assistenti sociali potessero portarmi via i miei figli».

E lì K. ha trovato un bravo maresciallo dei carabinieri che, con gli assistenti sociali, dopo un attento esame della situazione, hanno indirizzato K. nella via in cui ha sede l’associazione Differenza Donna. «Io non mi fidavo di nessuno perché così avevo vissuto una vita intera. Mi ero preparata anche a scappare con i miei figli. Poi invece decisi di provare ad andare in quell’associazione che mi avevano consigliato. Non sapevo dove mi trovavo, non sapevo l’esistenza di questi posti, non sapevo cosa facevano, avevo paura di tutto».

«La fortuna di K. è stata quella di incontrare persone informate», spiega l’avvocata Rossella Benedetti. «Molto spesso i carabinieri e i poliziotti invece non conoscono i diritti delle donne migranti e le portano direttamente nei Cie, come quello di Ponte Galeria, dove non esiste nemmeno la separazione tra uomini e donne, ripetendo così dinamiche di violenza psicologica nei confronti di chi già ne ha subita tanta. Nel caso di K., invece, la rete di sostegno ha funzionato ed è la cosa più importante, quella per cui lavoriamo ogni giorno».

L’alfabeto dei diritti

L’Associazione Differenza Donna nasce proprio per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere grazie alle competenze specifiche delle socie: psicologhe, psicoterapeute, assistenti sociali, medici, educatrici, avvocate, giornaliste, sociologhe, informatiche, antropologhe, attive nel progetto complessivo. «Abbiamo avviato tanti progetti tra cui quello di alfabetizzazione ai diritti», racconta Valentina Pescetti dell’associazione. «Se le donne non hanno la possibilità di sapere l’italiano e nemmeno di conoscere il contesto di diritti che ci sono a livello internazionale di tutela per le donne, come fanno poi a potersi ribellare?».

«Prima di essere avvocate, sociologhe, operatrici, siamo donne. Ci riconosciamo in una dimensione di parità delle esperienze», dice Ilaria Boiano. «Vogliamo individuare nella disciplina dell’immigrazione un indicatore di violenza. Il solo fatto di essere esposte all’azione legale in uno Stato che ti identifica come titolare di diritti a seconda del tuo status già è una forma di violenza. Partire da questa prospettiva significa che le donne migranti vivono in una situazione di vulnerabilità che è provocata da una legge dello Stato, che a sua volta è attuazione di obblighi europei».

K. ha avuto il coraggio di prendere i suoi figli e denunciare la situazione perché quella situazione la soffocava. Costantemente sotto ricatto, si è sentita persa. Il sostegno che ha trovato lungo il suo percorso è stato enorme. «C’è stata solo una grave interruzione», racconta l’avvocata Benedetti. «Durante il procedimento penale abbiamo incontrato un giudice pieno di pregiudizi che, all’udienza preliminare per reato di maltrattamento in famiglia, ha deciso di prosciogliere l’imputato perché riteneva che la querela di K. fosse strumentale a ottenere il permesso di soggiorno. Il primo e, fino ad oggi, l’unico caso in cui si è messo nero su bianco tale affermazione. Abbiamo impugnato in Cassazione il provvedimento, che dubitava della veridicità e accusava la ragazza di avere un amante, La sentenza, per fortuna, è stata annullata e rinviata al Tribunale in diversa composizione».

K. non smette di dire che la salvezza l’ha trovata proprio nei centri antiviolenza. Un luogo che, per quasi un anno, è stato una casa, un rifugio per lei e per i suoi figli, un posto in cui autodeterminarsi e riprendere in mano la vita. «Ho quasi trent’anni adesso e sento di poter fare tutto. Vorrei un giorno poter aiutare tutte le donne, senza differenza di provenienza e diventare anch’io un’operatrice dei centri anti violenza. So cosa vuol dire sentirsi spaventata, persa, violata. So cosa significa sentirsi sotto ricatto. E so che si può uscire da questo dramma. Sono andata a scuola, ho ricominciato da zero. Ho lavorato come commessa, nelle pulizie, ovunque. Ho fatto corsi di formazione, tante esperienze diverse. A trent’anni mi sento una donna nuova, lontana da quella sposa bambina che ero e non più sotto il ricatto di nessuno».

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